Logo stampa
 
 
 

Commenti

Privatizzazione, la parola magica

di Gianni De Fraja, Categoria , Scuola e Università, Data 15.01.2007
Privatizzazione completa e totale di tutte le strutture di ricerca e di istruzione terziaria: la soluzione ai mali estremi dell'università italiana. Alcuni atenei potrebbero essere ceduti a istituzioni straniere, altri chiusi o trasformati in spa e poi venduti in Borsa, regalati alla popolazione oppure organizzati in cooperative. Con i fondi risparmiati si potrebbero finanziare borse di studio, ricerca di base e progetti specifici. E nel lungo termine ne deriverebbe una valorizzazione del patrimonio e della tradizione culturale italiana.
COMMENTI PRESENTI SULLA NOTIZIA
  • La mediocrità e la luna e i falò
    Nome: michele caronti  Data: 12.02.2007
    Scusate si può discutere di tutto, ma mi stupisce come si possa arrivare a sottendere che compito della universita' sia anche quello di "per esempio insegnare agli studenti meno dotati"? L'università non dovrebbe essere un centro di eccellenza che gia' presuppne una selezione tra dotati e non dotati?...Probabilmente no, tutto in Italia sembra pervaso da questo egualitarismo che si riverbera poi inevitabilmente nelle materie e nei piani di studio. Non potete immaginare la sorpresa degli ascoltatori stranieri quando mi capita di spiegare loro che in Italia quasi non si studia il Rinascimento, invece si legge e rilegge un libro (ai piu' sconosciuto) come la Luna e i falò! La risposta è che non si aspira mai all'eccellenza neppure all'università, ma si aspira costantemente alla mediocrita'. Ma né Umanesimo, né Rinascimento (gli ultimi periodi di fulgore della storia italiana) riconescevano l'aspirazione alla mediocrità come ideale da coltivare
  • Sono d'accordo
    Nome: Giacomo Oddo  Data: 10.02.2007
    Sono d'accordo con il prof. De Fraja. Serve più competizione tra atenei. Forse però non è strettamente necessaria una privatizzazione così massiccia. Basterebbe dare completa autonomia gestionale alle università, come avviene per le autorità garanti.
  • Qualità
    Nome: andrea belussi  Data: 10.02.2007
    Il commento che sto per esporre forse può risultare in controtendenza, ma da studente di ingegneria nuovo ordinamento mi accorgo che la soluzione non deve essere la privatizzazione. La qualità degli insegnamenti non è data, ovviamente solo dal fattore voto, tento meno dal numero di laureati nè dal tempo che questi impiegano per laurearsi. Ovvio e banale il fulcro sono le risporse umane. Un laboratorio può essere importante , ma la sua funzione può essere svolta anche con mezzi non proprio all'avanguardia se il corpo docente ha una certa dose di ingegno. Un paramentro di valutazione potrebbe essere il Gmat - o indicatori ben diversi. Gli studenti vogliono anche impegnarsi ma hanno bisogno di una controparte motivata. Per quanto riguarda la ricerca, se svolta dalle università, si devono trovare degli indicatori utili a dimostrare la qualità: n° di articoli, tipo di ricerca e prestigio della rivista. A quel punto i finanziamenti dati in base alla ricerca e al prestigio dei ricercatori si risentiranno sui servizi dati agli studenti. Perchè privatizzare? Le collaborazioni tra aziende e università devono essere un obiettivo primario e già sussistono, privatizzando chi seglierebbe cosa fare? Ad oggi le università compiono sia ricerca di base che applicata come sarebbe in futuro? I finanziamenti devono essere gestiti meglio ma non mi sembra un motivo sufficiente per la privatizzazione. Per terimanre i docenti possono essere valutati sia in base alle ricerche svolte, che dovrebbero essere libere per quanto riguarda la ricerca di base e indirizzate al territorio per quanto concerne l'applicata, che dagli studenti. Un docente, per come è a tutt'oggi la realtà italiana, se non svolge ricerca non serve. Bisogna trovare il giusto equilibrio tra ricerca e insegnamento.
  • Cos'è un'università grande?
    Nome: Alberto Pozzolo  Data: 09.02.2007
    Vorrei far notare che l'Università di Chicago ha (dal sito): 2,160 faculty members 4,400 undergraduates 9,000 graduate, professional, and other students 12,460 employees (includes Hospitals) Secondo lo standard di classificazione adottato in Italia, per numero di studenti è un ateneo piccolo. Un ateneo piccolo per la didattica, ma assai grande per la ricerca, almeno a giudicare dal numero di premi Nobel della faculty allargata. Una maggiore apertura alle forze di mercato (se non la privatizzazione) porterebbe probabilmente a un aumento delle differenze di qualità tra atenei (negli Stati Uniti gli atenei peggiori sono certamente meno dignitosi dei nostri). Ma emergerebbero anche quelle eccellenze che al momento faticano a comparire. Credo che la vera questione sia proprio se sia o meno opportunto incentivare la diversificazione della qualità dell'offerta universitaria in Italia.
