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Pensioni contributive: come garantire la corrispettività

di Sandro Gronchi, e Raimondo Manca, Categoria , Pensioni, Data 18.01.2007
Aggiornare annualmente i coefficienti di conversione, come in Svezia, è il minimo che si possa fare per garantire il principio di corrispettività. Occorrono però ulteriori correttivi senza i quali i coefficienti resterebbero sopravvalutati. Per gli errori che derivano dal ritardo con cui sono approntate le tavole di sopravvivenza e dagli assestamenti cui sono soggette, le soluzioni sono da ricercare in collaborazione con l'Istat. L'errore da calcolo backward looking si elimina solo prevedendo in modo attendibile la sopravvivenza di ogni coorte.
COMMENTI PRESENTI SULLA NOTIZIA
  • Tre problemi...
    Nome: Giancarlo Di Stefano  Data: 26.06.2007
    Complementi per l'analisi approfondita u un argomento poco trattato. Ho però tre osservazioni da fare. Da un punto di vista individuale una revisone annuale dei coefficienti rende il sistema "a contribuzione indefinita ed a prestazione indefinita". In altri termini il singolo non potrà mai avere la certezza di quale sarà la propria pensione. Da un punto di vista politico introdurre tale incertezza sul futuro non credo che sia pagante. Leggasi: aumento delle resistenze per qualunque modifica. Inoltre sempre dal punto di vista del singolo i mutamenti del coefficiente dovrebbero essere validi solo per il futuro e non per i contributi già riscossi ed "impiegati" dallo Stato. Se io Ti ho versato i contributi sulla base di un certo "contratto" tu stato non puoi modificarmeli che per il futuro. Terzo problema, se la revisione dei coefficienti riguarda tutti (ed anche i contributi versati in precedenza) e se stiamo assistendo ad una battaglia politica per il "gradone"..non sarebbe più opportuno, visto che si parla di Svezia, introdurre un sistema pro rata per tutti (anche quindi quelli con più di 18 anni di anzianità al 31.1.295) e su questa base attuare una vera politica equa e perequativa? Se ciò non avviene non è giusto evocare tali termini e parlare di equilibrio del sistema quanto una larga fetta di futuri pensionati "non partecipa" allo sforzo comune, ma ne è stato bellamente esentato...
  • corrispettività
    Nome: fabrizio vignali  Data: 24.01.2007
    Fa sempre piacere capire come stanno le cose.Può continuare a farlo?. E' pacifico che con l'aumento dell'età, la pensione sarà maggiore.Se non altro per il maggior montante contributivo su cui applicare i coefficienti e la disdicevole previsione di morte.Purtroppo li vogliono abbassare.Da quì l'idea che il problema principale per la P.A. sia la spesa e non quello previdenziale costituzionalmente sancito.Più della età pensionabile parlerei degli anni contributivi.Ci sono decine di migliaia di professionisti laureati che entrano alla dipendenza INPS/INPDAP a 28/30 anni.Applicando loro il contributivo, per avere almeno la pensione allo 80% dello stipendio dovrebbero lavorare fino a 76 anni circa.Applicando il principio fondamentale del contributivo vale a dire la corresponsione tra il dato e l'avuto,pur con le rivalutazioni e i coefficienti applicati, risulta che un professionista dipendente, che andrebbe in pensione con un importo pari allo 80% dello stipendio, pur vivendo fino a 80 anni non riavrà mai i "suoi"contributi versati.Qualcosa non và. Mi sembra di capire che volendo basare la sostenibilità del sistema sulla previsione alquanto aleatoria del rapporto pensionati/attivi, sia come accendere un mutuo senza la "probabile"certezza di poterlo pagare.Daltra parte il presupposto della ripartizione è quello di voler assicurare "a tutti i costi"pensioni più decenti.Sistema questo fallito.Perciò non crede che il nocciolo della questione sia sempre il solito?, ovvero con stipendi da 1000/1400 euro non si va da nessuna parte.Infine sulla solidarietà:quanto lo è lo Stato, nel gestire risorse, con i cittadini? cordialmente Vignali Fabrizio.
