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La disuguaglianza che arriva dal commercio *

di Paul Krugman, Categoria Internazionali, Data 15.06.2007
Oggi non è più possibile affermare che gli effetti del libero commercio sulla distribuzione del reddito nei paesi ricchi sono minimi. Al contrario, con lo sviluppo della Cina e la crescente frammentazione della produzione, si può sostenere che sono notevoli e crescenti. Non vuol dire che si devono abbracciare le tesi del protezionismo. Significa, però, che i fautori del libero commercio devono trovare risposte migliori alle ansie di coloro che molto probabilmente si troveranno dalla parte perdente della globalizzazione.
COMMENTI PRESENTI SULLA NOTIZIA
  • mettiamo in ordine....
    Nome: Gianmarco Gabrieli  Data: 19.06.2007
    Mi dispiace constatare l'errore commesso da Krugman: la disuguaglianza non arriva dal commercio ma è preesistente allo stesso. Il commercio è una attività di scambio di merci/servizi per ottenere altri beni perchè il nostro lavoro nasce frammentato, dato che come individuo non nasco con capacità agricole, venatorie etc.. Il commercio nasce come soluzione "pratica" a tale diseguaglianza, non ne ha la funzione di appianarla, né di risolverla , anche se di sicuro la accentua. Ma quello che più conta è che la diseguaglianza di reddito non è di per se negativa, se per entrambi per le parti si può verificare l’incremento di reddito, che è esattamente quello che sta succedendo. Giocando con la teoria della relatività: è come se i due treni stessero procedendo a velocità diverse, ma nello stesso senso; non dobbiamo fermarci a criminalizzare la differenza di velocità, né cercare di rallentare il treno più spedito, semplicemente concentriamoci su come velocizzare quello più lento.
  • Sovvenzioni e diseguaglianze
    Nome: giuseppe  Data: 19.06.2007
    Un dotto articolo sul Sole24ore di un paio di anni fa di Mario Sarcinelli raccontava che gli aiuti del governo USA a 2.500 famiglie di grandi produttori di cotone Americani (che avrebbero potuto facilmente riconvertire la propria attività) metteva fuori mercato il cotone prodotto nella fascia sub-saharariana causando la povertà di 15.000.000 di persone, escludendole dal libero mercato. Da allora nulla è cambiato, purtroppo. Considerazioni analoghe si potrebbero fare per gli aiuti ai produttori Europei. Nulla è perfetto, ma il libero mercato ha bisogno di tempo e soprattutto di essere veramente libero e corretto, per contribuire a migliorare le condizioni dei paesi poveri.
  • Commenti
    Nome: Bernardo  Data: 19.06.2007
    Carissimi, se è vero che lo sviluppo economico portato dall'hi-tech ha tra i suoi by-product l'aumento dell'ineguaglianza distribuito (come sostiene Krugman), è anche vero il contrario. Certo, i signori IBM, Intel ecc. fanno fortune mentre il silicio lavorato in Asia non fa che mantenere bassi i salari medi dei PVS. Ma è anche vero che se outsourcing e delocalizzazione non venissero effettuati, oltre alla moderna diseguaglianza trans-nazionale (che potrebbe addirittura aumentare), avremmo anche un aumento della diseguaglianza locale. La diseguaglianza locale aumenterebbe perchè gli USA attualmente esportano lavori che garantiscono salari inferiori (outsourcing). Dall'altro lato le l'outsourcing aumenta i redditi medi dei PVS (altrimenti l'outsourcing non avverrebbe, perchè sarebbe dis-economico). Vediamo cosa succederebbe se non ci fosse apertura (conclusione che comunque Krugman esclude): gli USA si 'terrebbero' i lavori di basso profilo e l'outsourcing non avverrebbe. Questo diminuirebe l'ineguaglianza? No, possibilmente l'aumenterebbe ancora di più sia in USA che fuori. Il problema dell'outsourcing e della delocalizzazione è che crea il 'mostro' della trappola di povertà: i PVS vengono relegati alla manodopera mentre i paesi sviluppati crescono. Questo è vero, ma la delocalizzazione serve anche da traino per i PVS che tramite questa hanno un'occasione per 'tenere il passo'--come è successo in Europa nel corso del XX secolo: dopo la seconda guerra gli europei emigravano in USA, oggi è il contrario. La vera alternativa sarebbe un mondo in cui i PVS non siano semplicemente 'trainati' da IBM, Apple, Intel ecc., ma paesi con uno sviluppo proprio. Anche in questo caso il commercio aiuterebbe a ridurre l'ineguaglianza locale.
  • inesattezze
    Nome: riccardo boero  Data: 18.06.2007
    Vorrei per prima cosa segnalare un grossolano errore di traduzione dall'inglese: l'inglese SILICON corrisponde all'italiano SILICIO: con dischi di silicone i microprocessori non riuscirebbero molto bene! Inoltre, ma questo e` un errore dell'originale, anche le "fabs" dove si producono i master dei chips sono largamente dislocate in paesi a salari mediobassi, come Taiwan, Malesia, Filippine etc E perfino i centri di ricerca vengono sempre di piu' installati in paesi a bassi salari come India, Vietnam, Russia etc. La tesi dell'Autore ne e` vieppiu' confermata: gli effetti della globalizzazione sulla distribuzione del reddito nei paesi ricchi sono decisamente forti. Tuttavia non saranno i sostenitori del libero commercio a doversene preoccupare. Non vedo infatti in che modo questo processo possa essere bloccato: il protezionismo, non appena adottato reciprocamente diventa una trappola isolazionista. Diciamo che andiamo verso un mondo in cui i redditi e il tenore di vita dipenderanno sempre meno dal luogo di nascita e sempre piu' dal contributo dato all'economia, e non vedo come cio' possa essere evitato o perfino considerato un problema.
  • illuminazione
    Nome: giuseppe faricella  Data: 17.06.2007
    l'articolo di krugman è semplicemente illuminante, soprattutto per chi come me è stato tentato dal credere che il regime del libero scambio (anche a scale più piccole, come quella nazionale) possa davvero condurre alla soluzione migliore possibile.