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Un "partenariato privilegiato" tra Europa e Turchia

di Carlo Altomonte, Categoria Immigrazione, / Europa, , Data 04.12.2006
Il vero problema non è quello di decidere quando e a che condizioni la Turchia sia pronta a entrare nell'Unione Europea, ma piuttosto è quello di valutare se l'Europa di oggi, con i suoi compromessi al ribasso, è pronta ad accoglierla. L'esempio della politica regionale basta per comprendere la difficoltà. La proposta di formalizzare accordi di "partenariato privilegiato" serve a garantire la continuità giuridica dei progressi compiuti nell'ambito dei negoziati di adesione, attivando le politiche comuni negoziate con una dotazione finanziaria indipendente.
COMMENTI PRESENTI SULLA NOTIZIA
  • politiche regionali
    Nome: Gianfranco Viesti  Data: 06.12.2006
    L'argomento "bilancio dell'Unione" è effettivamente usato da molti oppositori dell'ingresso della Turchia. Ma, a parte il fatto che andrebbe comparato con i vantaggi anche economici derivanti dal futuro ingresso della Turchia nell'UE, va riportato anche nelle sue giuste proporzioni. Non si può stimare il costo della politica regionale UE per la Turchia moltiplicando popolazione per erogazione media attuale, dato che esiste un tetto (capping) alle erogazioni che nel caso della Turchia sarebbe al 3,8% del suo PIL (Reg CE del Consiglio 1083/2006, 11.7.2006, all. 2, punto 7). Ciò produrrebbe un potenziale esborso di gran lunga inferiore.
    Risposta:
    Caro Professor Viesti, grazie per il Suo intervento che mi consente di chiarire meglio un punto. Innanzitutto, il tetto del 3,7893% del PIL per le erogazioni della politica regionale (questa la cifra del Regolamento CE 1083/2006 per i paesi con un Pil pro capite inferiore del 40% alla media UE) rappresenta, se non erro, la capacità di assorbimento definita sugli stanziamenti annuali. Nel caso Romeno (PIL di 79,3 miliardi di euro nel 2005 secondo gli ultimi dati Eurostat), otteniamo ad esempio un massimo di stanziamenti annuali pari a circa 3 miliardi di euro, che moltiplicato per i sette anni delle prospettive finanziarie 2007-2013 vincola il tetto di risorse disponibili per l'obiettivo convergenza in Romania a circa 21 miliardi di euro. Correttamente, la Commissione Europea propone di stanziare circa 16 miliardi di euro per la Romania per il periodo 2007-2013, dunque restando al di sotto di tale soglia. Facendo lo stesso esercizio per la Turchia, partiamo da un PIL nel 2005 di 290,5 miliardi di euro (stessa fonte Eurostat), cui applichiamo un tasso di crescita medio del 7 per cento per i prossimi sette anni, ottenendo nel 2014 un PIL pari a circa 466 miliardi di euro. Supponendo che i nuovi regolamenti attuativi dal 2014 non varino la soglia del massimale di aiuto, otteniamo un tetto di circa 17,7 miliardi di euro l'anno, che moltiplicato i sette anni delle prospettive finanziarie 2014-2020 ci porta ad un massimale di aiuto per la Turchia pari a 124 miliardi di euro per l'obiettivo convergenza. La mia stima di 108 miliardi di euro è dunque conservativa (se ad esempio ipotizziamo un tasso di crescita dell'economia turca inferiore). In generale, comunque, al di là dell'ammontare complessivo delle cifre che al momento possiamo solo ipotizzare (non sappiamo quali saranno i regolamenti attuativi dei fondi strutturali in una Europa a 28 o più Stati membri), il mio punto è che l'ingresso della Turchia a diritto europeo costante cambierebbe profondamente la natura dell'Unione, perchè la stessa non sarebbe più in grado di garantire alcuni dei suoi tratti essenziali, a partire da quella politica regionale su cui Lei ha così ben scritto in questi anni. Siccome sono un convinto sostenitore dell'adesione della Turchia ad una Unione europea più forte, non più debole, ritengo che il modo migliore di non "perdere" la Turchia quale futuro Stato membro sia quello di assicurarci una tappa intermedia nel percorso di adesione (il partenariato privilegiato) nell'attesa che l'Unione sia forte abbastanza per accoglierla, senza dover rinunciare per questo a pezzi importanti del suo percorso di integrazione.
