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Cosa succede agli studi di settore

di Maria Cecilia Guerra, Categoria Lavoro, / Fisco, Data 12.06.2007
Contrariamente a quanto si dice in questi giorni, lavoratori autonomi e piccole imprese pagano le loro imposte sul reddito effettivo. Mentre gli studi di settore sono solo uno strumento di accertamento. I nuovi indici di coerenza introdotti dalla Finanziaria 2007 servono a contrastare una duplice attività di "manipolazione" dei dati. Sono però diventati la testa di ariete per il tentativo di far crollare l'intero impianto degli studi di settore. Ma siamo sicuri che con un'evasione stimata attorno al 27 per cento del Pil, il nostro paese possa rinunciarvi?
COMMENTI PRESENTI SULLA NOTIZIA
  • Spot dell'agenzia
    Nome: sergio graziosi  Data: 26.06.2007
    Gentile professoressa, dispiace leggere un Suo articolo che pare apertamente uno spot pubblicitario dell'agenzia delle entrate. Non solo nel contenuto ma addirittura nel lessico. Le medesime parole utilizzate dal ministero e da Visco: gli studi di settore "un ausilio al contribuente per valutare la propria situazione economica"? Stampa inadeguata a comunicare per mancanza di mezzi tecnici: il sole 24 ore e italia oggi? I contribuenti hanno criticato non gli studi di settore ma i calcoli di questi studi di settore perlopiu' illogici e definiti senza il contributo degli operatori. Ed infine le assicurazioni del viceministro e il metadiritto: per prassi consolidata i risultati di tali studi non varranno se una loro futura revisione portera' a risultati piu' favorevoli per il contribuente!! Lei ritiene sensate questo tipo di dichiarazioni sapendo quante centinaia di incognite ci sono? Con l'inalterata stima di quando La leggevamo scrivere sulla riforma della tassazione delle rendite finanziarie (cosi' giusta e cosi' scomparsa!) Un lettore de la voce
  • Studi di settore
    Nome: Fabrizio Francescone  Data: 25.06.2007
    Gentile Dottoressa Guerra, la ringrazio per aver fatto luce su un argomento che, a causa del suo elevato tecnicismo, risulta un po' ostico alla maggior parte delle persone. Nonostante i criteri per la determinazione dei ricavi in base agli studi di settore siano particolarmente complessi perchè derivano da fattori contabili ed extracontabili e dalla combinazione statistica dei loro elementi, resta il fatto che il risultato finale, se il contribuente ha correttamente inserito in Gerico i dati che lo riguardano, dovrebbe essere abbastanza aderente alla realtà. Inoltre, nonostante le categorie, per ovvi motivi, lo neghino, gli uffici dell'Agenzia delle Entrate prendono in considerazione i dati che i contribuenti forniscono per giustificare, almeno in parte il loro scostamento. Il nocciolo è proprio questo: sono gli uffici, che conoscono il territorio, che possono valutare tali elementi e riconoscerli, anche se solo parzialmente.
  • evasione elusione invasione
    Nome: Giancarlo Finesso  Data: 22.06.2007
    Un piccolo contributo al dibattito sull'articolo! Vorrei solo fare alcune brevi considerazioni: 1) Il livello di tassazione, sopratutto per le piccole aziende, è tale da far correre il pericolo di una progressiva marginalizzazione di migliaia di aziende che ora agiscono ed operano, hanno dipendenti e pagano contributi. La chiusura delle aziende toglie risorse allo Stato, non le incrementa, per cui mi sembra miope una politica tendente solo ad incrementare le entrate fiscali; 2) Questa politica potrebbe d'altro canto essere di stimolo ad una aggregazione delle piccole realtà produttive, per trovare insieme economie di scala e risparmi, ma non mi risulta vi siano incentivi particolari all'aggregazione (forse intendiamo le lenzuolate solo come maggiori opportunità per le grandi aziende commerciali?) 3) Questa guerra fra poveri fra piccole aziende autonome e lavoro dipendente mal pagato, non toglie una lira agli sprechi e ai privilegi troppo presenti nel nostro paese (dovrebbero vietare Report e lasciarci nell'incoscienza!). L'unico modo a mio avviso è che maggioranza e opposizione si rendano conto di occupare temporaneamente posizioni di potere e che l'obiettivo deve essere quello di rendere i cittadini compartecipi e consapevoli delle scelte attraverso una progressiva informatizzazione/informazione che ormai gli strumenti tecnici rendono possibile, rivendicabile e irrinunciabile (da cio' anche una responsabilità innegabile degli organi di informazione.. ma su questo sarebbe opportuno un capitolo a parte)...