  • prima di privatizzare sarebbe meglio istruire
    Nome: lucrezia ricchiuti  Data: 27.01.2007
    Ho 50 anni, mi sono laureata a novembre del 2006 presso l'università statale di milano, facoltà di scienze politiche, indirizzzo economico. Mi sono laureata in corso e ho frequentato regolarmente tutte le lezioni. Se gli studenti potessero, come avviene in alcune università estere, valutare l'operato dei professori, la maggior parte di questi oggi sarebbe a fare le fotocopie in qualche ufficio pubblico. Svogliati, disinteressati, superbi e poco disponibili. Con alcune eccezioni, che però confermano la regola. Gli studenti d'altra parte sono di un'ignoranza spaventosa, non abituati allo studio, che è fatica e sacrificio. Se non si riforma la scuola secondaria superiore, se non si insegna a studiare a questi ragazzi, se non cominciamo a mandare a casa tutti quegli insegnanti che non fanno il loro dovere, se non prevediamo una qualche forma seria di valutazione dell'operato degli insegnanti che senso ha parlare di privatizzazione?
  • E chi se le compra?
    Nome: jacopo  Data: 19.01.2007
    Come no. Mettiamole in vendita (le università). E chi se le compra? Ok, supponiamo che io compri l'universita' di bologna. Ho due possibilita': 1- farla diventare bella e buone come Harvard 2- chiuderla, e vendere gli immobili che la compongono, i labs, i 4 brevetti che hanno. Cosa mi conviene fare? Io dico la 2. E preché? E' banale: a quali aziende in italia servono davvero laureati eccellenti, "addottorati" competenti? A quasi nessuna azienda. In italia non c'e' la finanza, non ci sono i servizi, non c'e' insomma quell'economia che sostiene la domanda di eccellenza, economia che invece e' presente in usa, in francia, in germania, in Uk. In mancanza di domanda per l'eccellenza, lo skill premium cade, dunque cade l'incetivo a pagare la retta nell'ipotetica harvard-bologna italica. Come si può essere così sconnessi col mondo reale da analizzare l'università decontestualizzandola dal sistema economico-sociale in cui è inserita? Occorre, credo, accettare che la battaglia per un'università migliore, in italia, è persa definitivamente. Semmai si tratta di tentare di creare una decina di buoni atenei in europa, accettando che tutto il resto rimanga quel che e': scuole medie. L'economia italiana domanda diplomati e\o laureati mediocri. Tutto qui. Basta, a conferma, misurare lo skill premium in italia e compararlo.
  • La strada che conduce al domani?
    Nome: Marco Solferini  Data: 18.01.2007
    La questione è resa complessa da una decina d'anni di latitanza in seno a idee che fossero innovative e nel contempo progressiste. Credo che il tenore dell'articolo fosse proprio quello di amalgamare due fattori che dovrebbero essere dominanti, ma faticano ad esserlo. Fondamentalmente l'Università Italiana versa in uno stato di difficoltà, strutturale ed evolutiva, si manifestano con insistenza segnali pericolosi di perdita di competitività, cui si aggiunge una coscienza poco uniforme a livello Nazionale, quindi fra Atenei, dello stato di pregiudizio nel medio periodo che si verificherà, inevitabilmente. L'autore centra un punto essenziale, cioè l'esistenza di elementi oggettivi e soggettivi che potrebbero minare seriamente la possibilità innovativa. "Privatizzazioni" in Italia è un termine più da vocabolario che da economia, a titolo personale ne ho viste poche, spesso si tratta di interventi chiurugici pseudo riformisti e in altre occasioni sono ristrutturazioni e trasformazioni, ma di fondo non cambia granché. Per gli studenti i costi sono aumentati, la qualità del servizio offerto è altalenante, sicuramente ci sono soggetti che non dovrebbero esserci e che, con una reale verifica qualitativa, imparziale, subirebbero una scrematura. Nel contempo però si individuano anche personalità di alto prestigio. Il percorso di studi si è allungato anche grazie all'ormai propedeutico Master post universitario, un arcipelago privo di controlli qualitativi seri, un vero e proprio business. E l'aspetto lavoristico è tutt'altro. E' la netta separazione fra la teoria e la pratica ciò che lascia, come cocci della festa, pezzi di istruzione nella lunga strada che conduce alla carriera.
