Logo stampa
 
 
 

Commenti

Chi lavora in famiglia?

di Tito Boeri, e Daniela Del Boca, Categoria Famiglia, / Pro e Contro, Data 10.05.2007
E' l'anno delle pari opportunità e si sostiene da più parti che occorre aumentare il lavoro delle donne. Ma in Italia già oggi lavorano più degli uomini. Lo fanno senza essere pagate, nella cura della casa e dei famigliari. E quando lavorano per un salario spesso rinunciano ad avere figli. Se vogliamo davvero aumentare il benessere di più della metà degli italiani c'è bisogno di misure che riconcilino lavoro e responsabilità famigliari per le famiglie a basso reddito. Proponiamo di introdurre un contributo alle spese per i servizi di cura dei bambini piccoli e/o degli anziani. Non convince invece nè l'idea di diminuire le tasse delle donne e alzare quelle degli uomini nè quella di introdurre un quoziente famigliare.
COMMENTI PRESENTI SULLA NOTIZIA
  • 30 cose da sapere su donne e discriminazione nel lavoro
    Nome: angela padrone  Data: 20.05.2007
    I commenti a questo articolo andrebbero conservati e analizzati, sono una straordinaria raccolta di tutte le possibili posizioni sul lavoro delle donne. Che comunque, in generale, sono da noi appena tollerate. Credo siamo d'accordo che, di tutti i sistemi, l'unico veramente da non prendere in considerazione è il quoziente di reddito familiare, che spingerebbe di nuovo l'Italia verso il patriarcato. Sul mio sito ho messo insieme 30 dati statistici sulla discriminazione delle donne e la bassa natalità. Chi vuole li può trovare su www.angelapadrone.blogspot.com
  • La proposta Alesina-Ichino
    Nome: Lorenzo Lusignoli  Data: 17.05.2007
    Pienamente condivisibili i 4 punti critici elencati da Boeri-Del Boca sulla proposta Alesina-Ichino di ridurre le aliquote Irpef per le donne a scapito degli uomini. In particolare il punto 3: possibile mai che gli autori (Alesina e Ichino) ritengano che l'offerta di lavoro sia indipendente dalla struttura della tassazione? Come punto 5 aggiungerei i rischi di ripercussione sul mercato del lavoro. Siccome ciò che conta nella contrattazione è il salario netto, non sarebbe infatti lecito attendersi accanto ad una maggiore domanda di lavoro per le donne anche inquadramenti a livelli inferiori (o se preferite più bassi salari lordi)? Questo potrebbe trasferire in parte se non in toto il vantaggio dalle donne alle imprese. Non so se Alesina e Andrea Ichino avessero in mente questa possibile evoluzione ... Sembra che nel loro articolo gli effetti comportamentali della loro proposta su domanda e offerta di lavoro non vengano tenuti in conto. Mi sembra invece assai interessante e condivisibile la proposta Boeri-del Boca poiché parte dal presupposto di facilitare il lavoro delle donne senza porre differenze di genere. Mi chiedo se però l'effetto di disincentivo del sommerso, probabilmente lieve, è sufficiente a far propendere per l'uso del credito d'imposta invece del trasferimento. L'irpef oggi è già complicata da plurime detrazioni. Introdurne un'altra con in più (giustamente per gli incapienti) un'imposta negativa mi pare una complicazione eccessiva. La strada dei trasferimenti sembra più lineare. Questi potrebbero ridursi in progressione anziché scomparire dopo una certa soglia per evitare una trappola di povertà. Infine una battuta: se siamo arrivati (come ci racconta di aver fatto Andrea Ichino nella replica) ad analizzare gli effetti del ciclo mestruale sull'assenteismo ciclico, con relativa proposta di trasferirne i costi economici agli uomini, forse è meglio che facciamo un passo indietro e rivolgiamo la mente per un po’ ad altre interessanti attività invece che all’economia
    Risposta:
