Logo stampa
 
 
 

Commenti

L'equità in tre riforme

di Massimo Baldini, e Paolo Bosi, Categoria , Povertà, / Fisco, Data 25.01.2007
Tre interventi sull'Irpef in pochi anni. Con obiettivi distributivi diversi. Qual è l'impatto totale sui redditi degli italiani? Stime calcolate su un campione rappresentativo di famiglie ci dicono che il primo modulo è stato favorevole ai redditi medio-bassi e ha interessato poco gli altri. Il secondo ha beneficiato in modo particolare la coda superiore della distribuzione. La Finanziaria 2007 avvantaggia i redditi medio-bassi, ma in misura trascurabile i poveri, e riduce quelli alti. Gli incrementi delle addizionali e l'obiettivo di una maggiore equità.
COMMENTI PRESENTI SULLA NOTIZIA
  • Non corretta informazione dei media
    Nome: Roberto Arnaldo  Data: 21.12.2007

    Sono molto interessanti le tabelle sugli effetti delle tre riforme sull'aumento del reddito disponibile. Dimostrano la malafede di certe affermazioni politiche. Si vede come il primo modulo Tremonti abbia dato un aumento maggiore in termini percentuali ai redditi medio-bassi rispetto alla riforma contenuta nella finanziaria 2007. E anche cumulando i vantaggi dei due moduli sempre con la finanziaria 2007, si evince che la riforma Tremonti ha dato di piu' ai redditi medio-bassi rispetto alla riforma Visco. Poi,l eggendo la tabella sulle percentuali, mi pare di capire che, pur avendo Tremonti agevolato anche i redditi alti,lo ha fatto in termini percentuali inferiori (se ho cumulato bene approssimativamente le due curve).Certo, si puo' obiettare che i 12-13 miliardi di riduzione fiscale si potevano utilizzare solo per i redditi medio bassi e si avrebbe avuto un miglioramento ancora piu' evidente del reddito disponibile di queste fasce. Ma comunque, il dato oggettivo mi pare che sia quello per cui l'aumento percentuale di reddito disponibile per i redditi medio-bassi sia stato superiore nelle riforme Tremonti piuttosto che in quella Visco.

  • Equità, questa sconosciuta
    Nome: Luca N.  Data: 29.01.2007
    Sono sorpreso che ancora ci si soffermi a dimostrare l'equità di alcune misure di politica economica utilizzando aridi indicatori statistici che altro non fanno che rimescolare e uniformare i valori espressi da una realtà molto diversificata. Durante i miei studi universitari, il mio professore di statistica mi ha insegnato che più un indicatore è sintetico e maggiore è la perdita di informazioni: l’indice del Gini ne è l’estrema semplificazione. Mi domando se è equo tassare a margine il lavoro al 45%, se poi non si considera l'investimento in formazione, l'impegno lavorativo che ha portato a tali disequilibri di reddito. L’equità è un concetto collegato al benessere sociale, ma anche alla soddisfazione individuale nel contribuire alla società con un impegno inevitabilmente variabile, che deve essere retribuito e tassato adeguatamente. Non deve essere fuorviante lo slogan che aumentando le tasse aumenti la tendenza ad evaderle; un incremento eccessivo delle tasse sui redditi medio alti riduce strutturalmente l'incentivo ad emergere, a studiare investendo in cultura, e a sacrificarsi per migliorare la propria professionalità. E' moralmente inaccettabile, e teoricamente inappropriato, portare la tassazione ad un livello così elevato da ingenerare comportamenti distorti.
    Risposta:
    Caro lettore, abbiamo solo cercato di fornire qualche elemento il più possibile semplice ed oggettivo per dare ai lettori la possibilità di formarsi una opinione basata su dati concreti. Gli strumenti che applichiamo vengono usati dai centri di ricerca di tutto il mondo per studiare l’impatto dei provvedimenti di tax-benefit. Sappiamo che la realtà è molto diversificata, ma senza una base informativa restano solo le dichiarazioni di principio, che lasciano un pò il tempo che trovano. Quanto al livello ottimale della pressione fiscale, sotto i profili dell'equità e dell'efficienza, il nostro articolo non prende posizione, essendo l'equità un giudizio di valore e l'efficienza un tema altamente controverso.