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Sindacato e Confindustria: il ruolo degli interessi organizzati

Categoria Relazioni Industriali, Data 27.05.2003
Lavoce.info ha ospitato alcuni interventi sul ruolo degli interessi organizzati con gli interventi di Daniele Checchi, Innocenzo Cipolletta e Marino Regini. A questi si aggiunge un contributo di Tommaso Nannicini sul ruolo della concertazione, vale a dire la prassi più o meno istituzionalizzata di concordare le principali misure di politica economica e sociale con gli interessi organizzati.
COMMENTI PRESENTI SULLA NOTIZIA
  • articolo di Innocenzo Cipolletta
    Nome: Mario Giaccone*  Data: 27.05.2003
    L’articolo di Innocenzo Cipolletta sulla “Voce” del 30 aprile 2003 è davvero molto interessante: ed è tanto più interessante quando è accostato a contributi indubbiamente pro-labour come quelli di Regini e di Checchi. Riassumerei le sue tesi in questi termini: 1. secondo Cipolletta, la concertazione degli anni ’90 produce un solo grande scambio negoziale, dal quale sorge innovazione guidata dalle associazioni di rappresentanza, e l’accordo del 23 luglio. La riforma delle pensioni in realtà incide poco sulla platea della membership sindacale e che in realtà la riforma delle pensioni del governo Berlusconi 1 fu silurata più dalla Lega che dalle mobilitazioni di piazza, e che il patto per l’Italia introduce delle non-riforme perché ratifica comportamenti di fatto come sull’art. 18; 2. essendo l’apice del successo della riforma Dini il momento di avvio della crisi, le associazioni di rappresentanza sono vittime del loro successo perché pongono come problemi questioni che la regolazione spontanea ha già risolto: dovrebbero pertanto “suicidarsi” per ricostruire l’agenda negoziale. Vi è indubbiamente del paradossale nelle sue tesi, collocando la crisi della concertazione in Italia proprio alla vigilia di uno dei più rilevanti tentativi di ripresa (e reinterpretazione) del neo-corporativismo su scala europea. Ed è in questa chiave che proverò a sviluppare alcune controdeduzioni. Non c’è dubbio che il protocollo del 23 luglio sia stato un accordo storico, in quanto fissa l’agenda di un intero decennio e sancisce il compromesso politico su cui si reggono gli anni ’90 fra grande impresa esportatrice in crisi, piccola impresa, pubblica amministrazione e sindacato dei lavoratori della grande impresa e del settore pubblico descritto da Palombarini nel suo libro sulla rottura crisi del compromesso sociale italiano. In sostanza, rispetto agli anni ’80 il soggetto soccombente non è più il sindacato confederale ma la rendita. Tutto in nome dell’Europa. Senza dubbio, l’accordo del 23 luglio è il primo grande “scambio politico generalizzato” alla Pizzorno dopo circa un ventennio: la legittimazione del modello contrattuale e della voice collettiva è scambiata, al suo interno, con la rinuncia alla scala mobile e alla neutralizzazione di ogni forma di wage drift, e al suo esterno con uno sforzo competitivo che passa anche per il lavoro interinale. In seguito non ci furono momenti di ampiezza analoga, sia in termini di scambio politico generalizzato e di soggetti partecipanti: in questo senso, la posizione di Cipolletta può avere un qualche fondamento, ma se analizziamo bene la successione di accordi bi- e tri-laterali che fanno degli anni ’90 una grande stagione di concertazione, sono tutte intese volte ad implementare il programma di lavoro del 23 luglio: il più grosso tentativo di ristrutturazione ed ammodernamento del sistema Italia dell’Italia repubblicana. E per quanto riguarda le politiche del lavoro, per quanto dubbia sia stata l’efficacia di molti strumenti come le politiche della formazione così come le associazioni di rappresentanza le hanno disegnate e gestite, si tratta di istituti nuovi che necessitano di un periodo di rodaggio. L’obiezione alle argomentazioni di Cipolletta mi sembra spontanea: c’era davvero bisogno di un altro 23 luglio? In realtà l’agenda è rimasta incompleta su un punto fondamentale dello scambio, e cioè è il fondamento della legittimazione degli attori. Strumenti pubblici per verificare la loro rappresentatività, regole democratiche di gestione e di trasparenza - previste fra l’altro dalla nostra maltrattata Costituzione - faciliterebbero enormemente quelle operazioni di “suicidio” periodico di cui parla Cipolletta: questo è riuscito solo nel settore pubblico con il decreto Bassanini del 1997, ma non nel privato, dove vi era in ballo anche la rappresentatività delle associazioni imprenditoriali. L’operazione non andò in porto non solo per le divergenze fra le diverse sigle – e stili di rappresentanza – sindacali e fra queste e le associazioni datoriali, ma soprattutto per la debolezza degli interlocutori che dovevano regolare la materia: questo dimostra quanto il crollo dei partiti di massa con Tangentopoli li abbia trasformati in comitati elettorali, e le associazioni di rappresentanza – non solo sindacali come afferma Cipolletta ma anche imprenditoriali – abbiano per forza di inerzia occupato quel vuoto, operando come partiti essendo le sole organizzazioni di massa sopravvissute ed organizzate capillarmente nel territorio. In assenza di un interlocutore forte nella politica, le spinte autoriproduttive hanno di gran lunga prevalso. Infine, non c’è dubbio che il potenziale innovativo del modello contrattuale del 23 luglio sia stato sfruttato solo in parte, specie al livello decentrato della contrattazione aziendale. Questo avvenne per decisione centrale ma non nelle forme delineate da Cipolletta a causa del peso della contrattazione nazionale: il decentramento contrattuale si avviò nel 1997-98 su spinta delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni nel settore delle public utilities, come osservato altrove (Damiano e Giaccone, 2002). Fu piuttosto per un retaggio degli schemi neo-corporativi elaborati sull’esperienza degli anni ’70 che portò le organizzazioni sindacali a drenare potere contrattuale decentrato verso il livello concertativi, sia centrale che periferico, mentre da parte imprenditoriale le possibilità di estendere quanto avvenuto nel terziario pubblico e privato trovava un ostacolo nell’ambivalente funzione di lobbying settoriale e di funzione sindacale propria delle associazioni di rappresentanza datoriale, vedendo di norma prevalere la prima. Alla luce di queste argomentazioni, non credo tuttavia che Cipolletta intenda davvero contribuire a destrutturare la società civile e la funzione di mediazione delle associazioni di rappresentanza seguendo l’asserzione thatcheriana “la società non esiste”. La sua implicita valutazione del 23 luglio mira a riaffermare l’importanza della loro vitalità, e ponga giustamente in primo piano il problema della loro sclerosi. Il problema è che la prima interpretazione delle sue utili provocazioni appare di gran lunga più istintiva nella scena politica italiana attuale, anche se con tutta probabilità Cipolletta stesso non la condividerebbe. *Ricercatore Ires Veneto