  • Turchia in Europa
    Nome: Sergio Ascari  Data: 06.12.2006
    Scrivo avendo recentemente vissuto ad Ankara per un anno e mezzo. Concordo sull'importanza dei fattori economici, oltre che di quelli politico-culturali, tuttvia non credo che i Turchi si aspettino dall'UE i 100 e passa miliardi che spetterebbero loro in base alla legislazione corrente. Non questo vogliono, ma piuttosto un genuino accesso ai mercati, delle merci, dei servizi e del lavoro. Concordo con Atomonte circa la strumentalizzazione di fattori religiosi che è stata fatta impropriamente da molti, specie in paesi germanofoni. Meno notata è invece la strumentalizzazione fatta dell'ingresso della Turchia da parte dei paesi "liberisti", come la Gran Bretagna e (prima delle rsipettive ultime elezioni) Spagna e Italia, che hanno usato l'ingresso della Turchia come un ariete contro i paesi "renani", che massimamente ne temevano l'impatto: in quanto l'ingresso della Turchia renderebbe insostenibile non solo la politica di coesione dell'UE, ma anche (e soprattutto) la famigerata politica agricola comunitaria di cui i paesi renani sono i massimi beneficiari (o almeno alcuni loro gruppi di potere molto influenti). Il partenariato non risolve, anzi aggrava, ha ragione Bonfanti. In fondo ha ragione la UE: continuare a sostenere l'adesione, e sperare che nei 10-15 anni prima della stessa politiche comunitarie comunque disastrose siano state riformate, non solo per la Turchia. Il vero problema della quale non è nè la sua povertà nè la sua religione. Piuttosto, è il ruolo ancora enorme che in essa ha il virus del nazionalismo autoritario, nato come in altri paesi tra le due guerre ma non guarito dalle dolorose ma salutari cure delle sconfitte militari (come in Germania e Italia) o economiche (come in Spagna e all'Est). Contro questo virus oggi l'unica strada realistica - dato che nessuno pensa alla guerra - è la prospettiva dell'islamismo moderato di Erdogan all'interno e quella dell'integrazione europea all'esterno. Tenendo duro sui principi.
  • Turchia
    Nome: Gianmarco Bonfanti  Data: 05.12.2006
    Vedo che ormai sia i commentatori che gli economisti, in Italia, stanno risolvendo la questione dell'adesione della Turchia alla UE con la formula del "partner privilegiato". Fate però i conti senza il popolo turco, che conosco bene. Se il risultato finale di una serie (notevole) di governi turchi il cui principale compito è stato nel tempo quello dell'adesione piena alla UE, alla fine si risponderà con la formula del partner privilegiato (lo sono già per tanti aspetti) le conseguenze potrebbero essere: - ripercussioni sulle importazioni di prodotti di origine UE - rafforzamento dei nazionalisti - rottura di qualsiasi forma di collaborazione fra Turchia e UE - forte ripresa del pan-turchismo, con conseguente destabilizzazione di vaste regioni europee ed asiatiche - dire addio ad una soluzione dei problemi di Cipro - riaccendere la rivalità turco-greca Il rafforzamento dei nazionalisti potrebbe avere conseguenze molto serie (presa democratica del potere) grazie ad una legge elettorale particolare. Bisogna stare attenti prima di dire ai cittadini turchi: OK, siete europei, ma di serie B. I turchi, in nessun caso, accettano mai la serie B.
    Risposta:
    L'attuale base negoziale su cui si sta trattando l'adesione della Turchia, concordata nel 2005 dalla UE e dal governo turco (dunque a prescindere dagli eventi di questi giorni), prevede già la possibilità di "clausole di salvaguardia permanenti" nei settori della libera circolazione delle persone, della politica agricola, e della politica regionale. La possibilità di una membership "di serie B" è dunque già stata prevista dai Governi. Colpevolmente, tuttavia, non se ne parla, con il rischio che questo possa dare luogo alle conseguenze che lei prospetta una volta che la consapevolezza di ciò sia nota all'opinione pubblica turca. La proposta di partenariato privilegiato mira a superare questa ambiguità, non a rafforzarla, inserendo da subito le relazioni UE-Turchia in un quadro negoziale preciso, con tempi definiti ed obblighi reciproci realistici, lasciando aperta in un secondo momento la possibilità di membership piena, quando il quadro istituzionale turco, e sopratutto europeo, lo consentiranno. Questo permeterebbe di non danneggiare il quadro dei rapporti bilaterali, e di avanzare da subito nelle aree strategiche dove ciò è possibile (energia, politica estera, unione doganale), senza pregiudicare l'adesione futura. Se mi passa il parallelismo culinario, meglio avere mezza torta ben cotta domani, con la possibilità di avere tutta la torta ben cotta dopodomani, che una torta cotta male in un futuro incerto. Cordiali saluti
  • Sventare lo scontro di civiltà
    Nome: Andrea Colzi  Data: 05.12.2006
    Spero che la politica europea (Francia compresa) si renda conto delle opportunità che derivano dai rapporti con la Turchia. Con chi, se non con Ankara, stabilire un partenariato o comunque un confronto costante sulle grandi questioni che sembrano compromettere il futuro delle nuove generazioni? Mi riferisco all'emergere di nuove potenze economiche e ai disagi che questo provoca nella Vecchia Europa. Ma anche ai conflitti politici, militari e culturali che segnano il nostro presente o che si profilano all'orizzonte. La Turchia è un banco di prova. Si tratta, infatti, del Paese islamico che più di ogni altro è stato partecipe della nostra storia.