Logo stampa
 
 
 

Commenti

Riforma del pubblico impiego

Categoria Relazioni Industriali, , Data 14.12.2006
Al tavolo delle trattative per il pre-accordo tra Governo e sindacati sui rinnovi dei contratti collettivi degli statali, che si riapre questa mattina, si discuterà anche del progetto di istituzione di una Authority per la valutazione dell'efficienza e produttività delle strutture pubbliche e dei loro dipendenti, elaborato da un gruppo di giuristi coordinato da Pietro Ichino e Bernardo G. Mattarella, che è stato presentato ieri al Governo e ai Segretari generali delle confederazioni sindacali maggiori. Ne pubblichiamo una sintesi e il testo integrale.
COMMENTI PRESENTI SULLA NOTIZIA
  • Non è solo questione di produttività individuale
    Nome: Andrea Chiari  Data: 11.02.2007
    La produttività individuale e la lotta ai fannulloni sono tematiche sacrosante. Ma che dire se esiste un ufficio per i contributi al gasolio dei trattori agricoli o se c'è una leggina di contributi al turismo che costa di più in gestione e rendiconti che in efficacia? E che dire ancora se un assessore mette in piedi un centro culturale per valorizzare giovani donne fotografo? O se una Regione apre un ufficio di rappresentanza in Dubai? In questi uffici ci stanno persone bravissime, che fanno scrupolosamente le loro pratiche o sanno organizzare ottimamente un evento culturale, ma l'esito per la collettività è meno di zero. Quando avremo sbattuto fuori i fannulloni - e Dio lo voglia - avremo risolto il 5% dei problemi della pubblica amministrazione che sono soprattutto quelli dell'esorbitanza delle sue dimensioni, della vaghezza degli obiettivi, della mancanca di rapporto tra centri di spesa e finanziamenti
  • riforma pubblico impiego
    Nome: Alberto  Data: 24.01.2007
    Comunque vorrei aggiungere che quando i sindacati sono così accondiscendenti, gatta ci cova. Temo che questo governo verrà ricordato come il "governo degli annunci" più che quello delle riforme. Un pò come il banditore di stampo medievale, che annunciava l'orario mentre si aggirava per la città semiaddormentata... alla fine tanto clamore e poca sostanza. Ma sempre meglio del fragoroso silenzio del governo Berlusconi.
  • Cultura dei risultati
    Nome: Sergio Gargiulo  Data: 23.01.2007
    Egregio Professore, sono 41 anni che lavoro in un Ente pubblico e da circa 27 anni mi occupo in prima persona di gestione del personale (inquadramento, incentivazione, sistemi di valutazione, ecc.). Vorrei sottoporLe la mia personale esperienza, sicuramente non esaustiva, ma, credo, abbastanza significativa. Nell'Ente in cui lavoro, si è cercato - sin dal CCL del 1982 - di inserire istituti che valutassero il "merito", premiando chi contribuiva al conseguimento degli obiettivi assegnati, rispetto a chi inseguiva propri interessi. Sia pure con tutte le limitazioni del caso ("pressioni" partititiche e/o sindacali e simili), l'esperimento sembrava riuscire; purtroppo poi, da un lato un "tornare indietro" del sindacato di categoria, ma dall'altro, alcune sentenze del TAR che, basandosi su criteri più legati a quello che si è (status), piuttosto che a quello che si produce (merito), hanno dato ragione ai ricorrenti, sostanzialmente negando all'amministrazione la facoltà di operare scelte discrezionali. Il vero problema è quindi culturale. Tutti auspicano una amministrazione pubblica dove trionfino l'efficienza, l'efficacia ed il merito, ma poi difficilmente si accetta la più semplice delle conseguenze di questa affermazione: riconoscere il merito significa accettare il "rischio" di una valutazione sulle prestazioni che, ancorchè ancorata a elementi oggettivanti, non potrà mai essere scevra da fattori non oggettivabili, anche connessi ad atteggiamenti (la voglia di fare!). In definitiva, si tratta di accettare l'idea (profondamnete avverasata dalla cultura dello status) che debba esitere (e univocamente individuabile) un "valutatore" responsabile in prima persona dei propri giudizi e che si trovi in una sorta di equilibbrato conflitto di interessi con coloro che dovrà valutare. grazie per l'attenzione e auguri di buon lavoro.