    Riguardo al punto 3 di Boeri e Del Boca, non abbiamo mai sostenuto che l'offerta di lavoro sia indipendente dalla struttura della tassazione. Non si capisce in base a cosa Lusignoli (cosi' come Boeri e Del Boca) debba attribuirci una tale affermazione. Su questo punto non posso che ripetere quanto gia' abbiamo scritto: " Poiché le differenze nell'offerta di lavoro maschile e femminile non sono esogene e immutabili, nel lungo periodo la tassazione differenziata per genere contribuirà a cambiare la tradizionale divisione del lavoro all'interno della famiglia che attualmente vede gli uomini lavorare di più nel mercato e le donne di più a casa. Se e quando questo accadrà (come molti auspicano) le elasticità dell'offerta di lavoro maschile e femminile diventeranno più simili. Nella misura in cui questo accada, si potrà ridurre gradualmente la differenziazione per genere delle aliquote, come suggerito dalla teoria della tassazione ottimale e come spieghiamo nel nostro articolo scientifico. Ecco perché la nostra proposta non richiede come presupposto che le differenze di elasticità tra donne e uomini siano esogene e immutabili. È vero però, come illustrato recentemente da Alberto Alesina e Paola Giuliano, che la riduzione delle differenze sarà lenta. La nostra proposta può accelerare questa evoluzione " Il punto 5 sollevato da Lusignoli e' interessanti (ed e' cosa di cui non ci siamo dimenticati ). Cio' che dovrebbe importare alle lavoratrici e' il salario al netto delle tasse (post-tax), che aumenterebbe grazie alla nostra proposta, non il salario lordo (pre-tax). Se la domanda di lavoro fosse perfettamente elastica, il salario pre-tax (e il costo del lavoro per le imprese) non avrebbe motivo di modificarsi. Nella misura in cui la domanda di lavoro non sia perfettamente elastica, la nostra proposta potrebbe indurre una diminuzione del costo del lavoro "femminile" per le imprese e un aumento del salario post-tax per le lavoratrici. In altri termini le imprese e le lavoratorici si dividerebbero l'incentivo fiscale, finanziato dagli uomini. Esiste un solo altro modo per far si' che le imprese assumano piu' donne: obbligarle a farlo, ad esempio con le quote rosa. Lusignoli pensa che questa soluzione sia preferibile? Noi no perche' avrebbe costi molto maggiori, incluso il rischio di chiusura delle imprese che si rifiuterebbero di ottemperare all'obbligo. Tra l'altro Lusignoli non sembra realilzzare che anche la proposta di Boeri e Del Boca per funzionare deve produrre un vantaggio economico per le imprese, oltre che ovviamente per le lavoratrici (ma solo quelle con figli). Pero' qualcuno deve pagare questo vantaggio. Se lo pagassero solo le donne con figli ovviamente sarebbe una inutile partita di giro. Perche' la cosa stia in piedi in equilibrio generale chi lo paga devono essere gli uomini e le donne senza figli. Davvero non si capisce come Lusignoli possa affermare che la proposta di Boeri e Del Boca aiuta le donne senza porre diifferenze di genere, se avesse la bonta' di riflettere su chi alla fin della fiera finanzia quella proposta. Segnalo infine a Lusignoli, che esiste una sconfinata letteratura medica sulle conseguenze della Pre-Menstrual Sindrome (PMS) che include anche la valutazione delle conseguenze economiche. Se Lusignoli volesse leggere l'articolo "Biological gender differences, absenteeism and the gender gap" (scaricabile dal mio sito) scoprirebbe che l'assenteismo ciclico indotto dal ciclo mestruale spiega un terzo del differenziale di assenteismo breve tra donne e uomini e circa il 12 per cento del differenziale salariale (almeno nei dati da noi considerati). Beato lui che da maschio considera queste cose irrilevanti! Andrea Ichino
  • tassazione familiare
    Nome: Salvatore  Data: 16.05.2007
    Il Vostro intervento chiarisce molto bene perchè l'applicazione del quoziente familiare potrebbe arrecare uno svantaggio, rispetto alla situazione attuale, al soggetto con il reddito più basso.Allora, poichè tutti - almeno a parole - dichiarano di voler aiutare la famiglia, potrebbe trovarsi una soluzione nella quale convivano aliquote individuali e quoziente familiare, lasciando ai contribuenti la scelta in base a quale criterio pagare le imposte sul reddito (in fondo già adesso con la clausola di salvaguardia viene applicata una certa discrezionalità). In questo modo si potrebbe attuare quella politica di equità fiscale a favore delle famiglie monoreddito più volte sollecitata dai giudici costituzionali e rimasta lettera morta. Voi cosa ne pensate?
    Risposta:
    L'equità e il sostegno alle famiglie numerose di reddito basso possono essere perseguite con politiche di assistenza a ciò mirate, come un reddito minimo garantito. Lasciare alla famiglia la scelta fra i due regimi può esporre ancora di più la parte più debole alle pressioni dell'altra. Le famiglie non sono monolitiche, sono composte da persone che hanno valori e obiettivi diversi fra di loro.
