Per informatizzare il sistema scolastico italiano si trovano quei fondi che invece mancano per l’aggiornamento degli insegnanti e la ristrutturazione degli edifici. Eppure un recente studio israeliano dimostra che i pc non servono all’apprendimento.
COMMENTI PRESENTI SULLA NOTIZIA
Il computer nuovo nella scuola vecchia
Nome: Fiorenzo FraioliData: 12.03.2003
Ho letto con curiosità questa notizia apparsa su Lavoce.info. Per qualche giorno ho rimosso l'informazione, poi non ho potuto fare a meno di riflettere su di essa. Questo perché, nella mia carriera di insegnante, ho sempre operato al fine di incrementare l'uso dell'informatica nella scuola, e a tutt'oggi continuo ad essere un convinto sostenitore dell'utilità di questo strumento nella didattica. E chiaro, altresì, che l'evidenza sperimentale deve sempre guidare le nostre scelte e correggere anche le convinzioni più radicate. Tuttavia, sebbene non sia mia intenzione contestare i risultati dello studio in questione, anche perché non sono in grado di valutarne l'attendibilità statistica, ho delle obiezioni da esporre.
In primo luogo, io credo che la validità di uno strumento non possa essere valutata in astratto, prescindendo cioè dalle modalità di utilizzo dello stesso. A questo proposito ho sotto gli occhi la situazione della scuola italiana, per la quale non credo sia necessario uno studio statistico per addivenire alla stessa conclusione della ricerca dei due studiosi Israeliani. Anzi, probabilmente l'introduzione dell'informatica nella scuola italiana ha prodotto guasti ben più profondi sul piano dell'efficacia didattica. La ragione di questo misero risultato, a fronte dei consistenti investimenti effettuati, non va però ricercata nell'inutilità o dannosità dello strumento, quanto piuttosto nel modo in cui si è proceduto all'informatizzazione degli istituti.
Si tratta di una questione grave, in cui tutti hanno delle responsabilità: i ministri dell'istruzione che si sono succeduti negli anni, i presidi, le organizzazioni sindacali, gli insegnanti e le stesse famiglie, per non dimenticare i privati. Per questi ultimi, valga come esempio il caso ECDL, la ben nota patente europea del computer, che ai miei occhi si configura come un'operazione di dubbio valore morale, giocata sull'equivoco del pezzetto di carta la cui mancanza potrbbe pregiudicare non si sa bene quali futuri percorsi lavorativi. Mi rendo conto di attaccare tutti, con queste parole, ma i fatti sono sotto gli occhi di tutti, ed è pure ora che qualcuno gridi forte e chiaro che il Re è nudo!
L'informatica nella scuola italiana è un fallimento perché il sistema si è sviluppato senza regole, solo sulla base di continui e crescenti investimenti sollecitati dal basso e quasi mai coordinati in modo organico. E' un fallimento perché a fronte della crescita dei sistemi informatici negli Istituti, ancora non si sa bene chi e perché se ne debba occupare. Queste complesse infrastrutture sono nelle mani del personale non docente (mediamente dei diplomati, ovvero soggetti con cultura equivalente, se non inferiore, a quella degli studenti!!!) e di volenterosi docenti, spesso sballottati da un istituto all'altro. E' un fallimento perché si continua ad insistere su modelli di penetrazione delle competenze informatiche "a pioggia", attraverso la realizzazione di corsi base aperti a tutti (ma proprio a tutti) e non ho notizia, dopo venti anni di storia dell'informatica a scuola, di corsi differenziati per competenze, con chiari percorsi di carriera per coloro che intendano cimentarsi veramente con l'innovazione. E' un fallimento perché tali corsi continuano a dispensare attestati di partecipazione, e mai, sottolineo MAI, sono previsti esami di effettiva verifica delle competenze acquisite. Vorrei sottolineare, a tal proposito, l'assurdo per cui, da parte degli operatori del sistema scolastico, ci si assume la responsabilità di bocciare degli alunni, e non si è disposti a sottostare alle stesse regole di selezione.
Abbiamo accennato al fatto che volenterosi docenti (spesso sballottati da un isttituto all'altro) si sono fatti carico di implementare i sistemi di comunicazione in molte scuole (così mi piace chiamare i sistemi informatici). Magnifico esempio di passione per il proprio lavoro. Cosa fa la signora Moratti per costoro? Si inventa il piano di formazione nazionale, indirizzato al personale che, nelle scuole, si dovrà occupare delle infrastrutture di comunicazione. Corsi dilivello A, B e C, indirizzati a chi? A tutti, ovviamente! Con quali chiari percorsi di carriera? Carriera? Cosa è questa parolaccia? Iscrivetevi a vostre spese, poi si vedrà. Milioni di euro, intanto, passano dalle casse dello stato a quelle stesse società che hanno curato i FAMIGERATI corsi di abilitazione per i docenti precari. Noi paghiamo (due volte, con le tasse e di tasca nostra) e loro finanziano i loro amici! Il metodo è lo stesso dei corsi ECDL (visto che hanno avuto successo...), iscriviti, perché forse un giorno il pezzetto di carta ti servirà per.....cosa? A cosa serve questo pezzetto di carta acquisito attraverso corsi on-line ai quali si può partecipare mentre si naviga per i fatti propri?
