Probabilmente più che in ogni altro paese sviluppato, in Italia l’impresa coincide con un nucleo familiare, che lo gestisce ed è proprietario della totalità o almeno della maggioranza nel capitale azionario. Ciò innanzitutto perché in Italia le piccole e medie imprese sono molto più numerose che altrove (in rapporto alle grandi imprese); e nella piccola e media impresa la scala degli investimenti e delle capacità manageriali sono ancora tipicamente alla portata di un nucleo familiare. Tuttavia in Italia...
Alla base del modello distrettuale, del suo successo e della sua sostenibilità economica, ritroviamo precondizioni sociali, istituzionali e culturali non riproducibili sul breve periodo. Prendere atto di tali precondizioni, e quindi della centralità dei cosiddetti fattori immateriali, significa accettare la non riproducibilità per decreto delle aree distrettuali e soprattutto di percorsi di sviluppo caratterizzati da mix regolativi fragili ed instabili. La frustrazione derivata dalla volontà di conciliare meccanicisticamente l'area meridionale del paese al modello distrettuale ben esemplifica i possibili fallimenti di una programmazione ingenua. Porre l'accento sulla centralità esplicativa dei fattori immetriali dello sviluppo mi porta ad articolare brevemente una considerazione più generale; lavoce.info è drammaticamente priva di qualsivoglia sensibilità disciplinare utile a problematizzare e complessificare maggiormente un concetto di sviluppo che invariabilmente assume connotazioni economiciste.Gran parte delle problematiche affrontate risentono di un approccio unidimensionale anacronistico e avviluppante espressione di una cultura tecnica dimostratasi fallimentare.
L'argomento di questo articolo è molto interessante, ringrazio entrambi gli autori e saluto il Prof. Pagano. In effetti, alla fine degli anni '80/inizio anni '90 si parlava moltissimo del modello della piccola azienda familare italiana, e vigeva lo slogan "piccolo è bello": presumo che fossimo nella fase di massima espansione di questo modello, seguendo la tesi dei due autori, esatto? Per questo motivo, io, fresco laureato all'allora Dipartimento di Economia dell'Istituto Navale di Napoli, decisi di iscrivermi alla scuola del Prof. Fuà, che studiava il modello dei distretti industriali marchigiani e formava i propri allievi con progetti "direttamente sul campo". Sono convinto di aver fatto la scelta giusta, anche se al momento lavoro in una grande azienda, perchè ritengo tuttora che la piccola impresa sia molto più "professionalizzante". Credevo fermamente e credo tuttora che la crisi che ormai da tempo coinvolge il nostro paese potesse essere superata con un modello di integrazione di tipo "distrettuale": in alcuni casi questo modello ha funzionato, non riesco a spiegarmi perchè finora non si sia potuto applicare su larga scala nel nostro paese, avreste un'opinione in proposito? Secondo voi c'è tempo per un'"inversione di rotta"? Ritengo che, per quanto riguarda la grande impresa, il vostro articolo esprima un punto di vista condivisibile: il modello familiare deve essere superato con un modello ad azionariato diffuso. Ma il 95% delle imprese italiane non sono grandi, ed io personalmente credo che se l'Italia non applicherà su ampia scala la lezione appresa con i distretti industriali disperderà tutto il proprio patrimonio imprenditoriale, vanificando le possibilità di crescita economica che a mio parere ancora esistono e le prospettive di crescita professionale dei propri giovani.