  • il problema è nelle stime dell'elasticità
    Nome: Gino  Data: 16.05.2007
    Precisazioni ai 4 punti della controreplica di Boeri-Del Boca: 1) Se le elasticità sono stimate bene, la tassazione differenziata non può essere più distorsiva. Lo dice la optimal taxation theory. 2) Il secondo punto è corretto e condivisibile. Ma non è la proposta di Alesino-Ichino ad essere sbagliata. Lo sarebbero le stime dell'elasticità. 3) Il punto 3 è fondato. Quantificare rigorosamente il taglio di aliquote per le donne è impossibile. Spetterebbe ai politici. 4) La tassazione differenziata per genere resterebbe anche differenziata per reddito. Il problema si pone perché Alesina-Ichino stimano aliquote uomo-donna troppo distanti tra loro sulla base di elasticità non affidabili.
    Risposta:
    Grazie dell'esame. Il punto primo è che, data la loro endogeneità, le elasticità cui Alesina e Ichino si riferiscono non sono stimate correttamente. E non sempre è possibile stimarle in modo corretto. Saluti
  • Quoziente famigliare
    Nome: luca melindo  Data: 15.05.2007
    Cari Boeri e Del Boca, l'unica ragione oggettiva che trovo per giustificare la Vostra ostilità nei confronti del quoziente famigliare è la verosimile riduzione (ceteris paribus) delle imposte sui redditi delle persone fisiche con conseguente "danno" per l'Erario (e, dunque, necessità di contenere la spesa pubblica....). Se una delle preoccupazioni degli autori (e dei politici) è davvero la scarsa fertilità delle coppie italiane (non delle donne, i figli si fanno in due...), allora giusto è incentivarle indipendentemente dal fatto che nella coppia lavorino uno o due soggetti. Infatti, la famiglia è un unico centro di spesa finanziato in modo indifferenziato da tutti i redditi percepiti dai suoi componenti. Il quoziente permetterebbe, quindi, con l'aumentare del numero di figli, di non penalizzare i redditi marginali e dunque di permettere, anche alle donne, di lavorare di più senza dover fare ricorso al lavoro sommerso...
    Risposta:
    La famiglia non è monolitica e il secondo percettore di reddito è penalizzato dal quoziente. In ogni caso i dati che ci riportiamo ci sembra che parlino chiaro. Cordialmente
  • I veri problemi
    Nome: fabiana musicco  Data: 14.05.2007
    è certamente vero che siamo indietro nei servizi sociali offerti, che la donna rinuncia a lavorare dopo il primo figlio perchè, ad esempio, l'asilo nido è troppo caro, ma ci sono anche altre questioni importanti e cruciali, oltre al fattore reddituale, soprattutto in una grande città (posso parlare di roma in cui vivo). per esempio: in un mondo del lavoro che disdegna il part time, anche se si trova il posto in asilo nido, bisogna comunque prevedere un ulteriore sostegno familiare o a pagamento che si faccia carico di "ritirare" il bambino superato l'orario di chiusura dell'asilo, che quasi mai coincide con orario di termine del lavoro a tempo pieno + tempo per gli spostamenti (che non è poco). si fanno sempre meno figli non solo perchè non ci sono servizi sociali ma anche perchè non si ha il tempo di aiutarli a crescere: perchè non incentivare per le aziende la concessione del part time a chi lo richieda, soprattutto se mamma con bambino inferiore ai 5 anni (ad esempio ?)
  • Guardare diversamente il fenomeno
    Nome: Barbara Appierto  Data: 14.05.2007
    Dovremo anche interrogarci sul perchè il lavoro di cura è ancora affidato alle donne e quello del sostentamento economico agli uomini. Fermarci solo ad analizzare il fenomeno sugli aspetti culturali è riduttivo ed anche pericoloso. Infatti, proseguendo per questa strada si arriva a le proposte formulate da Inchino. Forse dovremmo allargare il campo di osservazione e notare, ad esempio, che molte donne sono portate ad uscire dal mondo del lavoro o entrarci part-time, non perchè "sentano" il ruolo di cura ma perchè i servizi a supporto della genitorialità (sottolineo genitorialità e non maternità, la responsabilità non deve cadere solo su un componente) sono mal strutturati oltre ad essere scarsi. Gli asili hanno l'orario normale dalle 7.30 alle 16, ciò significa che chi termina alle 17 o alle 18 (orari full-time) hanno un grosso buco da colmare, per non parlare dei genitori che svolgono l'attività su turni (mattina-pomeriggio notte).... Indirizzando politiche di ottimizzazione dei servizi potrebbe aiutare notevolmente le cose, anche senza nuove politiche fiscali. Riflettiamoci.
