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Vendita SME: il prezzo era giusto?

di Marco Pagano, e Carlo Scarpa, Categoria Concorrenza e Mercati, / Finanza, Data 08.05.2003
Oggi si confronta spesso l’offerta di De Benedetti a Prodi per l’acquisto della Sme nel 1985 e il ricavato dalla vendita tra 1993 e 1996, raffrontando cifre molto lontane nel tempo e tra loro non comparabili. Attualizzando i valori, la differenza (in Lire del 1996) è di circa 550 miliardi. E la vendita degli anni Novanta avvenne quando il mercato azionario era alle stelle, e quando molti dei vincoli originari erano stati rimossi. Ma allora il prezzo che si sarebbe ottenuto nel 1985 era davvero tanto basso…?
COMMENTI PRESENTI SULLA NOTIZIA
  • metodi di cessione
    Nome: Galeazzo Scarampi  Data: 20.05.2003
    Fra le molte argomentazioni offerte nel testo e nei commenti, mi pare ne manchi una importante, e cioe' il metodo di cessione. Stipulare un accordo di cessione del controllo in trattativa privata senza una procedura competitiva e' assolutamente inaccettabile. Nessun banchiere d' affari lo farebbe, salvo che il prezzo fosse palesemente al di sopra di una valutazione del discounted cash flow. Mi rendo conto che l'argomento e' politicamente esplosivo in Italia, ma davvero l' IRI nel siglare un accordo di cessione senza offerte competitive ha agito in modo incompetente o censurabile.
    Risposta:
    Al lettore forse è sfuggito che abbiamo effettivamente sottolineato come, se la vendita fosse avvenuta con offerta pubblica di vendita e non con una trattativa di quel tipo, il prezzo spuntato sarebbe stato (probabilmente) più favorevole. Quanto alle considerazioni di natura "etica" non ci sembra che un nostro intervento sarebbe molto pertinente. Ci permettiamo solo di rilevare che se guardiamo alle maggiori operazioni di privatizzazione censite nel mondo negli anni Ottanta e Novanta circa metà abbiano avuto luogo fuori dal mercato azionario. E' vero che molte di esse hanno avuto luogo tramite una procedura di asta (fuori dal mercato azionario) ma (purtroppo?) le vendite di questo tipo non sono poi così eccezionali. c.s. Nell'articolo non escludiamo affatto che un'offerta pubblica di vendita o comunque una procedura con offerte competitive avrebbe potuto spuntare un prezzo superiore. Infatti le vendite successive nel processo di privatizzazione hanno quasi sempre previsto procedure con offerte competitive. Tuttavia il semplice fatto che il prezzo concordato nella trattativa privata fosse inferiore al prezzo corrente di mercato non è indice sicuro che una vendita sul mercato avrebbe potuto spuntare un prezzo migliore, per le ragioni spiegate nell'articolo. m.p.
  • SME
    Nome: Anonimo  Data: 12.05.2003
    Vorrei esprimere alcune perplessità in merito all'articolo pubblicato in merito alla vendita della SME. In primo luogo, non contestando la metodologia applicata dagli autori per la capitalizzazione, vorrei far notare che i 563 miliardi di differenza (cioè 2353-1790) rappresentano a mio modesto avviso una differenza notevole. Si tratta, infatti di oltre il 30% in più... Se questa non è una notevole differenza!!! Inoltre, l'argomentazione portata per giustificare lo sconto rispetto al prezzo di mercato (1275 lire contro le 1000 lire offerte de De Benedetti), mi sembra del tutto cavillosa e faziosa. La vendita in blocco, non mi sembra assolutamente un bene in se da perseguire a tutti i costi.. In determinate occasioni, e questa mi sembra una di quelle, si può benissimo procedere ad una vendita "per spezzatino" se questa garantisce introiti maggiori. Per quanto riguarda l'altra argomentazione, quella delle economie di scala, non vedo perchè lo Stato Italiano, che rappresenta tutti contribuenti, debba consentire ad un singolo individuo (sia pure sua maestà Carlo De Benedetti) di ottenere un vantaggio economico cos consistente. Infatti, le economie di scala rappresentano sicuramente un beneficio, ma un beneficio per chi acquista e non per chi vende; dato che avrebbe rafforzato in maniera considerevole la posizione di mercato di De Benedetti.
