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Commenti

Quando il lavoro è usurante

di Matteo Richiardi, , Roberto Leombruni, e Mauro Gallegati, Categoria Lavoro, , Data 12.03.2007
Le aspettative di vita sono significativamente diverse a seconda della classe socio-economica e del tipo di lavoro prevalentemente svolto. Su tali differenze si potrebbero definire in maniera non arbitraria i lavori usuranti e arrivare a una suddivisione delle professioni in tre classi. Di cui tener conto quando si discute di requisiti di ammissibilità, che nella logica contributiva non dovrebbero modificare l'equità attuariale del sistema. Ma anche quando si parla di coefficienti di trasformazione, che invece su questa hanno un impatto diretto
COMMENTI PRESENTI SULLA NOTIZIA
  • Lavoratori trasfertisti
    Nome: upham  Data: 21.08.2008

    Ritengo a mio avviso che anche il lavoro di trasfertista , che passa, più della metà dell'anno lontano da famiglia e il più delle volte in condizioni igienico sanitarie precarie ,climatiche di mangiare, specialmente nei paesi del terzo mondo o paesi emergenti, debba essere considerato tra i lavori usuranti.

  • lavori usuranti
    Nome: mario giaccone  Data: 15.06.2007
    L'aspettativa media di vita è un indicatore che ha i pregio di essere semplice per individuare i lavori usuranti, ma putroppo semplifica troppo, mescolando caratteristiche "individuali" del lavoratore con le caratteristiche "del lavoro". quindi bisognerebbe meglio enucleare le seconde, con indicatori più appropriati. Tipicamente, la limitazione della capacità lavorativa avviene fondamentalmente attraverso due eventi, vale a dire gli incidenti sul lavoro e le malattie professionali, ma mentre per i primi il loro riconoscimento è soggetto al problema dell'underreporting (tipicamente: microimpresa e lavoro nero/grigio) per i secondi si aggiungono le restrizioni Inail al riconoscimento della causa connessa al lavoro, che per molte malattie professionali rovescia l'onere della prova a carico del lavoratore e quindi ne scoraggia l'emersione. Nonostante queste limitazioni, mi sembra che questi indicatori siano molto utili per individuare la categoria dei lavori usuranti. ci sono stati tentativi in questa direzione? se si, le eventuali simulazioni che esito hanno dato?
  • lavori usuranti
    Nome: pietro de biasi  Data: 13.03.2007
    Le informazioni contenute nell'articolo in oggetto in merito alle differenti aspettative di vita tra classi di lavoratori in alcuni paesi europei sono molto interessanti. Altrettanto interessante sarebbe un' analisi sui differenti trattamenti previdenziali a seconda della differente tipologia di attività lavorativa nei medesimi paesi. Tali differenze o non esistono o sono limitate a casi davvero limite. Come sin troppo spesso succede il dibattito in Italia ha sue dinamiche e contenuti peculiari ed eccentrici rispetto alle prassi europee. In questo caso l'apparente somma equità nel voler dare a ciascuno il suo, sezionando la platea dei pensionandi, nasconde più probabilmente l'intento di privilegiare gruppi organizzati di contro alla generalità, di rafforzare l'intermediazione sindacale, di lasciare ampli margini alla discrezionalità politico-burocratica rimandando ad un livello sub-legislativo la concreta individuazione della platea dei beneficiari, creando così disparità di trattamento e non-certezza del diritto. Di esempi, anche in questa materia, ne abbiamo moltissimi, basti citare la legislazione sui benefici contributivi per le lavorazioni con esposizione ad amianto, applicata in maniera esorbitante e del tutto arbitraria e variabile da settore a settore e da area geografica ad area geografica.
