Logo stampa
 
 
 

Commenti

Improduttivi perché inamovibili

di Francesco Daveri, Categoria , Relazioni Industriali, / Lavoro, Data 18.01.2007
L'idea di introdurre tetti demografici per indurre un ricambio generazionale che altrimenti non arriva mai è semplice e affronta un problema diffuso. Ma l'esperienza finlandese ci insegna che l'invecchiamento è una questione seria per le imprese solo nell'high-tech. E deriva dall'inamovibilità, non dall'età avanzata, dei lavoratori. Nell'economia globalizzata, riesce a stare sul mercato del lavoro chi sa accettare il cambiamento, giovane o anziano che sia. Quali politiche per migliorare le opportunità occupazionali degli "over 50".
COMMENTI PRESENTI SULLA NOTIZIA
  • Tipo di lavoro ed età anagrafica
    Nome: Fabio Pancrazi  Data: 04.02.2007
    L'anzianità di servizio nello stesso lavoro è "terribile". Io faccio il vigile urbano e cambierei lavoro molto volentieri. Certo senza perdere soldi, già sono così pochi! Inoltre non credo proprio che la capacità lavorativa e la vita media continueranno ad aumentare in modo costante e, di conseguenza, aumenti la spesa pensionistica. I nostri vecchi attuali ed immediatamente prossimi hanno avuto una selezione naturale, hanno quasi tutti dei fratelli deceduti per vari motivi, oggi non muore più nessuno da piccolo perché siamo “polli di allevamento”. Hanno mangiato poco, la cosiddetta “dieta mediterranea”, oggi mangiamo troppo e delle porcherie. Poi, ai primi sintomi di malattia hanno trovato il periodo giusto con i medicinali che hanno loro allungato la vita. Io, cinquantatreenne, non arriverò sicuramente ad essere un novantenne, non raccontatemelo per lasciarmi al lavoro fino all’ultimo respiro: la riforma in vigore mi ha già portato il miraggio della pensione da 57 a 62 anni, quando, casualmente, avrò anche 40 anni di contributi. Non basta ancora?
  • Una riflessione
    Nome: michele  Data: 22.01.2007
    Gli autori sostengono che l'esempio finlandese dimostra come non sia particolarmente svantaggioso, nelle produzioni di tipo meno innovativo, mantenere occupate le fasce di età più alta. Nel caso della Nokia - e in generale del high tech - si dimostra il contrario e sono le fasce di età inferiore quelle che manifestano le caratteristiche utili all'innovazione necessaria. Quindi, già la tipologia del settore di attività influisce ma varrebbe la pena, anche sulla scorta delle osservazione fatte dai lettori in altre mail (quello allontanato dall'IBM nonostante la sua disponibilità al cambiamento e quello che osserva come la docenza universitaria possa addirittura migliorare con l'età) riflettere più a fondo sui margini di "identificazione" e "creatività" che un lavoro richiede e consente. Qui, aldilà dei diversi settori produttivi , non si può far a meno di notare che le organizzazioni fortemente gerarchizzate spesso ostacolano la creatività per loro "natura" (ad es. privilegiando altri fattori, quali la "solidarietà" tra gruppi dirigenti o omologhi in quanto fattore di stabilità e potere), rendendo così la capacità di adattamento al nuovo sprecata. Proviamo a riflettere, invece, sui tanti artisti, operanti in campo musicale, pittorico, architettonico ecc., che hanno prodotto al meglio in tarda età, quando ci sono arrtivati. Persino gli "esecutori", ad esempio Horowitz, "supplivano" con altro alla minore efficienza fisica. Insomma, non mi pare utile affrontare il problema riducendolo essenzialmente a uno strumento di regolazione del mercato e del costo del lavoro. In tal modo si trascurano fattori e dimensioni che sono necessari (oltre a Marx qualsiasi studioso di etologia umana, di comportamentivismo o di sociobiologia lo sa) per far si che l'essere umano mantenga il senso forte del proprio agire, senza il quale l'esercizio del lavoro evidenzia prevalentemente i suoi aspetti costrittivi,negativi, disincentivanti.
  • Commento
    Nome: Massimiliano Manfredi  Data: 22.01.2007
