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Nuove idee per salvare il calcio

di Carlo Scarpa, Categoria Sport, Data 11.02.2003
Organizzare la serie A con 40 squadre farà probabilmente lievitare gli stipendi dei giocatori; per ridurre gli stipendi occorre giocare di meno. E se invece si introduce un tetto agli stipendi, si rischia di perdere i migliori a vantaggio degli altri paesi. Mentre dall’estero arrivano nuove idee…
COMMENTI PRESENTI SULLA NOTIZIA
  • calcio
    Nome: Mario  Data: 21.02.2003
    Non sono in sintonia con quanto espresso dall'esimio professore Scarpa. Prima di pensare a come aumentare i fatturati sulla scorta del modello inglese bisogna calmierare gli ingaggi di giocatori modesti che dopo un goal vengono subito considerati campioni. La chiusura del suo articolo con il forzato e gratuito riferimento ai conti in rosso della Fiat stride con la riconosciuta avvedutezza della gestione finanziaria e patrimoniale della Juventus.
    Risposta:
    Quanto alla Juve, non avevo in mente lei, ed è vero che è una delle squadre che sembrano gestite in modo meno "allegro". Ma il parallelo tra la Fiat ed altre squadre putroppo resta... Sul pagare troppo i calciatori, il problema è che molte volte se non li paghiamo una certa somma, ci sono altri (in altri paesi) che sono disposti a pagare quella somma; non abbiamo il monopolio del (poco) buon senso, e comunque i calciatori vengono pagati su quello che ci si aspetta che facciano, senza certezze di alcun tipo. E allora? Forse avere remunerazioni variabili, commisurate al rendimento effettivo, sarebbe una buona soluzione, con due problemi. Come si misura il rendimento di un giocatore indipendentemente dalla squadra, dall'allenatore, ecc.? E poi, se uno viene pagato se gioca (e se gioca bene), a questo punto non so come un allenatore potrà gestire la propria rosa con un minimo di tranquillità. Infine, ringrazio per l' "esimio" - non vorrei che anche in questo caso si scambiasse un brocco per un campione... Cordiali saluti Carlo Scarpa
  • Inghilterra e Italia
    Nome: Alessandro Brandoni  Data: 21.02.2003
    Credo che per fare paragoni fra Inghilterra e Italia è necessario essere molto cauti per le molte differenze che esistono fra le nostra realtà e quella d'oltremanica. Inannzitutto le squadre inglesi godono di due vantaggi non indifferenti: sono tutte proprietarie del proprio impianto di gioco e operano in un mercato del merchandising non drogato dai falsi. Questo vuol dire per quanto riguarda la questione degli stadi sia la possibilità di mettere a bilancio fra le immobilizzazioni anche beni non soggetti a svalutazioni pesanti, come capita invece italia con i soli calciatori nell'attivo, sia di poter disporre di spazi capaci di generare utili tramite la loro destinazione a esercizi commerciali. La mancanza di un mercato dilagante di merchandising contraffatto garantisce, poi, alle squadre inglesi maggiori ricavi dai prodotti con il proprio marchio. Tuttavia la forte presenza di contraffattori nel nostro paese credo sia dovuta sia alla mancanza di persecuzione per questo tipo di reato sia all'italica benevolenza con cui viene accettata dal pubblico la contraffazione di marchi, benevolenza inconsciamente masochista dei tifosi visto che si rivolge contro la squadra da loro amata. Per concludere volevo far notare che nel calcio inglese pur non essendo presente un salary cap molte squadre decidono di non destinare agli stipendi dei calciatori cifre maggiori agli introiti del club, esempio di tale attggiamento il Manchester United che negli anni ha mantenuto un monte stipendi limitato, in rapporto alle squadre italiane, tenendo conto del valore della rosa dei red devils.
