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Pil, fondi pensione e Tfr

di Fabio Pammolli, e Nicola Salerno, Categoria , Pensioni, / Conti Pubblici, Data 25.01.2007
La capitalizzazione nazionale estende a tutti l'accesso a uno stesso tasso di rendimento a rischio basso o nullo, grazie al finanziamento a ripartizione e al patto intergenerazionale su cui si regge. Al contrario, la capitalizzazione reale indirizza i capitali previdenziali verso le opportunità migliori, entrando direttamente nel processo di produzione di ricchezza reale. E' necessario costruire un modello nuovo, fondato su di un mix dei criteri di calcolo e finanziamento, per produrre effetti positivi sia per il lavoratore-investitore sia a livello aggregato.
COMMENTI PRESENTI SULLA NOTIZIA
  • 140% vs 50%
    Nome: Jack Hogan  Data: 28.02.2007
    Ringrazio per l'esauriente risposta. Il mio punto era un po' meno sottile: Come mai, visto che i versamenti del giovane nell'esempio lo permetterebbero ampiamente, lo stato non e' in grado di fornirgli almeno il 70-80% dell'ultimo salario - come fa con questa generazione di pensionati? La risposta sta nel fatto che lo stato non riesce a mettere da parte ed a far fruttare i soldi del giovane contribuente, perche' li spende subito quasi tutti per far fronte alle insostenibili promesse fatte a questa generazione di pensionati retributivi. In altre parole, il giovane contribuente di oggi deve pagare di tasca sua sia la pensione della generazione dei suoi genitori che mettere da parte per se: paga due volte (o quasi tre, se i miei numeri sono giusti) Credo che nessuno glielo abbia spiegato finora, perche', visto le difficolta' che i giovani hanno a trovare lavoro e ad arrivare alla fine del mese, non sarebbero disponibili a farlo. Non varrebbe la pena di fare bene i conti e mettere i dati a disposizione del pubblico? Cordiali saluti, Jack Hogan
    Risposta:
    Uno dei pregi del sistema contributivo è la sua trasparenza nel “riconoscimento” dei diritti pensionistici: la pensione è l’esatta trasformazione in rendita del montante frutto dei contributi versatidurante la vita lavorativa. Il tasso a cui i contributi si accumulano è quello di crescita del PIL. Le pensioni erogate con il precedente sistema retributivo erano invece “generose”, nel senso che il loro importo era mediamente troppo elevato rispetto ai contributi versati e alla durata della vita trascorsa in quiescenza. Tutte le riforme degli anni Novanta, sino a quella del 2005 e quella di cui si sta discutendo in questi giorni, hanno mirato a ridare sostenibilità finanziaria al sistema pensionistico, soprattutto in previsione delle trasformazioni demografiche cui assisteremo nei prossimi anni, e i cui effetti si stanno già manifestando. Come ogni trasformazione sistemica, inevitabilmente il processo delle riforme pensionistiche segna delle discontinuità generazionali, che trovano giustificazione nella necessità di rendere graduali i cambiamenti e di tutelare i diritti acquisti e le aspettative maturate nel corso della vita. Uno dei punti critici della riforma “Dini” del 1995 è stata proprio la scelta di una fase di transizione troppo lunga, alla quale la riforma in fieri dovrebbe cercare di porre rimedio. È fondamentale che il processo di riforma venga completato, perché da questo dipende anche il buon funzionamento del mercato del lavoro e la diversificazione della spesa per il welfare system (l’intervento pubblico nel sistema sociale non riguarda solo le pensioni): altri due punti, assieme alla sostenibilità finanziaria, da cui dipendono benessere e tranquillità delle generazioni giovani di oggi. Grazie, fp(ns
  • 5,3%
    Nome: Jack Hogan  Data: 27.02.2007
    Se un giovane di 24 anni dovesse mettere da parte in un fondo ogni anno l'equivalente dei contributi INPS, remunerati al 5,3% reale - e volesse smettere di lavorare a 65 anni morendo a 85, potrebbe ritirare dal fondo il 140% del proprio ultimo salario ogni anno per i ventanni in cui non lavorerebbe Allora come mai, con il nuovo sistema contributivo, si parla di percepire meno del 50%? Cordiali saluti
    Risposta:
    I contributi al pilastro pubblico (l'INPS) si accumulano "nozionalmente" al tasso di crescita medio quinquennale del PIL. Al momento del pensionamento, il montante è convertito in rendita sulla base di un tasso reale pari all’1,5% (l’indicizzazione all’inflazione avviene ex-post, anno per anno). Con queste regole, il sistema contributivo (cosiddetto “Dini”) è in grado di fornire tassi di sostituzione (prima pensione / ultima retribuzione) che, ai livelli correnti di età anagrafica e di anzianità con cui mediamente si entra in quiescenza, si colloca tra il 50% e il 60%. Tuttavia, prolungamenti delle carriere (verso l’anzianità “piena” di 40 anni) permettono di aumentare il tasso di sostituzione anche al di sopra del 70%. È per questo che è importante, come bene argomentano Gronchi e Gismondi sempre su LaVoce, non impedire il funzionamento integrale delle regole del sistema contributivo, che forniscono incentivi “naturali” al prolungamento delle carriere. Per alcune schematiche simulazioni sui tassi di sostituzione, Ella può far riferimento al Quaderno CERM n. 4-05 su www.cermlab.it , pagg. 50-64 (http://www.cermlab.it/_documents/QuadernoCERM4-05.pdf). È necessario anche considerare che il carico fiscale e contributivo sulle retribuzioni è più elevato di quello sulle pensioni e, di conseguenza, i tassi di sostituzione netti sono sempre superiori a quelli lordi cui normalmente si fa riferimento. Quanto alla Sua osservazione sulla capacità di accumulazione dei pilastri privati, Ella si pone nell’ottica di un sistema pensionistico completamente fondato sui pilastri privati, o in cui sia possibile, a scelta dell’individuo, un totale opting-out (cioè una fuoriuscita dal pilastro pubblico per partecipare solo ai pilastri privati). È una prospettiva che non condividiamo, dal momento che, come si sostiene nell’articolo, pilastro pubblico e pilastri privati hanno “vizi” che si bilanciano e “virtù” che si complementano a vicenda (cfr. il paragrafo “Un nuovo modello”; cfr. anche l’articolo a firma Pammolli-Salerno http://www.eguaglianzaeliberta.it/articolo.asp?id=756). Tra i vantaggi della complementarietà ve ne sono due che “recuperano” finalità perequative anche all’interno di un sistema neutrale sul piano finanziario-attuariale (come il contributivo a regime): (a) l’accesso per tutti ad uno stesso tasso di rendimento a rischio basso o nullo (il tasso di crescita del PIL); (b) l’accesso per tutti alla perfetta indicizzazione delle pensioni all’inflazione. Si tratta di due prestazioni che, acquistate privatamente sul mercato, avrebbero costi elevati (e nel caso dell’indicizzazione all’inflazione potrebbero anche non essere fornite). In conclusione, siamo d’accordo con Lei sulle potenzialità dei pilastri pensionistici privati, ma all’interno di un disegno multipilastro del sistema pensionistico, che ribilanci l’accumulazione nozionale con accumulazione reale, e il finanziamento a ripartizione con il finanziamento tramite i frutti degli investimenti programmati ad hoc. Se ha desiderio di approfondire considerazioni di questo genere, può consultare la Nota CERM n. 1-07 su www.cermlab.it (http://www.cermlab.it/_documents/NotaCERM1-07.pdf). Grazie fp/ns