  • lavori logoranti
    Nome: riccardo boero  Data: 13.03.2007
    Egregi professori, mi sembra che siano stati trascurati parecchi fatti. 1) Associare lavori qualificati e lunga durata di vita e` andare un po' troppo velocemente: dalla vostra stessa tabella si evince che ai primi posti per durata di vita troviamo forze armate e agenti penitenziari, non sempre rappresentativi dell'intellighentzia di una nazione. 2) Ammettendo senza concedere che il lavoro manuale logori maggiormente, andrebbe in tal caso notato che il lavoro non qualificato richiede anche meno anni di studio non retribuito, e 10 anni in piu' di salari, ben investiti, sono un beneficio senz'altro superiore a 2 o 3 anni di pensione in piu'. 3) E` difficile sostenere che al giorno d'oggi non sia possibile scegliere il proprio tipo di lavoro (qualificato o no). Malgrado cio' il nostro paese soffre di una scarsita` cronica di manodopera altamente qualificata, fattore di debolezza della nostra industria. Per questo motivo non pare opportuno incentivare ulteriormente la scelta di lavori non qualificati con provvedimenti come il vostro. 4) Tutti i problemi di equita` del trattamento pensionistico sarebbero superati riconoscendo una volta per tutte che la pensione deve essere unicamente frutto dell'investimento personale, dato che invecchiare non e` un sinistro che richieda la solidarieta` altrui, ma una fase obbligata della vita che ciascuno deve affrontare in modo responsabile. L'obbligo di investire in un asset produttivo di rendita, asset che passa agli eredi alla morte del lavoratore e` secondo me il solo approccio corretto ai problemi pensionistici.
    Risposta:
    Caro Riccardo, grazie dei tuoi commenti ma permettimi di sostenere che essi sono almeno in parte impropri. Infatti: (1) nel nostro articolo non parliamo certo di "intellighentzia", né diamo alcun giudizio di merito o di valore sulle diverse professioni. Diciamo solo che statisticamente gli operai campano di meno dei professori universitari. Ci sono molti motivi per cui questo può accadere, ma non li discutiamo. Nello specifico, è ovvio per esempio che ci sia anche un certo "selection bias" nello spiegare come mai chi appartiene alle Forze Armate vive di più: chi è di salute troppo cagionevole viene infatti scartato all'ingresso! A prescindere però da queste considerazioni, sosteniamo solamente che per essere attuarialmente equa una rendita che viene percepita per più tempo deve prevedere dei pagamenti più bassi, e viceversa. (2) Il tuo secondo punto in realtà sottointende due considerazioni diverse. La prima è la tesi secondo cui anche se la normativa è iniqua, il fatto che essa sia nota dovrebbe bastare a fare sì che le persone ne tengano debitamente conto, e si facciano i loro calcoli di convenienza. In questo caso qualsiasi modifica alla normativa introdurrebbe ulteriori distorsioni ed ulteriori iniquità (una discussione che richiama quella di qualche anno fa sui "diritti acquisiti"). A questo ragionamento oppongo le seguenti osservazioni: (i) le persone non sono così razionali né così bene informate, (ii) se anche lo fossero, i cambiamenti alla normativa sono stati così tanti, così frequenti e così recenti che non si capisce come avrebbero potuto essere incorporati in scelte individuali così di lungo periodo come quelle relative ai percorsi lavorativi, (iii) se anche le persone aggiustassero effettivamente i loro comportamenti per tenere conto di ditorsioni normative tipo quelle esaminate, questo non sarebbe un buon argomento per sostenere che le iniquità del sistema non costituiscano un problema 'di per se'. La seconda considerazione sottostante alla tua osservazione sostiene che la distorsione è di piccola entità. A me non sembra che 3-4 anni di pensione siano pochi... (3) Differenziare i coefficienti di trasformazione per tipologie di professione non introdurrebbe una distorsione a favore di professioni considerate "socialmente meno utili". Eliminerebbe una distorsione esistente a danno di queste professioni, questo si. E a me sembra che la cosa migliore sia quella di eliminare quante più distorsioni possibile, e lasciare che sia il mercato a decidere quali sono le professioni più o meno utili. Inoltre se si vogliono disincentivare alcuni lavori esistono strumenti migliori che tenerne, per di più surrettiziamente, basse le pensioni ... (4) Questo è un altro argomento su cui molto si è discusso e su cui possiamo anche essere d'accordo, a patto però che lo Stato intervenga in altro modo (con l'assistenza universale, reddito minimo di cittadinanza, ecc.) per provvedere a fornire un'assicurazione contro eventi individuali che impediscono in primo luogo la formazione del risparmio, oppure contro eventi (individuali e sistemici, leggi crolli finanziari) che intervengono sulla sua accumulazione. La logica del sistema contributivo va proprio nella direzione di realizzare una separazione tra previdenza ed assistenza, per cui le pensioni erogate dallo Stato dovrebbero essere attuarialmente eque. Noi facciamo semplicemente notare un motivo in più per cui non lo sono. Tra l'altro la prima fonte di inquità attuariale rimane la differenza nelle aspettative di vita tra i generi. A 65 anni, gli uomini possono contare in media su 16 anni di vita residua, mentre le donne in media ne hanno oltre 20 di fronte a se. I coefficienti di conversione però non sono differenziati per genere. Sarà per lenire un qualche senso di colpa che gli uomini sentono nei confronti del gentil sesso, indubbiamente discriminato nel mondo del lavoro, se non altro in termini di salario? Forse. Un’altra razionalizzazione di questo “regalo” (4 anni di pensione!) è che l’esistenza dell’istituto della reversibilità attribuisce sostanzialmente la pensione alla coppia, rendendo meno rilevanti le differenze di trattamento tra generi (ma discriminando ulteriormente chi è rimasto solo – single impenitenti, divorziati, vedovi). Ma questo è un altro discorso... Un caro saluto. Matteo
  • è vero ma ...