  • Università-privatizzazione
    Nome: Luigi Cremonaschi  Data: 18.01.2007
    Credo nella buona fede e provocazione dell'autore dell'articolo. Però vorrei chiederLe, lei ha studiato in un'Università pubblica o privata? Detto questo cerchiamo di tornare al problema concreto: l'Università italiana è pessima. Il rapporto fondi investiti/risultati è iqualificabile, sicuramente privatizzarla è come regalare un patrimonio oppure gettare bambino e acqua. Non questo non lo vogliamo: vogliamo l'acqua pulita in cui immergere il bambino. Dare più soldi all'Università è inutile così come è inutile e, anzi, dannoso assumere 350 mila giovani e meno giovani precari nella P.A. se i modelli lavoratori restano quelli che conosciamo. C'è bisogno di una razionalizzazione, meno soldi ai rettori e che vigilino su come vengono spesi i soldi. Agirebbere sicuramente in modo più responsabile. Trasprenza: gli studenti non sanno niente di come e quanti soldi l'Università spende e su cosa. Propongo di rendere gli studenti più attenti e vigili, coinvolgerli negli affari: per questo vanno combiati gli statuti, renderli più democratici. Perchè ancora chiamara il rettore maglifico? che senso ha. siamo o no tutti uguali. Egli da rettore, o docenti, o ricercatore ha delle responsabilità, ma gli studenti non sanno quali esattamente. anche loro, più numerosi e con veri poteri decisionali dovrebbere essere coivolti di più. In fondo il rettore percepisce spesso anche uno stupendio di docente, o o è stato dunque anch'egli è uno che si ritrovare il mestiere di rettore. E poi basta, basta assumere guardie giurati che poi non fanno niente. Tagliare sì certo fa bene, ma privatizzare mi sembra una strategia per non affrontare il problema. Grazie
  • Di chi sono le migliori università private?
    Nome: Lorenzo Marrucci  Data: 17.01.2007
    L'articolo avanza una proposta radicale di privatizzazione delle università italiane come strumento per risolverne i noti problemi. Premetto che io non credo che la natura della proprietà, pubblica o privata, sia il vero problema delle nostre università. Il vero problema a mio parere è nella mancanza di competizione concorrenziale (che dipende soprattutto dalle modalità di finanziamento, non dalla proprietà) e nella governance autoreferenziale degli atenei (vedi mio articolo su Lavoce.info del 29.1.04). Tuttavia, è interessante chiedersi che tipo di proprietà abbiano le migliori università private del mondo, ossia quelle statunitensi. Studiando i loro statuti, si scopre che queste università non sono mai "possedute" da soggetti terzi. Queste università sono "proprietarie di se stesse", il che corrisponde a dire che sono equivalenti a fondazioni private il cui cda si forma con regole dettate nella carta istitutiva (tipicamente un mix di cooptazione da parte del cda stesso e di elezione da parte degli ex-studenti dell'ateneo), e pensate per garantire il perseguimento della "mission" dell'università, senza condizionamenti interni o esterni. Se lo stato italiano vendesse le nostre università a soggetti terzi (cooperative di docenti, università di altri paesi, fondazioni private di altri paesi, aziende), si configurerebbe una situazione molto diversa da quella delle migliori università statunitensi: ogni università infatti dipenderebbe da un soggetto esterno, e sarebbe potenzialmente asservita alla mission di questo (anche nobile, ma non aderente a quella dell'ateneo stesso). Se si potesse veramente privatizzare le università italiane, queste andrebbero trasformate semplicemente in fondazioni, e l'aspetto veramente cruciale sarebbe la definizione della loro governance di ateneo per garantire la definizione e il perseguimento di "mission" adeguate.
  • Università e Città
    Nome: Rocco L. Bubbico  Data: 17.01.2007
    Penso che l'articolo sia molto stimolante. Sono perfettamente d'accordo sulla concorrenza tra atenei e sullo sviluppo delle opportunità di finanziamento per gli studenti. Certamente la concorrenza tra Università (per didattica e opportunità) potrebbe (o dovrebbe?) trasformarsi maggiormente in concorrenza tra diversi sistemi-città per attrarre la "classe creativa". Una concorrenza basata sulla presenza di residenze, di banche locali convenzionate (che non offrano i soliti "conti giovani", ma finanziamenti specifici, e agevolati, per gli studenti), sull'offerta di tempo libero, di divertimento e di trasporti (oltre che ai trasporti locali si pensi al valore dato dagli studenti alla disponibilità di buoni collegamenti aerei con compagnie low cost). In un sistema del genere, i pericoli della scarsa qualità dell'insegnamento e delle tasse troppo alte verrebbero subito compresi e superati in quanto problemi collettivi cittadini. Allo stesso modo, nel caso di aumenti delle tasse, gli studenti con minori possibilità economiche verrebbero sostenuti e finanziati, con l'intervento di fondazioni e enti cittadini, oltre che delle banche e delle aziende locali. PS Vorrei conoscere, se possibile, il parere dell'autore sulla trasformazione delle Università in fondazioni, eventualità non presa esplicitamente in considerazione nell'articolo. Grazie.