    Risposta:
    Concordo pienamente con queste osservazioni. (p.i.)
  • La guerra di poveri
    Nome: Alberto  Data: 22.01.2007
    Mi intrometto nella discussione per esprimere alcuni pensieri. Innanzitutto è emblematico che parlare di pubblica amministrazione equivalga a scatenare una guerra di poveri, tra chi è precario e chi dispone di un lavoro inamovibile. Se questo accade è evidente che ci troviamo di fronte a due categorie che sfuggono all'equilibrio della logica, attestandosi su posizione estreme per opposti motivi. In effetti, l'idea di una categoria di lavoratori non licenziabili è fortemente anacronistica nel contesto attuale, dove la regola è ormai la precarietà e l'insicurezza. E' evidente che questo provocherà forti attriti sociali, sempre crescenti con il crescere dello squilibrio. Alcuni dipendenti della PA si sono lamentati per l'acredine e la scarsa considerazione nei loro confronti, dimenticandosi ahimè che molti di loro sono stati assunti grazie alle clientele e alle relazioni sociali, e non per meriti acquisiti. Chi è causa del proprio male, pianga se stesso. Al di la di queste considerazioni, credo fermamente che il principio cardine, inamovibile, assoluto che si dovrebbe seguire quando si formulano le leggi che regolano la vita di un paese sia quello dell'equità nel merito. In altre parole, un privilegio come la stabilità di un posto di lavoro impiegatizio, va pagato contraendo una retribuzione alquanto modesta, mentre coloro che lavorano nel settore produttivo, o che compiono lavori faticosi, pericolosi o usuranti dovrebbero a maggior ragione godere di alte compensazioni salariali o altri diritti. Questo permetterebbe di tacitare ogni protesta secondo il motto "non sei contento? vuoi guadagnare di più?allora prendi il posto di chi lavora in fabbrica". Questo vale come principio generale, potrebbe essere benissimo adattato a tanti ricchi che si lamentano dell'entità delle tasse che pagano. Basterebbe loro ricordare che ci sarebbero tante persone felici di pagarle stando al loro posto. Saluti Alberto
  • Statali, lavoro e sindacato.
    Nome: Salvo  Data: 20.01.2007
    Grazie per la cortese risposta Professore. Continuo a pensare che i dipendenti pubblici non sono tutti uguali e che non ho nessuna intenzione di ricominciare da capo “beneficiando” di procedure di mobilità di dubbia applicazione. In altro suo articolo Lei ha parlato di sindacato. Esordisco facendo notare che l’impiego alle dipendenze dello Stato viene presentato all’opinione pubblica come il ricettacolo di grandi furbacchioni; e che solo i sindacati “storici” possono risolvere il problema di un pubblico impiego malato. Mi ha lasciato alquanto stranito il modus operandi che i tre sindacati ed un paio di ministri hanno adottato per raggiungere il memorandum sul lavoro pubblico (secondo a quello delle pensioni…)…ma forse io sono ignorante se penso che a rappresentare i lavoratori non ci sono solo questi tre sindacati ma anzi ne esistono altri, senza connotazioni politiche (finalmente) che stanno crescendo e stanno lavorando in modo limpido, coscientemente e che hanno il requisito della maggiore rappresentatività. Professore, ma è normale che si faccia finta che in Italia esistano solo le confederazioni “solite”? Sono sconcertato, mi creda. Grazie per la sua attenzione.
  • Poveri!!