  • E il part-time?
    Nome: Gianluca  Data: 14.05.2007
    Ho avuto la fortuna di avere una moglie che è riuscita a trasformare un lavoro a tempo pieno in uno a 24 ore settimanali. La trasformazione ha voluto il suo dazio: lasciare il precedente impiego dove il part-time non è contemplato (settore grande distribuzione con occupazione prevalentemente femminile che dava una maggiore garanzia) per un altro (nella piccola ristorazione certamente meno sicuro) dove il sacrificio è perdere un livello retributivo oltre alla conseguente riduzione di reddito. Mi sento comunque fortunato perché la differenza di stipendio è compensata dal risparmio della retta per l'asilo nido che, confermando i dati degli autori, anche per i figli di due lavoratori è inferiore ai 600 € mensili (almeno per quello comunale e senza estensioni di orario pre/post). Ed inoltre, perché dove vivo (Lombardia) esistono molte strutture per i bambini, ed il lavoro anche per le donne si trova (con qualche sacrificio e adattamento). Quello che mi chiedo è perché molte aziende non attuano estesamente il part-time che aiuterebbe le famiglie a sostenere il carico famigliare senza costringere le donne a lasciare il proprio impiego. Una domanda agli autori: premesso che sono convinto che la civiltà di un Paese si misura anche e soprattutto nella libertà per le donne di lavorare e di non essere discriminate dalla scelta di generare figli, è corretto impostare l'azione di un governo nella direzione di trasformare ogni azione umana come la cura di famigliari in qualcosa di misurabile economicamente? Il suggerimento degli autori sotto il profilo economico è stimabile e, dal mio punto di vista, corretto, ma l'aspetto sociale conta ancora qualcosa? Mi spiego meglio: misurare in termini d’aumento di pil queste attività non fa diventare il Paese più ricco e gli italiani meno stressati e con più tempo libero a disposizione, semplicemente gonfia un numero e dà l’illusione che siamo ricchi come gli altri.
  • Part-time e contribuzione figurativa
    Nome: antonella cordeschi  Data: 14.05.2007
    La mia è una proposta, se vogliamo banale, che darebbe, però, alle mamme-lavoratrici - almeno a quelle tra loro che "beneficiano", come me, del part-time orizzontale" - il senso che questo loro superlavorare viene apprezzato! Come vi è senz'altro noto le 52 settimane che un part-time orizzontale lavora, non sono tutte utili ai fini del calcolo della futura pensione (già così tanto messa in discussione). Non è già molto, lavorando come e forse più dei colleghi a tempo pieno (il part-time si vive come un regalo ....) rinunciare a parte della propria retribuzione? Perchè anche all'atto del pensionamento dover scontare il fatto che avendo dei figli (tre nel mio caso) si debba ridurre il proprio impegno lavorativo per occuparsi di loro, per aiutarli a diventare buoni cittadini del domani? se questo ruolo viene riconosciuto come socialmente utile, perchè non evitare almeno le penalizzazioni che anche dal punto di vista pensionistico il part-time prevede? anche piccoli incentivi, come questo, potrebbero contribuire a rendere meno difficile la scelta di diventare madri.
  • Quoziente Famigliare 2
    Nome: Ettore Navoe  Data: 14.05.2007
    Ho molto apprezzato l'attenzione e il dettagli con cui si è risposto al mio commento. Grazie. Sono d'accordo con voi, se si assumono scelte economiche indipendenti o competitive tra coniugi (cosa che - per il bene della famiglia - non dovrebbe accadere anche in regime di separazione dei beni) . Con queste ipotesi -tipiche dei modelli economici- il vostro ragionamento fila. Sottolineare la rilevanza dell'aliquota marginale e non media come costo fiscale di ogni euro guadagnato in più è corretto. Non sono convinto però -come commenta anche un altro lettore- che le scelte in materia di lavoro dipendano in modo così elastico dall'aliquota marginale, ma assumendo che sia così, perchè allora non scaricare -a parità di beneficio fiscale complessivo (riduzione aliquota media) per la famiglia- tutto il beneficio induviduale sul reddito meno capiente dal punto di vista fiscale (di norma -purtroppo- quello femminile). Se è come voi dite dovremmo vedere esplodere il lavoro femminile delle madri con figli (lavori con redditi medi ad esempio part time sarebbero praticamente non tassati!). Se anche non fosse così, la famiglia godrebbe comunque di un beneficio fiscale pieno. Da marito e padre non mi sentirei affatto penalizzato.