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Pari opportunità anche di restare al lavoro

di Daniela Del Boca, , Silvia Pasqua, e Daniela Vuri, Categoria , Famiglia, / Lavoro, Data 26.02.2007
Le differenze di genere nei tassi di crescita salariale sono legate a fenomeni di mobilità "volontaria". Forse perché le donne decidono di muoversi verso imprese più grandi per motivi diversi dalla retribuzione, come la maggiore protezione o la flessibilità nell'orario di lavoro. Nelle politiche del lavoro è necessario considerare questo aspetto e sviluppare misure di supporto che permettano di conciliare vita lavorativa e familiare senza per questo rinunciare alla realizzazione professionale.
COMMENTI PRESENTI SULLA NOTIZIA
  • Modi e tempi del lavoro
    Nome: Marcella M  Data: 05.03.2007
    Leggo questo articolo dopo quello sulla denatalità in Italia (cfr. La Voce 25/01/07). Mi sembrano due facce della stessa medaglia. Semplificando molto, non credo sia senza conseguenze il fatto che il modello lavorativo in Italia per chiunque (donna o uomo) abbia oggi ambizioni di carriera sia quello “senza limiti di orario e senza impegni esterni” (al lavoro). Come negli anni ’50 (estremizzo per chiarezza) quando, però, l’equilibrio familiare era assicurato dalle donne, poco impegnate professionalmente. Oggi non è così. Quindi si fanno pochi figli - quelli consentiti dalle proprie possibilità di conciliare le richieste professionali con le esigenze familiari – e chi fa figli non fa carriera, o ne fa di meno - perché non risponde più al modello “senza limiti di orario e senza impegni esterni”. E d’altra parte, nella coppia chi si fa carico degli “impegni esterni” è più spesso la donna, anche perché sul posto di lavoro è meno penalizzante per una donna che per un uomo usufruire delle flessibilità di legge (!). La riduzione delle garanzie lavorative ha solo irrigidito questo quadro e finora non ha portato, come in altri Paesi, allo sviluppo di una molteplicità forme contrattuali diverse. C’è da chiedersi perché.
  • La regola dell'amico non sbaglia mai.
    Nome: Marco Solferini  Data: 28.02.2007
    Il problema della disuguaglianza salariale è una questione che almeno a titolo personale amo ricomprendere nella Costituzione, come ratio legis cui far dipendere la crescita del nostro tasso di civiltà. Perchè ritengo che si tratti anche, se non soprattutto di questo. Però voglio sottolineare che se si vuole cambiare bisogna rimboccarsi le maniche, non occorre fare processi in pubblica piazza peggio ancora cacce alle streghe, bensì lavorare seriamente e con grande realismo in favore del benessere, un concetto esteso e ridefinito, che parta dalla reale opportunità per ciascuno di accedervi. Ma per fare questo occorre che ciascuno faccia la sua parte, di bravi scrittori l'Italia è forbita, siam popolo di marinai, poeti e sognatori quindi amiamo amare tuttavia a mio avviso ci sono due regole da adottare: 1) Le riforme non le può fare chi parla di gavetta, ma in vita sua non l'ha mai fatta e si autoconvince che coloro che lo circondano non se ne siano accorti. 2) Ci vuole voglia di fare, anche di lottare perchè come dicono a Roma: "chi s'arrende e non lotta è gran figlio de nà..."