In tutto questo marasma, cosa accade sul campo? Sul campo è il disastro. Praticamente ogni scuola possiede almeno un laboratorio di informatica ( e già il nome la dice lunga: cosa è un laboratoriuo di informatica?), dove è istruttivo entrare in modo inatteso per osservare quello che vi succede. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di luoghi di ricreazione. I ragazzi navigano (sito porno, giochi on-line) mentre il docente (o il complice ITP) si fa i fatti suoi ( se pure è presente). Sorprende allora il fatto che l'informatica non abbia ricadute didattiche? Sarebbe strano il contrario. L'infrastruttura di comunicazione (alias laboratorio di informatica) offre supporti per la didattica? MAI! Nella maggior parte dei casi vi è un accesso condiviso a Internet e basta. Serve un proiettore? Il proiettore c'è, ma ci vuole una mezz'ora per metterlo in funzione.
Manca l'organizzazione. Mancano percorsi chiari di carriera per coloro che vogliono cimentarsi con il difficile e impegnativo compito di gestire l'innovazione. Manca una chiara struttura gerarchica in grado di selezionare le persone giuste per le divcerse responsabilità. Ognuno fa quello che vuole con computer ultimo modello acquistati in omaggio alla moda dell'informatica nella scuola. Gli acquisti. Chi gestisce la politica di spesa per l'informatizzazione degli istituti? Ovviamentte il consiglio di istituto. Ovviamente! Omaggio alla democraticità delle istituzioni scolastiche. Roba da far rimpiangere la monarchia. Nel frattempo l'entusiasmo iniziale, che aveva concentrato sulle nuove tecnologie l'attenzione ti tanti operatori appassionati e capaci, volenterosi e mai pagati, va scomparendo. Alé, usiamo i laboratori di informatica (sic!) per fare i corsi ECDL, apriamo la corsa agli attestati di partecipazione ai corsi on-line, gridiamo tutti insieme "a Mosca a Mosca" come le sorelle di Checov. Sono felice, estremamente felice che qualcuno abbia finalmente detto che questa informatica non va. E sono d'accordo con le conclusioni degli israeliani, senza bisogno di fare un'indagine statistica: le nuove tecnologie nella scuola sono un totale completo fallimento. O ne facciamo a meno, oppure cambiamo radicalmente strada e torniamo alla carta.
Risposta:
Mi trovo perfettamente d'accordo con tutti quello che il Prof. Faioli dice: piu' che obiezioni al mio ragionamento, mi sembrano argomenti ulteriori che inducono a riflettere due volte (e forse anche piu' ) prima di sposare una politica di informatizzazione della scuola basata solo sulla parola d'ordine demagogica "un computer in ogni classe". Come sottolinea molto bene il Prof. Faioli, grazie anche alla sua esperienza diretta, servono tante altre cose oltre al computer perche' l'investimento sia efficace. E se queste cose non vogliamo o non possiamo farle, allora forse e' meglio spendere il denaro pubblico in altro modo.
A. Ichino
Pc e motorini
Nome: Luca CifoniData: 06.03.2003
Premesso che il discorso sulle priorità di spesa è molto sensato, così come è ragionevole guardare senza tabù alle evidenze empiriche, mi sembra che l'accostamento tra uso del pc e uso dell'auto/motorino risenta di un eccessivo gusto del paradosso.
Solo un'obiezione, volutamente semplicistica: in un cv (e di converso in un'offerta di lavoro) il ruolo delle competenze informatiche è quasi sempre rilevante, salvo per mansioni molto elementari. Mentre lo è molto meno la patente, o lo status di "automunito".
Risposta:
Se ricordo bene, perfino in Israele muoiono piu' persone in un anno per incidenti stradali che per fatti di terrorismo. In Italia la situazione non e' certo migliore per quel che riguarda la sicurezza stradale. Perche', allora, la scuola pubblica dovrebbe investire risorse nel migliorare le prospettive di impiego dei cittadini e non nel migliorare le loro prospettive di vita?
Aver trovato un lavoro grazie alle competenze informatiche contenute nel CV per poi morire in un incidente stradale non e' un gran risultato. Chiaramente, il parallelo tra computer e motorino e' un poco estremizzato "to make the point". Ma piu' ci ripenso, anche alla luce del suo commento, e piu' mi convinco che una seria educazione stradale (intesa proprio come lezioni di guida) fatta ai teenagers nella scuola potrebbe avere un effetto considerevole sugli incidenti. Quindi un effetto considerevole sul nostro benessere complessivo.
Infine, il ruolo della competenza informatica in un CV e' sicuramente importante per trovare lavoro, anche perche', trattandosi di competenza non comune a tutti, segnala indirettamente abilita' che vanno oltre l'informatica in senso stretto. Ma se la patente non l'avessero praticamente tutti, forse, per lo stesso motivo, troveremmo nei CV anche
informazioni sulla competenza al volante (o al manubrio).
A. Ichino