    Nome: salvo  Data: 13.01.2007
    Ma quanto sono cattivi, brutti, lavativi, parassiti..e chi ne ha più ne metta..questi statali! L'Italia va male a causa loro! Professore, ma come fa a sostenere che tutti i dipendenti pubblici sono uguali e che tutti ricevono lo stipendio senza lavorare?Sa, io lavoro da quando avevo circa 14 anni; ho fatto i lavori più umili ed ora che sono alle dipendenze della pubblica amministrazione non sto a grattarmi tutto il giorno.Il mio stipendio è di poco più di mille euro. Per anni sono stato pendolare; ho speso un sacco di soldi per mantenermi. Ora le sento dire che bisogna essere"mobili"...cioè dovrei tornare a rifarmi una vita per l'ennesima volta da un'altra parte?Generalmente apprezzo quello che scrive ma questa volta, con l'autority e con la sua intervista nei giorni scorsi devo dirle che non condivido questo modo di fare un fascio unioco di tarnti tipi di erbe. Chi non lavora sia perseguito ma chi lavora e lo fa con coscienza non può subire il martirio in nome del risanamento delle finanze del paese. Continuerò a seguirla.
    Risposta:
    Non ho mai scritto che "gli statali" sono tutti nullafacenti. Al contrario,tutti i miei articoli sul tema dell'impiego pubblico, e ultimamente il mio libro "I Nullafacenti" (Mondadori), affermano proprio la necessità di distinguere tra chi, nelle amministrazioni pubbliche, fa il suo dovere, magari lavorando per due, e chi non lo fa. Proprio il contrario della generalizzazione che Lei giustamente respinge. Per questo, dato che una parte cospicua del management non sembra ancora avere gli incentivi giusti -e sovengte neppure la capacità professionale - per farlo, propongo l'attivazione dei nuclei interni di valutazione e di una Autorità centrale che ne garantisca l'indipendenza, ne stimoli l'attività, che renda accessibili tutti i dati a tutti gli osservatori qualificati che possono esercitare un controllo penetrante dall'esterno dell'amministrazione, che imponga il metodo della public review: un confronto annuale tra valutatori interni e osservatori esterni, nel quale entrino in comunicazione (e anchecompetizione tra loro) intelligenze e metodi diversi di analisi e controllo. (p.i.)
  • Riforma del Pubblico Impiego
    Nome: carmelo lo piccolo  Data: 09.01.2007
    Qualche anno fa, un pregevole saggio del Prof.Ichino si domandava a cosa servisse il Sindacato. A mio avviso è proprio da qui che bisogna partire per capire una parte importante dei mali della Pubblica Amministrazione. Lungi dall'essere un'istituzione di garanzia e controllo sugli aspetti normativo - contrattuali del rapporto di lavoro, il Sindacato nel Pubblico Impiego si è ridotto a scimmiottare la peggiore politica, aggiungendo un'altra categoria di raccomandati e mendicando favori e tutele per i propri iscritti. Il sindacato e i sindacalisti dovrebbero invece caratterizzarsi per essere delle vere e proprie "controparti" dei vertici politici e gestionali dell'amministrazione, dei "corpi intermedi" capaci di vigilare e tutelare, oltre all'interesse del proprio iscritto, anche i priincipi di legalità, imparzialità e buon andamento della Pubblica Amministrazione, essendo capaci di intervenire con apposita attività di informazione e denuncia ogniqualvolta l'azione amministrativa devii o eluda tali principi. In buona sostanza, più che astrusi controlli di natura aziendalistica e/o ulteriori strutture burocratiche che hanno già clamorosamente fallito, dentro il Pubblico Impiego si dovrebbe alimentare un sano e fisiologico "contrasto di interessi" tra i principali attori istituzionali, e una altrettanto utile "creazione di interessi" ( a migliorarsi, a motivarsi, a percepire il decoro ed il prestigio del proprio lavoro, ecc.), cercando casomai di fare funzionare meglio la Dirigenza, dove a mio avviso si pagano retribuzioni veramente spropositate a fronte di prestazioni e competenze del tutto inadeguate e/o assenti e non scaricando tutto o quasi tutto sul resto dei dipendenti.