  • backward vs. forward looking
    Nome: nicola s. (Roma)  Data: 24.01.2007
    Complimenti per il contributo chiaro ed incisivo. Più di qualche perplessità, tuttavia, mi resta sull'abbandono del backward looking. Non sul piano teorico, dove la soluzione proposta da Gronchi-Manca è inoppugnabile, ma su quello concreto di gestione del sistema. Il backward looking ha il pregio (pur nell'errore) dell'oggettività dei dati storici; mentre il forward looking inevitabilmente coinvolge i tanti aspetti opinabili, perfezionabili, rivedibili di qualunque modello di previsione/proiezione. E se poi ex-post le previsioni/proiezioni si dimostrano mediamente sovra o sottostimate? Non c'è il rischio che il modello, il suo utilizzo e il suo utilizzatore diventino causa di polemiche e tensioni? Mi chiedo se non sia il caso di accettare l'errore del backward looking, minimizzandolo: da un lato, rivedendo su base annuale e con procedura automatica i coefficienti ‘Dini’ e, dall'altro, migliorando i tempi con cui sono approntate le tavole di sopravvivenza nella loro versione assestata. Dalla tavola Gronchi-Manca mi sembra di capire che questi interventi già permetterebbero di dimezzare o più che dimezzare l'errore complessivo del backward looking (la ‘sopravvalutazione totale’ nel Quadro 1). Complimenti ancora per la ‘luce’ gettata su questo non lieve aspetto tecnico del sistema pensionistico. Grazie
    Risposta:
    Il punto è delicato e mi stimola ad una risposta articolata. Dirò, in primo luogo, che anche in Svezia hanno ragionato come Lei. Uscita dalla porta, la previsione della sopravvivenza è però rientrata dalla finestra attraverso il ‘balance mechanism’, un sofisticato sistema di correzione del rendimento che previene una serie di rischi fra i quali, sotto sotto, quello della superlongevità. Vorrei fare due considerazioni, la prima delle quali è che solo nel primo pilastro la fiscalità può farsi carico della sottovalutazione della sopravvivenza. Ma come fare nel secondo (che la devoluzione ‘silenziosa’ del TFR rende per ora ‘semi obbligatorio’ e che, in prospettiva, ha buone chance di diventarlo totalmente) dove la capitalizzazione individuale è autentica (anziché virtuale) cosicché l’equivalenza fra rendite e contributi è condizione irrinunciabile sia per garantire la solvibilità degli annuity provider sia per evitare che i lavoratori siano espropriati di una parte dei loro contributi? E allora: è giustificata, e socialmente difendibile, la differenza di approccio (backward looking contro forward looking) fra due pilastri entrambi (prospetticamente) obbligatori? Vedo con favore l’ipotesi di una authority scientifica, autenticamente indipendente, deputata a fare previsioni neutrali che siano adottate dal primo pilastro e proposte come benchmark al secondo. L’altra considerazione riguarda l’importanza di attribuire ad ogni coorte, quando varca la fascia d’età pensionabile, cioè (allo stato) compie 57 anni, un vettore di coefficienti (uno per ciascuna età inclusa nella fascia) non più modificabile successivamente. In primo luogo perché il rischio di restare a lavorare invano (il delta di pensione sperato potrebbe essere, almeno in parte, annullato dalla riassegnazione di coefficienti minori) incentiverebbe al pensionamento precoce. In secondo luogo, perché a lavoratori della stessa coorte verrebbero implicitamente attribuite tavole di sopravvivenza diverse a seconda dell’età (anno solare) scelta per andare in pensione. Ne nascerebbe qualche profilo di ‘scarsa costituzionalità’ per violazione del principio di uguaglianza. Ma se siamo d’accordo che i coefficienti assegnati ad una coorte non sono più modificabili, questa è una ragione in più per pretendere che essi siano il risultato di uno sforzo revisionale (anche prudente). Diversamente, l’obsolescenza (portatrice di iniquità e squilibrio finanziario) regnerebbe sovrana.
  • coefficienti di conversione
    Nome: fabrizio vignali  Data: 18.01.2007
    Lei sostiene l'importanza delle correzioni ai coefficienti di conversione per rendere autosufficiente il sistema.Bene.Ma il nodo cruciale come lo risolviamo?, ovvero le pensioni da fame derivanti dal contributivo cos'ì com'e'..In Svezia gli stipendi e perciò anche i contributi previdenziali sono come i nostri?. Cordialmente Vignali Fabrizio.
    Risposta:
    Le pensioni ‘da fame’ non sono colpa del modello NDC ma dei mutamenti demografici in atto (allungamento della vita e calo delle nascite) i quali aumentano il dependancy ratio (pensionati/lavoratori) e costringono a ‘compensare’, per non accrescere la pressione contributiva, riducendo il replacement cost (pensione media/salario medio). La riduzione del secondo rapporto è evitabile prevenendo l’aumento del primo. Allo scopo, occorre elevare l’età media di pensionamento oltre che regolare i flussi migratori e incentivare la fertilità. Il modello NDC si limita ad esplicitare il trade off fra età e importo della pensione, lasciando ai lavoratori la libertà di risolverlo a loro piacimento. Faccio infine notare che la pensione contributiva è certamente diversa da quella retributiva per chi va in pensione a 57 anni, ma è simile per chi va in pensione a 65. Ancor più lo sarebbe andando in pensione a 67 anni, com’è consentito fare nel paese da Lei ricordato.