    Risposta:
    E' vero che i paralleli "affrettati" richiederebbero sempre approfondimenti che un breve articolo "da giornale" non può fare. D'accordo sul merchandising - ma se alla contraffazione, che punta su prezzi molto più bassi dell'originale, resistono anche gli stilisti più (inutilmente) costosi non vedo perchè non dovrebbero resistere anche le squadre di calcio (i cui gadget spero costerebbero meno di certe "griffe"). Quanto alla proprietà degli stadi, vero. Ma perchè le società di calcio italiane non si costruiscono i loro stadi, se questo è il problema? Sospetto che una componente importante sia l'abitudine italiana a ritenere che "ci deve pensare lo Stato" (o comunque qualche organismo pubblico), ma in ogni caso non mi risulta che sia mai stato impedito a una società di calcio di costruire uno stadio. Ovvero: la differenza a cui fa riferimento è una scelta delle società, che non hanno effettuato questi investimenti, e non un "dato". Cordiali saluti Carlo Scarpa
  • Il calcio come bene simbolico
    Nome: Antonio Floridia - IRPET – Istituto regionale per la programmazione economica della Toscana - Firenze  Data: 18.02.2003
    Il cosiddetto decreto “salva-calcio” ha suscitato, com’era prevedibile, numerose reazioni, spesso ispirate da una sacrosanta indignazione. Lasciando da parte qui i vari profili normativi che un tale provvedimento contiene e la sua incompatibilità con le regole dell’UE (su cui già il commissario Monti ha richiamato l’attenzione), riflettere su questo decreto può essere l’occasione per analizzare più da vicino alcuni aspetti della logica economica che ispira i comportamenti degli attori coinvolti: ché, come hanno scritto Szymanski e Valletti, in un intervento dell’agosto scorso su lavoce.info, “il calcio è un affare serio”. Il decreto in questione presume di rimediare ad un fenomeno di crisi finanziaria precipitata nell’estate scorsa: il crollo delle “quotazioni di mercato” dei calciatori e, quindi, la pesante svalutazione del patrimonio delle società di calcio. Grandi calciatori come Nesta e Cannavaro, o lo stesso Ronaldo, hanno cambiato squadra sulla base di parametri economici fortemente ridimensionati rispetto a quelli che, anche solo un anno prima, avevano ad esempio portato al trasferimento di Zidane per oltre 120 miliardi di lire o di Rui Costa per 85 miliardi. Come mai? Le ragioni sono note e varie, ma risalgono essenzialmente ad una clamorosa sovrastima delle pay-tv sulle reali dimensioni della domanda che si sarebbe rivolta al nuovo prodotto televisivo. Le pay-tv hanno anticipato cifre ingenti e i club, per la loro parte, hanno subito impegnato (e sperperato) gli introiti ricevuti. Ne è derivata una crisi di liquidità che ha di fatto paralizzato il calciomercato e che ha abbassato le quotazioni dei calciatori, costringendo quanti dovevano comunque vendere ad accettare cifre considerevolmente più basse. Da qui, un’altra conseguenza sui bilanci: se prima si giocava sulle “plusvalenze” fittizie e collusive (scambiamo due calciatori, li sopravvalutiamo rispetto al precedente prezzo di acquisto, e così possiamo segnare entrambi un guadagno), si è caduti poi nella trappola delle “minusvalenze”: le società non potevano più “realizzare” sul mercato quei valori inscritti precedentemente in bilancio alla voce “calciatori”. Da qui è nata l’idea del decreto “spalma-debiti”: ora si potrà rivendere anche “sotto-costo”, distribuendo negli anni le perdite. Ma è evidente che si tratta solo di un artificio contabile: servirà forse nell’immediato a “sbloccare” il mercato, ma le ragioni strutturali che producono debiti e disavanzi rimangono intatte. A questo punto, come “salvare” il calcio? Carlo Scarpa, nel suo recente intervento su lavoce.info, boccia giustamente molte idee balzane partorite in queste settimane, e propone il ricorso ad un “merchandising aggressivo” come una delle possibili risposte. Non c’è dubbio che questa sia una via da perseguire e che dall’estero vengano esempi significativi di allargamento della “filiera” che ruota attorno al calcio. Così come è