  • c'è il penale?
    Nome: pierfranco parisi  Data: 22.06.2007
    Una volta si parlava di manette agli evasori. Qualc'uno è stato mai condannato? Neppure Previti, reo confesso. Non pensate che se un imprenditore avesse il timore di farsi 15 giorni di domiciliario e di sporcarsi la fedina ci penserebbe di più ad evadere? La patente a punti docet.
  • qualche dato sullo scandalo evasione
    Nome: Alessandro Sciamarelli  Data: 22.06.2007
    Vorrei tentare di fornire una risposta al Sig. Arnaldo. In effetti, la confusione sulle cifre è evidente, spesso alimentata dalla (scarsa) qualità media dell’informazione in campo economico. Le stime sull’entità dell’evasione fiscale, in quanto tali, non sono dati certi come i national accounts e dunque spesso non sono univoche, ancorché autorevoli. Credo di far cosa utile nel segnalare il rapporto “La vulnerabilità dei conti pubblici italiani”, redatto nel 2005 da un gruppo di economisti fra i quali il compianto R.Faini. I dati riportati sono “strutturali” e dunque non suscettibili di grandi variazioni da un anno all’altro per effetto di policies governative. L’ammontare dell’evasione fiscale viene indicato, grosso modo, in 200 mld di € (il 14% del Pil), simile a quello di riferimento dell’Istat ma assai inferiore rispetto a quanto riportato dall’Agenzia delle Entrate, che addirittura lo eleva al 46% del Pil. Gli estensori del rapporto si attengono alla prima delle stime, più realistica. Il rapporto fornisce, credo, anche una risposta alla domanda posta sull’andamento dell’evasione fiscale durante il governo Berlusconi: si riscontra sì una lieve diminuzione (in rapporto al Pil), anche se gli estensori del rapporto tendono, pur con qualche cautela, a porla in relazione con gli effetti contabili dovuti ai condoni; ma negli anni 2002-2005 è scesa sensibilmente l’elasticità del gettito dell’IVA (ove si concentra gran parte dell’evasione) rispetto al Pil, il che, appunto, sembrerebbe fornire un quadro ben diverso. Se leggiamo congiuntamente a questo dato che il livello delle “total revenues”, aumentate negli ultimi anni sino toccare il 46,1 3% del Pil a consuntivo 2006, dato certamente non imputabile al governo Prodi (fonte Bankitalia; per la CE il 45,8;), allora è probabile che la pressione fiscale in questi anni sia salita per i soliti noti. Quale che sia, il dato sull’evasione fiscale fa dell’Italia un’autentica vergogna nel novero delle economie avanzate.
  • Servono le percentuali?
    Nome: Alessandro  Data: 22.06.2007
    Sono un lavoratore autonomo e devo dire che se si lavora solo con imprese il nero non esiste e quindi quello che dichiaro è reale. Gli studi di settore non mi piacciono perché rendono tutti uguali, cosa che non è possibile nel modo lavorativo per vari motivi esposti in precedenti commenti. Sicuramente l'evasione danneggia anche me e io sarei molto grato all'amministrazione pubblica se volesse invece effettuare a campione accertamenti e sanzionare anche con la galera chi evade le tasse. La conclusione, penso molto semplice al di là di percentuali e quant'altro è che se ci fosse la certezza della pena e controlli seri probabilmente l'evasione diminuirebbe.
  • Evasione
    Nome: Arnaldo Roberto  Data: 21.06.2007
    Possibile che in Italia non ci si mette daccordo neanche sui numeri? Nell'articolo viene detto che l'evasione e' stimata nel 27% del PIL, mentre io avevo letto da un documento ISTAT che dagli ultimi dati fosse intorno al 17% e le parole del Ministro Padoa Schioppa confermano questo dato: tratto dal sito del Corriere della Sera di oggi : "Il ministro ha ricordato che il sommerso è stimato in una percentuale variabile tra il 16,6% e il 17,7% del Pil con un valore aggiunto non dichiarato che varia fra i 230 e i 245 miliardi di euro. «L'evasione fiscale è una pandemia che comporta una perdita di oltre 100 miliardi di euro all'anno, pari a circa 7 punti di Pil in mancate entrate per l'erario statale». Non e' che l'autrice si e' confusa e intendeva scrivere 270 miliardi di euro di evasione (cifra' piu' compatibile con le percentuali date dal ministro, anche se ancora diversa) ?A meno che,lei non abbia dati ISTAT del 2006 che indichino un 27% di sommerso o si riferisca ad altri studi. Come prima cosa,occorrerebbe almeno mettersi daccordo sui dati,citando anche le relative fonti o studi.E' esatto quello che ho scritto? Dal documento pubblicato dall'ISTAT relativo al periodo 2000-2004 si ritrovano i dati citati dal ministro,relativi al 2004 ( http://www.istat.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20061214_00/ ) e da questo documento si rileva che nel 2001 la forbice era 18,1%-19,1% sul PIL:ma allora io mi chiedo:cio' vuol dire che dal 2001 al 2004 il sommerso in rapporto al PIL e' diminuito,e allora perche' si dice che con il governo Berlusconi sarebbe aumentato (in valori assoluti,certamente,ma quello che conta e in rapporto al PIL)?E' pur vero,che dal 2002 dopo un a brusca discesa,ha cominciato a riaumentare,ma rimanendo sempre inferiore di 1,5 punti.O sbaglio? E come si spiega il dato dal 2001 al 2002,dove il sommerso sarebbe sceso da 18,1%-19,5% a 16,8%-17,3% rispetto al PIL? C'entra qualche calcolo e contabilizzazione relativa a condoni?