  • Nuove Poltrone
    Nome: giaci  Data: 08.01.2007
    Authority, commissioni, vigilanti,controllori: solo nuove poltrone per i soliti noti. La formula è semplice: meno parassiti, più passione e competenza per migliorare il sistema.
  • esperienza
    Nome: pino  Data: 08.01.2007
    concordo spesso con le opinioni del prof Ichino, pur essendo un pubblico dipendente.Non vorrei che ogni tentativo di riformare la p.a. si traformasse in un inutile conferimento di poteri ai dirigenti od a organi apicali e verticistici che valutassero il merito in funzione di appartenza politica, sindacale o "RACCOMANDALE".... Ho lavorato in diversi settori, sono stato libero prof. alle dipendenze dei privati e ora sono approdato nel settore pubblico.Premetto che lavoro in una p.a. molto efficiente in quanto la gran parte dei dirigenti sono soggetti resp e preparati anche se non mancano eccezioni.....la prima differenza che salta agli occhi rispetto al mondo privato è la inutilità dei sindacati.....(sn un uomo di sinsitra) veri centri di potere e di attività clientelare degna dei sistemi borbonici....scandalosi!l'altra differenza sono i dirgenti, spesso impreparati e sottoposti in modo umiliante alla pressione del mondo politico.. non dotati di autonomia e soprattutto pagati bene e troppo rispetto ai normali dipendenti!!! una riforma seria deve partire da qui! limitare l'attività dei sindacati e riformare seriamente la dirigenza. grazie per lo spazio e buon proseguimento
  • Politica e dirigenti
    Nome: Dario  Data: 06.01.2007
    Gentile Professore Sono stato suo studente qualche anno fa e nel leggere la Sua proposta ho rivisto lo stesso interesse e la stessa competenza con il quale sosteneva le lezioni che ho avuto il piacere di seguire. Quasi subito dopo la laurea ho iniziato a “vagare” (tuttora da precario) per varie P.A., dalle centrali a quelle periferiche, passando per comuni di media grandezza fino ad approdare ad un Comune di circa 4.000 abitanti. Proprio sulla base di questa esperienza ho maturato la convinzione che molti dei problemi della P.A. non siano essenzialmente e solamente dei dipendenti, o meglio, che una parte dei i dipendenti della P.A. siano il risultato di una visione sbagliata della P.A. stessa da parte di chi si trova ad amministrarla. Soprattutto nelle entità piccole mi sono trovato a confrontarmi con colleghi che ricoprono la mia stessa qualifica senza aver sostenuto alcun concorso… Il punto che però vorrei sottoporLe proviene da un’altra considerazione. Premettendo che sono assolutamente d’accordo ed anzi vedo positivamente qualsiasi forma di controllo sui risultati, vorrei tuttavia sollevare il problema dei rapporti tra la dirigenza e la parte politica. In altre parole, soprattutto nelle entità medio piccole, gli amministratori sono i veri controllori dell’operato dei Dirigenti, e delle Posizioni Organizzative. Si pensi che ai sensi del T. U. E. L. (D.Lgs. 267/2000) la Posizione Organizzativa può essere revocata addirittura dall’Assessore delegato. Il risultato di ciò nella mia seppur breve esperienza è una sudditanza di detti funzionari i quali, in una posizione di assoluto ricatto, si trovano ad operare sotto una continua pressione anche in funzione del fatto che la figura di Segretario Comunale si è ormai trasformata in Direttore Generale perdendo di fatto l’originaria funzione di controllo sugli atti. Purtroppo spesso non ci si rende conto di quanto invece le decisioni prese anche a livello locale siano quelle che più influenzino la vita dei cittadini.