Il presidente del Consiglio presenta la "sua" proposta sulla riforma delle pensioni. Sarebbe un vero peccato se vertesse soltanto sullo scalone, che pure si può ammorbidire. A patto di saper progettare il futuro e di riaffermare il metodo contributivo, il punto forte della riforma del 1995. E l'unico in grado di garantire al tempo stesso sostenibilità finanziaria ed equità tra le generazioni. Essenziale perciò approvare subito i nuovi coefficienti di trasformazione. Altrimenti si torna a un sistema pensionistico governato dalla discrezionalità politica.
L'evidente disparità di trattamento tra lavoratori autonomi, lavoratori dipendenti e dipendenti donne, nel caso essi abbiano diritto a pensione alla stessa età, con medesima anzianità contributiva e di lavoro effettivo (pari o superiore a 40/41 anni), con uguale ultima retribuzione ed identico montante contributivo rivalutato finale, porta all'incostituzionalità del decreto in oggetto e della relativa legge di conversione n. 417 del 27/11/2001, laddove impedisce, ai soli dipendenti uomini, di accedere al pensionamento secondo il metodo ed il sistema di calcolo contributivo. Faccio l'esempio che mi riguarda: nel 2011, a 59 anni anagrafici e con 41 anni di contributi, avrei diritto ad una pensione contributiva di € 85.000 lordi annui (pari al 5% del montante di € 1.700.000), ma andrò a percepire € 47.560 lordi, cioè praticamente la metà (ma non era più favorevole il retributivo?). In alternativa alla dichiarazione d'incostituzionalità sono possibili, a mio parere, diverse strade, senza considerare, adesso, le pensioni di riversibilità: 1) la restituzione dei contributi versati in eccesso; 2) la riapertura dell'opzione di scelta tra contributivo e retributivo; 3) un extra-rendim..