  • Riflessioni
    Nome: Paolo Briziobello  Data: 19.06.2007
    Dott.ssa Guerra, il suo articolato nasce da un assunto sacrosanto: che nessuna norma possa produrre effetti retroattivi. Temo che la principale causa di questo malessere collettivo che attualmente si sta manifestando da parte di imprenditori, autonomi e commercialisti stia proprio nella non applicazione di questo basilare concetto di equità. E non credo valgano a molto le ripetute comunicazioni a mezzo agenzie di stampa, con le quali alti Funzionari ministeriali si premurano di tranquillizzare i contribuenti. Per chi è abituato a far rispettare le norme di legge, ovvero anche e prima di tutto i professionisti della materia, la norma resta sovrana. Forse gioverebbe ricordarlo. In merito all'esegesi degli studi mi trova concorde nell'analisi di merito. Mi auguro tuttavia che si ponga un freno alla deriva qualunquista ma di grande impatto mediatico, frequente in questi giorni a discapito del lavoro autonomo e di impresa. In ultima analisi, la più banale ma che è frequente sentirsi porre dalle pmi, gioverebbe rispondere anche a questa domanda: se le imprese sono costrette a rivedere i loro cicli produttivi anche in termini di addetti, a chi gioverebbe il conseguente incremento della disoccupazione? Non certo alle casse dello Stato. Con stima
  • Studi di settore 2005
    Nome: Matteo Capanni  Data: 19.06.2007
    Riporto dal Corriere della Sera di oggi la seguente notizia: Il 53,8% dei lavoratori autonomi e delle piccole-medie imprese (pmi) sottoposte agli studi di settore dichiarano ricavi per 193.600 euro all'anno, ma poi denunciano al fisco un imponibile su cui pagare le tasse di 10.500 euro, ossia 875 euro al mese, meno di un operaio metalmeccanico (sic!). I dati emergono dalle ultime elaborazioni dei dati degli studi di settore effettuate dal ministero dell'Economia sui redditi del 2005 diffusi dal vice ministro Vincenzo Visco. I lavoratori autonomi e le pmi in linea con i calcoli del fisco sono invece il 39,4% del totale e dichiarano mediamente 45.800 euro.
  • fisco e studi di settore
    Nome: franco benincà  Data: 18.06.2007
    Una volta emanate le regole vi sono le solite polemiche: viene contestato il metodo sulla base di assiomi relazionali tra categorie economiche (o forse si tratta di vere e proprie lobbies che fingono di litigare prima di consumare il matrimonio?). Gli autonomi lamentano una pressione nei loro confronti riversando la rabbia sull'aumento dei dipendenti pubblici, gli industriali rivendicano pressioni riversando i guasti di sistema sulle inefficienze della pubblica amministrazione e via dicendo... I policy makers cercano di distribuire il minore sacrificio in cambio della massimizzazione delle quantità di voti nel loro collegio....Ciò che voglio dire è che siamo di fronte ad una grave incapacità di dialogo di quella società civile tanto richiamata ed elevata a protagonista: società civile composta dai rappresentanti di tutti i cittadini, le quali debbono convincersi che la spesa pubblica è onere civile di ognuno e, contemporeneamente, i policy makers debbono rispondere della responsabilità di spese inutili, dannose o peggio essere loro stessi protagonisti di pindariche elusioni sulla base di normative sedimentarie, antinomiche e contradditorie che altro non sono se non ghibli del deserto per gli stessi operatori economici.