    Risposta:
    Questa lettera contiene due punti importanti, ciascuno dei quali merita una risposta. Il primo punto è che con la nostra metodologia resta comunque una differenza "notevole" (del 30% circa) tra le due somme che lo Stato avrebbe ottenuto nelle due ipotesi considerate. Questo è vero, ma il nostro scopo era solo confrontare l'ordine di grandezza delle due offerte, e il rapporto che emerge (una volta trasformate le lire del 1985 in lire del 1996) non è di 4 a 1 come sembrava a chi effettuava il confronto senza tenere conto del tempo e degli interessi composti. Inoltre, vorremmo sottolineare che il calcolo da noi effettuato usando i tassi sui CCT per capitalizzare il possibile incasso del 1985 è approssimato "per difetto". Se avessimo capitalizzato la somma che lo Stato avrebbe potuto ricevere nel 1985 usando il tasso sui BTP decennali (pari in media al 13,86% nel secondo semestre del 1985), la somma che avremmo ottenuto nel dicembre del 1995 sarebbe stata di 1930 miliardi. Considerato che l'intervallo che abbiamo considerato è di 11 anni e non di 10, questa somma avrebbe potuto essere reinvestita per un altro anno fino alla scadenza del 1996, ad un tasso presumibilmente intorno al 10 percento, ottenendo 2122 miliardi di lire come valore finale. In tal caso, lo scarto rispetto alla somma ottenuta negli anni Novanta si riduce al 10%. Considerando poi che lo Stato avrebbe potuto reinvestire la somma in titoli di Borsa (la SME era un investimento azionario dello Stato e quindi va messa a confronto con un altro investimento azionario di rischiosità analoga), al tasso di rendimento sui BTP va aggiunto un premio per il rischio che, cautelativamente, può essere stimato al 2 per cento. Con un tasso di rendimento azionario atteso pari al 15,86% percento annuo, si arriva già dopo 10 anni a un valore capitalizzato di 2297 miliardi di lire, e a oltre i 2500 miliardi nel 1996, cioé un ammontare superiore a quello incassato negli anni Novanta. Ciò indica che a seconda dell'attività finanziaria che lo Stato avesse ipoteticamente usato per investire l'incasso del 1985 (CCT, BTP o azioni), otteniamo valori capitalizzati diversi a metà degli anni Novanta. La nostra stima è la più "conservatrice" tra quelle possibili, ed è comunque nell'ordine di grandezza della somma incassata negli anni Novanta. Quanto al secondo punto, non abbiamo sostenuto che la vendita in blocco fosse in sé desiderabile: essa era un vincolo che il Governo di allora aveva imposto all'Iri. E' chiaro che - una volta rimosso tale vincolo - i valori possono essere diversi. E lo stesso vale per vincoli occupazionali: non crediamo che sia sano vietare che un'impresa in difficoltà licenzi i lavoratori in sovrannumero, ma il fatto è che nel 1985 l'acquirente avrebbe dovuto sottostare a vincoli in questa direzione, e anche questo abbassa il prezzo dell'impresa. Infine, le economie di scala. Se creiamo un'impresa capace di beneficiare di economie di scala, essa - avendo costi minori - sarà capace di praticare prezzi più bassi, il che va a vantaggio dei consumatori. Inoltre, si tratterà di un'impresa che, avendo maggiori volumi di produzione avrà anche - presumibilmente - un maggior numero di occupati. Nella misura in cui il benessere dei consumatori e il livello dell'occupazione rientrano tra gli obiettivi dell'azione di governo, ci pare che anche la politica di privatizzazione ne debba tener conto.