indubbio che esistano molti spazi per recuperare efficienza di gestione: basti pensare non solo ai contratti dei calciatori, ma anche ai costi di intermediazione che caratterizzano il calcio mercato e alle vaste “corti” parassitarie che hanno prosperato attorno alle società. Tuttavia, si può dubitare che questo, da solo, possa bastare. Piuttosto, occorre riflettere su un altro dato, cui si richiamava Guido Ascari in un altro intervento apparso su lavoce.info: “un club di calcio non è un’azienda normale”. Ossia, le società di calcio possono realisticamente pensare di trovare in sé un sano “equilibrio” economico? Qualcuna può anche riuscirci: può farlo forse un grande club come la Juventus, che ha un grande “bacino” di tifosi; possono farlo altre società “minori”, che puntano sulla valorizzazione dei propri vivai. Ma, in genere, si deve piuttosto affermare che sono molte le ragioni che inducono a considerare il calcio come un settore congenitamente “deficitario”. Credo allora che si debba assumere un altro punto di vista: gli investimenti rivolti ad una società di calcio (o meglio, il costante supporto finanziario esterno necessario a “ripianare” spese e debiti) non trovano forse una propria razionalità al di fuori di un puro calcolo economico? E l’indebitamento delle società di calcio non può essere allora considerato come una sorta di investimento, la cui effettiva “redditività” e la cui “convenienza” va cercata e misurata altrove? Sarebbe necessaria qui una classificazione accurata delle varie figure imprenditoriali che operano nel settore. Schematizzando, se ne possono individuare almeno tre: da una parte, per alcuni presidenti, la logica del mecenatismo non sembra affatto obsoleta (potere, prestigio, ma anche consenso politico….: una logica pericolosa, peraltro, essendo l’effetto-boomerang sempre incombente); dall’altra, per alcuni imprenditori (o faccendieri), concreti interessi nell’area territoriale di riferimento, in una logica di scambio politico con i poteri locali (anche con incredibili fenomeni di “mobilità”: si pensi al caso di Zamparini che vende il Venezia e trasborda a Palermo, dove si accinge ad aprire una serie di nuovi ipermercati); per altri ancora, infine, la ricerca di importanti e positive “sinergie” di immagine per il proprio core business. La logica che ispira quest’ultima tipologia mi sembra quella destinata ad avere una crescente fortuna, quella che forse potrà veramente “salvare” il calcio. Il recente ingresso di un imprenditore di rilievo come Della Valle nel mondo del calcio assume perciò, da questo punto di vista, un valore paradigmatico. Oltre a cogliere una situazione favorevole (la possibilità di ripartire da zero con una nuova società e i bilanci sani), non c’è dubbio che abbia pesato il grande “ritorno” di immagine dell’operazione “nuova Fiorentina”: l’associazione di idee tra Firenze e la moda, tra Firenze e l’industria del lusso e dell’eleganza, è apparsa evidentemente come un’accoppiata vincente. A Firenze, qualcuno ha lamentato la latitanza degli imprenditori “locali”; ma, in effetti, per Firenze, l’arrivo di Della Valle rappresenta un successo: il segno di una capacità di attrazione di investimenti “stranieri” che la città mostra di saper esercitare. Un caso da manuale, per gli studiosi di marketing territoriale. “Vittorio, frugati”, invocava disperata la curva Fiesole, ai tempi di Cecchi Gori: e Vittorio, in effetti, si “frugava” in tasca, male e pasticciando, finché non ha trovato più nulla…. Altri presidenti continuano a frugarsi, salvo ora cercare improbabili scappatoie legislative e fiscali: ma ciò che li può veramente salvare, e con loro salvare il calcio, sono solo dei veri progetti imprenditoriali, al cui interno il calcio sia solo una delle componenti strategiche. Il calcio è un fenomeno sociale che non morirà, e non solo per la bellezza del gioco, ma perché si rivela una fonte inesauribile di immagini, suggestioni, mitologie. E nell’era dell’economia dei beni simbolici e immateriali, forse solo così esso potrà ritrovare una propria razionalità economica.