    Interessante articolo, ma vorrei manifestare alcune perplessità: è stato più volte ribadito in tutte le sedi utili che l'età pensionabile si deve elevare (per quanto mi riguarda non troverei affatto strano se venisse elevata fino a 70/72 anni) , d'altro canto si ripete che il lavoratore over 50 non garantisce più il valore aggiunto che l'impresa moderna pretende, e questo per la sua anelasticità, per la sua difficoltà ad adattarsi o a volere il cambiamento ( anche su questo dissento ). La conseguenza è che lavorando su questi teoremi le aziende si troveranno una pletora di funzionari ed operatori fortemente demotivati ( e questo non sembra un traguardo appetibile ) . Trovo pesantemente contradditorio il fatto che, mentre si fanno questi ragionamenti sull'età pensionabile, non si tenga conto del come motivare razionalmente e senza regalie chi rimane. E' mia convinzione che se in tutto il mondo del lavoro (soprattutto il settore pubblico e pubblico allargato) si operasse su meritocrazia e risultati il turn over si realizzerebbe superando le discriminazioni per età e sesso. Dopo le quote rosa che non sembra costituiscano una conquista, non vorremmo, nè dovremmo arrivare pure arrivare alle quote grigie. Sono un vs attento lettore ed estimatore, gradirei una risposta .
    Risposta:
    il mio articolo suggerisce proprio che a ridurre la produttività non è l'età, ma semmai l'anzianità di servizio nello stesso lavoro.
  • inamovibilità over 50
    Nome: bruno di gioacchino  Data: 19.01.2007
    Ho subito mobbing violento per uscire da IBM Italia spa nel 1994. Ero un analista amministrativo ed ero abituato a "cambiare" ed alla "formazione continua". Quando mi sono reso conto di ciò che stavano attuando in azienda, ho chiesto ripetutamente e per scritto di essere "utilizzato" in alti settori anche lontano dalla mia residenza, per essere partecipe al cambiamento in atto. Niente da fare ! Sono stato costretto a dare le dimissioni ed avevo 44 anni ed un figlio piccolo. Non è vero che il problema degli over 50 è quello della inamovibilità ! Il problema è legislativo, fiscale e di mentalità ed incapacità imprenditoriale.
    Risposta:
    Mi dispiace per la sua sfortunata esperienza personale. E' vero che negli uffici del personale (e tra i middle manager) ci sono un po' di preconcetti e di discriminazioni verso i lavoratori over 50 (nella pubblicazione OECD che cito nell'articolo e in un'altra specifica sulla finlandia "ageing and employment policies" si parla più estesamente del problema). ma l'unico modo per andare contro i preconcetti è far capire a chi li ha che non sono fondati. Occorre dunque favorire l'integrazione tra giovani e anziani sui posti di lavoro, cercando di favorire il loro reinserimento quando perdono il posto, non difendendo con le barricate i posti esistenti.
  • vecchi a 50 anni?
    Nome: marco  Data: 19.01.2007
    Nell'articolo del Boston Globe il problema si pone per i docenti sopra i 70 e non i 50 anni. L'idea di considerare i 50enni e oltre poco produttivi in generale e' secondo me sbagliata. Parlando in particolare dell'universita', a 50 anni spesso i docenti producono ancora molto perche' hanno una conoscenza accumulata e un network sviluppato. In effetti a quell'eta' si e' spesso manager della ricerca, gestendo ed organizzando il lavoro dei ricercatori piu' giovani. Inoltre piu' avanti nell'eta' si ha piu' esperienza a livello amministrativo riuscendo a far affluire risorse al dipartimento. Capisco il motivazioni se si guarda il problema in Italia dove spesso giovani ricercatori, magari assegnisti, hanno pubblicazioni internazionali mentre non le hanno alcuni ordinari con piu' di sessant'anni ma questo non e' un problema di anzianita' bensi' di meritocrazia.
    Risposta:
    Ognuno di noi ha le sue convinzioni. Ma l'articolo di Skirbekk citato in nota è una rassegna sui risultati scientifici al riguardo, cercando di lasciare le opinioni da parte. Perlatro, il mio articolo sostiene appunto che non è l'età che conta ma gli incentivi e le abilità individuali.