    Nome: nicola c. s.  Data: 13.03.2007
    Il punto è reale ed importante, ma è davvero possibile risolverlo differenziando i coeffciienti "Dini" per categoria occupazionale? E per le carriere miste (che a parità di qualifica durante la vita attraversano più settori)? E soprattutto, se la connessione causale (come gli stessi autori ammettono) può non essere piena e diretta (dal lavoro alla vita attesa), ma "mediata" da altri fattori riconducibili a quella che si può definire in senso lato "classe sociale", è corretto intervenire sulle regole pensionistiche, o piuttosto non si dovrebbe recuperare la situazione di "svantaggio sociale" attraverso la progressività della fiscalità generale e la modulazione dei costi di accesso (copayment) a beni e servizi pubblici (in altri temini, fiscalità generale diretta e indiretta)? Sarebbero due i vantaggi di una impostazione di questo genere: (1) basare la neutralità delle regole pensionistiche su elementi il più possibile oggettivi e non questionabili (da quetso punto di vista, vedrei possibili solo la differenziazione di genere e il calcolo specifico sulla sopravvivenza degli eredi effettivamente in vita al momento del decesso del de cuius); (2) intervenire a favore delle situazioni di "svantaggio sociale" nel corso della vita, di volta in volta che le difficoltà si manifestano, e non alla fine della vita con una valenza "risarcitoria". Complimenti agli autori per lo spunto, che aggiunge un elemento di riflessione, tutt'altro che ovvio, sulla strada per la rifoma del sistema pensionistico e di welfare. Grazie, n. c. s.
    Risposta:
    Grazie per le sue osservazioni, che condivido appieno per quanto riguarda la necessità di recuperare su altri fronti le situazioni di svantaggio sociale. La questione è se occorra intervenire /solo/ su altri fronti o /anche /su altri fronti. In merito alle critiche che lei muove all'intervento sul fronte previdenziale, vorrei solo aggiungere alcune brevi considerazioni. Gli studi epidemiologici affrontano il problema dell'attribuzione delle carriere a professioni univoche, quindi la metodologia, per quanto imprecisa essa possa essere, c'è e produce risultati significativi. E' vero che la frammentarietà delle carriere è un fenomeno in crescita: potrebbe quindi capitare che in futuro la relazione significativa tra aspettative di vita e professione (attribuita) venga meno. Noi però non proponiamo di fissare i coefficienti una volta per tutte, bensì di basarli su di un monitoraggio epidemiologico (che è comunque alla base dell'applicazione dell'idea stessa dei coefficienti di trasformazione) più dettagliato di quello ad oggi utilizzato. Infine, l'intevento proposto non vuole avere una "valenza risarcitoria", tutt'altro. Non si vuole dare di più a chi nella vita ha avuto di meno. Gli si vuole semplicemente dare il giusto. Mi trovo invece d'accordo con le sue conclusioni per un punto che lei cita solo indirettamente: la necessità di tenere la legislazione il più semplice possibile. Questo mi sembra la principale critica che si possa muovere all'idea di trovare un criterio per definire i "lavori usuranti", criterio che presuppone l'esistenza di una qualche commissione che debba decidere in merito, e quindi ulteriore burocrazia, possibili fonti di rendite, rischi che "l'appetito venga mangiando" e quindi vengano poi introdotti ulteriori distingui, ecc. Sono tutti elementi, concordo con lei, che vanno messi sul piatto della bilancia. Noi ricordiamo solo che sull'altro piatto c'è una iniquità quantificabile in 3-4 anni di pensione in più o in meno rispetto a quanto effettivamente versato.... Grazie ancora, cordiali saluti, Matteo Richiardi