Insegnanti più esigenti ottengono dai propri studenti risultati mediamente migliori. Lo confermano anche analisi empiriche: gli apprendimenti medi nelle classi dove vengono applicati criteri più rigidi superano anche del 20 per cento i valori registrati laddove gli standard di valutazione sono piuttosto generosi. E basta guardare alla poco confortante dinamica della produttività del lavoro per convincersi dell'urgenza di reintrodurre, a scuola come nel mercato del lavoro, processi di valutazione fondati sul merito e sull'effettiva competenza.
Il buon maestro non è severo, è giusto, è serio quando occorre, è umano, quando occorre, e soprattutto non riduce i suoi alunni ad un voto..Anche un buon professore è giusto, è serio quando occorre, è umano, quando occorre e non riduce i suoi alunni ad un voto. La severità da sola non è una risposta, come non è una risposta il buonismo. La serietà è una risposta.
Da docente che insegna da quasi 25 anni, presso istituti tecnici e da Ingegnere che svolge attività professionale, concordo che una maggiore severità di giudizio comporta migliori risultati da parte degli allievi, perchè lo stimolo all' impegno innalza i livelli di apprendimento e le competenze; naturalmente il modello per poter funzionare ha bisogno di docenti preparati, motivati e stimolati all' aggiornamento continuo delle competenze e questo non si fa con le limitate risorse messe a disposizione o con un' autonomìa organizzativa della scuola, se il livello di preparazione dei docenti è mediocre. Credo anche che la realtà del paese non aiuti lo studente medio, a convincersi che l' impegno e le competenze siano indispensabili per il conseguimento di posti di lavoro ben retribuiti e di qualità; a ciò contribuiscono naturalmente sia le istituzioni, dove spesso gli incarichi di responsabilità sono affidati a persone prive di qualità, assunte solo per raccomandazione, sia le imprese e/o i singoli imprenditori, che spesso assumono diplomati e laureati con livelli retributivi e compiti lavorativi piuttosto modesti e comunque di gran lunga al di sotto delle competenze acquisite.
L'università a mio parere non dovrebbe avere facoltà anumero chiuso; in quanto che frequentano la scuola non vi sono solo i cosidetti f"igli di papà"ma anche altre persone con il tenore di vita più basso e magari che lavorano, anche questi hanno diritto all'istruzione o no? Meditate gente Meditate..........
Trovo che qualunque studio statistico o di altro tipo circa la relazione tra severità di giudizio e qualità del percorso educativo sia condannato a rimanere un puro esercizio teorico. Sono dell’idea che cambiare i metodi o la mentalità di un corpo docente mediamente anziano, selezionato malamente per decenni, e da tempo privato completamente di ogni stimolo e dignità professionale sia, in fin dei conti, impossibile. Cioè: il miglior studio del mondo, dai risultati più chiari e univoci della storia, non sarebbe stimolo sufficiente per indurre i docenti a cambiare metodi di valutazione nel medio periodo. Sempre ammesso che sia politicamente possibile, in quell’ipotetico momento, immettere uno stimolo del genere nel delicato sistema scuola. Trovo dunque che gli stimoli debbano passare per ben altri soggetti; soggetti che non siano ancora completamente impastati con le logiche all’ italiana (troppo spesso insegnate proprio a scuola), che siano ancora da formare e possano eventualmente portare in pochi anni una ventata di cambiamento nel sistema educativo e nel paese. In poche parole il problema che potrebbe portare i maggiori frutti, se risolto, è secondo me questo: come stimolare i ragazzi senza perdere ulteriori energie nel tentare di farlo fare al corpo docente? Partendo dalle istituzioni insomma. Un problema complesso, più strade da vagliare. La mia opinione è che: - lo strumento promozione/bocciatura è ormai obsoleto. Troppe ingerenze delle famiglie, troppe scappatoie, troppa poca convenienza per un docente perseguire con strumenti così duri il fine educativo. Al suo inutilizzo corrisponde però il persistere della forza dei suoi effetti negativi: la ribellione al sistema. La ribellione dei ragazzi alla educazione deriva da una costrizione che non capiscono e che li minaccia costantemente (la bocciatura appunto). - Quindi garantire il titolo per mezzo soltanto di frequenza e condotta rispettosa. MA giudicare! giudicare! giudicare! Se non si è aperto un libro, allora sull’ attestato scolastico ci sarà stampato un bell’ “1”; se è il contrario un bel “10”. Qualcosa che il mondo fuori dalla scuola, le aziende e le istituzioni possano giudicare , e che inciti il ragazzo a competere, non a galleggiare. - Usare finalmente gli strumenti statistici per controllare anche il corpo docente: i voti sono un strumento del professore, ma uno strumento rigoroso, non creativo. Le anomalie (voti troppo alti o troppo bassi, utilizzo di soltanto una parte dei voti a disposizione) vanno sistematicamente individuate e riportate nella normalità. - Test a livello nazionale come in tanti altri paesi. Sia per controllare i docenti che per dare strumenti di valutazione ulteriori. Gli ultimi due punti risolverebbero anche il problema “meglio più severi o più morbidi nel giudizio?”; un modus per tutti, e uno solo.