  • Finanza SMEmorata (do io numeri anch'io)
    Nome: Libero Pensiero  Data: 10.05.2003
    Quando si valuta il rendimento di un’operazione finanziaria occorre tenere conto di almeno due fattori elementari: 1. le condizioni generali del mercato di riferimento; 2. il tasso di inflazione. Ora, immaginiamo di aver voluto investire nel mercato azionario italiano e, per esemplificazione, supponiamo di aver voluto comprare o vendere l’intero mercato. Prendiamo come riferimento il MIB 30 storico (l’indice composto dai 30 titoli della Borsa valori italiana a maggiore capitalizzazione) ed analizziamo alcune operazioni possibili tra gennaio 1985 e gennaio 2001. I° caso – compro l’indice il 01/01/1985 e lo vendo il 01/01/1993; II° caso – compro l’indice il 01/01/1993 e lo vendo il 01/01/2001; III° caso – compro l’indice il 01/01/1985 e lo vendo il 01/01/2001. Teniamo presente che l’andamento dei prezzi al consumo è stato il seguente: dal 01/01/1985 al 01/01/1993 = +58,04% dal 01/01/1993 al 01/01/2001 = +26,93% dal 01/01/1985 al 01/01/2001 = +100,61% Nel primo caso, avrei ottenuto il seguente risultato: –3.417 +6.916 = +3.499 punti di indice (cioè, +102,40% in termini nominali) +102,40% –58,04% = +44,36% (in termini reali) Mentre nel secondo caso: –6.916 +29.681 = +22.765 punti di indice (cioè, +329,16% in termini nominali) +329,16% –26,93% = +302,23% (in termini reali) Infine, nel terzo caso: –3.417 +29.681 = +26.264 punti di indice (cioè, +768,63% in termini nominali) +768,63% –100,61% = +668,02% (in termini reali) E’ ovvio che con il “senno di poi” è tutto più facile, ma è evidente che vendere l’indice 8 anni dopo averlo acquistato nel 1985 sarebbe stato sbagliato perché, a fronte di un rendimento reale del +44,36%, chi lo ha comprato quando io lo vendevo (cioè il 01/01/1993) avrebbe potuto rivenderlo esattamente 8 anni dopo con un rendimento reale del +302,23%!!! A posteriori, è allora possibile affermare che nel 1993 avrei… “SVENDUTO” l’indice e NON avrei fatto, in altri termini, un buon affare! Peraltro, se avessi evitato di venderlo anche nel 1993 e avessi atteso altri 8 anni, lo avrei potuto vendere nel 2001 con un rendimento reale del +668,02% (ma in 16 anni e non 8)! Questo banale ragionamento ha però due grandi limiti: è valido SOLO a posteriori (chi poteva avere la certezza di come sarebbe andata la borsa italiana e di quale andamento avrebbero seguito i prezzi al consumo in Italia?); e non tiene conto di come avrei potuto investire i capitali ottenuti dalla vendita dell’indice. Insomma, in materia di finanza non ha senso per NESSUNO raccontare le favole dei “se e dei ma”, o arrogarsi dei meriti particolari per le operazioni effettuate nel passato, specie se si guarda solo ai numeri assoluti e solo a certi numeri. In realtà, in finanza contano solo i fatti al tempo presente: gli arditi paralleli temporali e le esemplificate manipolazioni dei numeri sono destinate ad avere vita breve per gli SMEmorati.
