Il presidente francese ha ripetutamente criticato la Banca centrale europea durante la campagna elettorale: l'intuizione era giusta, ma sbagliato il bersaglio. Il problema è la mancanza di trasparenza della Bce, non le sue decisioni sui tassi di interesse. La trasparenza è alla base di quell'indipendenza ormai ritenuta indispensabile per attuare una buona politica monetaria, come hanno capito in molti paesi. Sarkozy dovrebbe usare la sua influenza per costringere la Bce a seguire quegli esempi. Si prenderebbe così anche una sottile vendetta.
Con l’euro abbiamo accettato il cambio fisso della moneta all’interno dei paesi europei più sviluppati, rinunciando quindi sia alla politica monetaria che al ruolo stabilizzante di un regime a cambi variabili, con grande plauso dei partner europei in primis della Germania che sono stati sempre infastiditi dalle continue svalutazioni della nostra moneta. È chiaro, che il cambio fisso richiede una politica di bilancio condivisa da tutti i paesi partecipanti, ha prevalso la strada di fissare dei parametri da rispettare sia sul debito che sul disavanzo, ciò perché si voleva tutelare la moneta al fine di controllare l’inflazione, invece che la tutela dell’occupazione e della crescita del pil europeo. L’Italia parti con un debito pubblico di oltre il 100% del pil e con un arretramento di infrastrutture ed opere pubbliche nei confronti degli altri paesi dell’area euro, si era in presenza di un paese che aveva bisogno di tutto, meno che di avere una moneta forte, forse doveva in modo “spietato” far pagare all’estero i suoi squilibri e poi fare il passo verso la moneta unica (una svalutazione della moneta del 50% avrebbe fatto crescere il pil, avrebbe provocato un aumento generale dei prezzi riducendo quindi il valore reale del debito pubblico, lo stesso debito sarebbe aumentato solo degli interessi, quindi il rapporto D/PIL sarebbe sceso al 70%, naturalmente si poteva rischiare una crisi finanziaria come quella dell’argentina? Ciò però non avvenne nel 1992 con una svalutazione di oltre il 40%). Il governo ha scelto la via di entrare subito nell’euro e quindi siamo stati costretti a rispettare i parametri obbligatori previsti. Tali parametri sono stati più gravosi per le economie che si sono presentate all’euro con i dati non in ordine e tra queste l’Italia, che in ogni anno ha attuato politiche di bilancio al fine di rispettare con grande difficoltà il parametro del 3%, non si poteva pensare che avrebbe ridotto anche l’enorme peso del debito pubblico. Poi anche i tassi, si è detto che con l’entrata nell’euro, il paese avrebbe goduto di tassi più bassi e quindi si avvantaggiava il paese con il debito più alto. Ma anche questa affermazione si è rilevata infondata, in quanto se si vuole creare una moneta forte il suo tasso è più alto delle altre. In questo scenario il nostro paese con i vincoli dei parametri non ha potuto fare nemmeno le opere pubbliche necessarie per recuperare l’arretramento infrastrutturale nei confronti degli altri paesi europei. Cosa fare quindi? Si sta levando una campagna di scudi contro il dirigismo della Bce che avendo come compito quello di controllare l’inflazione è contraria ad una politica monetaria espansiva per svalutare l’euro, ciò è possibile in quanto la Bce è svincolata dai governi dei singoli paesi. Secondo me sposterei il problema alla data dell’ingresso nell’euro, sicuramente è stato un passo affrettato e non si è fatto pesare agli altri partner che era impossibile rispettare i criteri previsti, si doveva subito riallineare le economie in fatto di debito pubblico creando delle obbligazioni europee che dovevano assorbire i debiti pubblici oltre le soglie del 50/60 %. Tali obbligazioni europee dovevano essere rimborsate da tutti i paesi, in rapporto al pil prodotto da ogni paese, in tale modo tutti partivano con lo stesso debito e quindi la regola del 3% non serviva in quanto si doveva obbligare il pareggio. In alternativa invece di fissare i parametri attuali che non permettono la crescita dell’economie più indebitate si dovevano utilizzare dei parametri che tenevano conto dell’occupazione e del reddito procapite di ogni cittadino e del ritardo delle infrastrutture, in modo tale che si potesse permettere sforamenti al bilancio per investimenti pubblici, o misure di agevolazioni alle imprese per l’incremento dell’occupazione ed infine misure fiscali (ad esempio l’iva sociale con opportune modifiche) destinate alla riduzione dei contributi statali sui dipendenti che a parità di costo per l’impresa permetta l’aumento del reddito spendibile. Ciò non è stato fatto ieri, però non è detto che non si possa fare oggi, rimettendo in discussione sia i poteri della Bce che la creazione di queste obbligazioni europee o la fissazione di nuovi parametri. Ma vi è di più la Bce dovrebbe mettere a disposizione di ogni stato membro a cui venga riconosciuta una carenza di infrastrutture, dei prestiti per colmare tale squilibrio. In tale modo la produttività di ogni paese cresce e chi ne guadagna è il sistema Europa che risulterà più competitivo nei confronti del resto del mondo (tale motivazione dovrebbe essere sufficiente a superare il problema che si pone nel resto dell’Europa, ossia perché pagare i debiti dei paesi più indebitati?). Se l’Europa deve essere unita, non lo può essere solo con la moneta, in tale modo è come mettere la “camicia di forza” all’economia nazionale più debole. Continuare con la politica attuale, l’Italia diventerà in Europa il paese più povero (se c’era il cambio variabile, non vi sarebbero stati squilibri nella bilancia dei pagamenti, invece con il cambio fisso, lo squilibrio deve essere eliminato con la diminuzione dei redditi interni, data la rigidità dei prezzi al ribasso), le nostre aziende più sane o con più mercato verranno comperate dall’estero e l’Italia sarà in Europa come il mezzogiorno oggi è in Italia, si vivrà di sussidi da parte dei restanti paesi, è naturale che vi sarà da parte dell’economia più produttiva del nord un tentativo di sganciamento della restante parte dell’Italia. Quindi se lo spirito europeo non prevale su tutti i paesi, all’Italia non rimane altro che uscire dall’Europa e dall’euro riconquistando quindi tutti i benefici della politica monetaria utilizzando la lira pesante oppure in alternativa unirsi all’America, anche con il cambio fisso con il dollaro o utilizzando il dollaro invece della lira, perché in tale modo anche noi sfrutteremo l’attuale politica americana, che con un dollaro basso sta curando i propri mali. Se invece del cambio fisso euro, all’epoca l’Italia si agganciava al dollaro oggi i nostri prodotti in esportazione costavano il 40% in meno con un notevole incremento del pil. Non riesco a vedere un’altra via di uscita, si parla di crescita del pil dell’Italia, ma ciò è sbagliato si deve parlare di crescita del pil europeo, e l’unico modo per farlo crescere è unire l’economia dell’Europa. In Italia si parla di ridurre le imposte e ridurre le spese, ma ciò non produce l’effetto dell’aumento del pil, si è vero che con la riduzione delle imposte e delle spese vi è un arretramento dello stato dall’economia e quindi le imprese private che dovrebbero essere più efficienti saranno in grado di gestire meglio le risorse finanziarie, ciò sicuramente aiuta ma non risolve il problema alla radice come anzi citato.