    Risposta:
    A parte gli esempi un po' ridondanti, questo commento coglie un punto importante, che non abbiamo evidenziato nel nostro articolo per mancanza di spazio, e anche perché non è di facile comprensione. Il punto ha a che vedere con la differenza tra rendimenti attesi e rendimenti realizzati. Nel capitalizzare una somma non si dovrebbero utilizzare i tassi di rendimento realizzati, ma quelli che all'epoca ci si attendeva che potessero essere ottenuti sulla somma in questione. Questo punto ha importanza limitata quando si parla di tassi di interesse, mentre è chiaramente molto più importante quando si parla di rendimenti di Borsa. Non solo i tassi di interesse futuri sono abbastanza prevedibili, ma nel caso di specie avremmo potuto ipotizzare che lo Stato investisse l'incasso del 1985 in un BTP decennale, i cui tassi alla scadenza sono perfettamente noti al momento dell'investimento. Come mostrato nella risposta precedente, in tal caso il valore capitalizzato sarebbe stato ancor maggiore di quello da noi calcolato ipotizzando una strategia di investimento in CCT (i cui tassi si sono gradualmente ridotti nel periodo considerato). Se invece ipotizziamo che lo Stato avrebbe potuto reinvestire la somma in titoli di Borsa, il tasso di rendimento atteso che va utilizzato per capitalizzare la somma del 1985 deve includere - oltre al tasso dinteresse - una stima del premio per il rischio sull'investimento in azioni. Questa è una grandezza difficile da quantificare, in quanto varia nel tempo. Tuttavia una stima ragionevole lo pone tra il 2 e il 4 per cento. Come mostrato nella risposta precedente, utilizzando un tasso di rendimento atteso che includa un premio di rischio del 2% per capitalizzare l'incasso del 1985, si perviene ad una somma superiore all'incasso ottenuto con la liquidazione della SME negli anni Novanta.
  • Vendita SME. Il prezzo era giusto?
    Nome: Paolo Scattoni  Data: 09.05.2003
    Alle interessanti argomentazioni aggiungerei la seguente: nel gennaio 1985 De Benedetti comprò la Buitoni-Perugina per 160 miliardi soffiandola all'ultimo momento alla Danone che ne aveva offerti meno. L'ha poi rivenduta alla Nestlè appena tre anni dopo per 1600 miliardi. Come si vede, le imprese possono anche valorizzarsi. E la SME nei dieci anni successivi era stata risanata grazie anche ai manager nominati da Prodi. Un solo commento: provate a pensare a cosa avrebbe rappresentato per l'industria alimentare italiana una multinazionale come la Buitoni-SME guidata da De Benedetti.
  • sme
    Nome: Pier G. Luciani  Data: 09.05.2003
    Aggiungo alle ottime annotazioni finanziarie alcune osservazioni strategiche. La trattativa Prodi/De Benedetti aveva come presupposto l'importante disegno di costruire, sulla base di Perugina-Buitoni una solida conglomerate alimentare italiana, da contrapporre alla invasione di aziende straniere. Questo non per bieco protezionismo, ma per i forti legami fra industria alimentare ed agricoltura. Fallito questo progetto, De Benedetti cedeva la Perugina-Buitoni alla Nestle' ed in seguito anche alcune aziende Sme ( Bertolli ,etc) finivano in societa' straniere.
  • Dubbio...
    Nome: Alessio Sgherza  Data: 09.05.2003
    Da profano di questi argomenti mi chiedo se non sia possibile che anche la privatizzazione 1993-1996 non sia stata "sotto-costo". In questo caso si potrebbe nuovamente pensare che l'intervento della cordata guidata da Berlusconi, pur volendo avere quella funzione "salvifica" (passatemi il termine apocalittico) per il patrimonio statale, potrebbe aver solo ritardato la svendita della SME di dieci anni. Spero di non aver detto una grossa fesseria e magari di avere un commento su questo punto...
    Risposta:
    Il nostro fine non era valutare se "in assoluto" il prezzo fosse giusto. Volevamo solo confrontare le due offerte. Il suo interrogativo - se la vendita del 93-96 sia avvenuta a un prezzo troppo basso - va quindi oltre i fini del nostro lavoro. E' possibile che anche quel prezzo fosse troppo basso? Non lo possiamo escludere, nè lo possiamo affermare. Ma negli anni Novanta le vendite erano fatte con procedure trasparenti e tese a sollecitare la concorrenza tra i potenziali offerenti, per cui è improbabile che lo Stato avrebbe potuto ottenere un incasso maggiore.