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Quei due fondi tra il Tfr e la previdenza privata

di Fabio Pammolli, , Nicola Salerno, e Simona Costagli, Categoria Pensioni, , Data 30.10.2006
Sulla scorta dei dati, la questione dello smobilizzo del Tfr può essere rivista in termini meno allarmisti e paternalistici per i bilanci delle micro e piccole imprese. L'avvio dei pilastri privati richiede scelte più coraggiose. A partire dalla rinuncia al fondo-infrastrutture e al fondo di garanzia. Per creare invece una cultura previdenziale, che sia anche tutela della effettiva libertà di scelta del lavoratore. E per realizzare le riforme strutturali che davvero aiutano le Pmi perché incidono sull’efficienza e sulla qualità dell'ambiente in cui vivono.
COMMENTI PRESENTI SULLA NOTIZIA
  • ACCESSO AL CREDITO
    Nome: Fabio Cernuschi  Data: 03.11.2006
    Buongiorno, complimenti a tutti per il lavoro svolto. Nel dettaglio avrei un'osservazione da fare: mi sembrano poco veritieri i dati sull'acceso al credito; mi piacerebbe vedere un report non solo di Capitalia o Bankitalia, ma anche di Confinustria o Confapi. Di nuovo buon lavoro e saluti Fabio
  • Cultura previdenziale?
    Nome: antonio piacentini  Data: 02.11.2006
    Se i fondi non sono decollati su base volontaria, più che un problema di cultura previdenziale forse ha inciso una contribuzzione IVS del 32-33% con la prospettiva di un innalzamento dell'età pensionabile che sconta la difficoltà di restare in azienda oltre i sessantanni. Poi le garanzie prestate dal fondo di garanzia non mi sembrano così inutili, visto che è la comunità europea a chiedere forme di tutela del credito del lavoratore nel caso di insolvenza dell'impresa: perchè se lo stesso tf viene investito non dovrebbe essere ugualmente garantito? Forse è invece mancata una riforma che tuteli il risparmio pubblico gestito dai fondi pensione, ben oltre gli attuali limiti. Quando si parla di retribuzioni seppur differite si ha a che fare sempre con un un bene tutelato costituzionalmente (art.36) ed in questa prospettiva anche il consenso al cambiamento avrebbe sicuramente un risultato migliore dell'attuale.
    Risposta:
    Grazie per il Suo commento. Procedo per punti, seguendo il Suo testo. [1] Le ragioni per cui i pilastri privati stentano a svilupparsi sono diverse e, tra queste, anche le due che Ella cita: il livello corrente di contribuzione al primo pilastro, e il cosiddetto “scalone Tremonti-Maroni” che forza a prolungare il periodo di contribuzione al pilastro pubblico. Il punto è che, se si desidera avanzare verso un sistema pensionistico multipilastro, è inevitabile affrontare anche il non lieve dibattito sulla parziale riallocazione del risparmio previdenziale corrente, che comprende sia la contribuzione ex-lege al pilastro pubblico sia gli accantonamenti annuali al TFR. [2] Nella misura in cui l’istituto del TFR viene superato (i.e. gli accantonamenti smobilizzati), viene meno anche la funzione del relativo fondo di garanzia. In questo senso, l’agevolazione all’impresa consistente nell’esonero dalla parte del contributo al fondo di garanzia (0,15% della retribuzione annua lorda) che tutela contro il mancato pagamento del TFR è valida e strutturale. [3] Il fondo di garanzia, tuttavia, ha sinora tutelato anche contro il rischio che il datore di lavoro non onorasse altri crediti del lavoratore diversi dal capitale del TFR: una estensione delle funzioni del fondo di garanzia avvenuta nel 1992 e finanziata annualmente con un contributo a carico del datore pari allo 0,05% della retribuzione annua lorda. Il recente accordo (23 Ottobre u.s.), per potenziare le agevolazioni alle imprese che perdono gli accantonamenti, ha esteso l’esonero contributivo anche a questo 0,05%. Con ciò ha, a nostro avviso, indebolito la strutturalità di questa agevolazione, perché ha sottratto risorse ad una finalità che rimarrà viva, senza individuare fonti di finanziamento sostitutive. In questo specifico punto, concordiamo con la Sua osservazione circa l’utilità di mantenere attivo il fondo di garanzia in quella parte dedicata a crediti diversi dal TFR, a meno di non prevedere soluzioni sostitutive adeguate. Si tratta, però, di un punto non strettamente inerente il nostro articolo, dal momento che il fondo di garanzia di cui abbiamo parlato (e che abbiamo criticato) è quello di sostegno alle micro e piccole imprese per l’accesso al credito bancario. [4] Nella parte finale del Suo scritto, Ella solleva il problema della tutela più generale del risparmio previdenziale canalizzato verso i pilastri privati (che sia TFR smobilizzato oppure contribuzioni volontarie di lavoratore e/o datore). E’ un tema di estrema importanza, verso il quale il Legislatore italiano si è già dimostrato attento, prevedendo per esempio una normativa ad hoc per la governance e dei limiti all’allocazione delle risorse (i.e. alle scelte di portafoglio). La COVIP già da tempo sta portando avanti la sua attività di perfezionamento di regolamenti, procedure e format per i documenti informativi. Certo, l’adeguatezza della normativa non è qualcosa che si raggiunge una volta per tutte, soprattutto in un Paese nuovo alla diversificazione pubblico-privato degli investimenti previdenziali: di pari passo con lo sviluppo dei pilastri privati, sarà necessario continuare a far crescere la cornice istituzionale e normativo-regolamentare. Inserirei anche questi aspetti nella “cultura previdenziale”, dando a questo concetto un’accezione che probabilmente La troverà più concorde.
  • numeri sul tfr
    Nome: Roberto Degioanni  Data: 31.10.2006
    Leggo l'articolo di Costagli e Pammolli e Salerno e trovo difficoltà a comprendere i dati esposti. A me risulta una realtà "media" di retribuzioni lorde medie anno di 24.000 €, con tfr annuo di 1.700 € su un fatturato medio annuo per addetto di 100.000 €. Questo equivale all'1,70% e non allo 0,56!!! E per una media azienda di 100 dipendenti è pari a -510.000 € di liquidità in tre anni!
    Risposta:
    Grazie per la sua osservazione. Dividerei la risposta alla sua domanda in due punti. [1] I numeri (Euro e percentuali) sono frutto di elaborazioni a partire da ISTAT (2006), “Struttura e competitività delle imprese industriali e dei servizi”. L’ISTAT mette a disposizione un file excel con i dati sulle imprese italiane per classe dimensionale (i.e. per numero di addetti). Il file è pubblico e, quindi, le computazioni sono ripetibili. Per le imprese industriali in senso stretto, appartenenti alla classe dimensionale 1-9 addetti, il monte medio degli accantonamenti per impresa (= il totale degli accantonamenti mediamente fatti nell’anno dalla singola impresa per tutti i suoi dipendenti) è pari a 1.400 Euro. Questo importo, espresso in percentuale del fatturato medio per impresa nella stessa classe dimensionale, dà come risultato 0,56%. Se questi numeri Le sembrano troppo bassi, consideri che nelle microimprese italiane (1-9 addetti) in media i dipendenti sono 0,65 (= in media, non si arriva all’unità di lavoro dipendente) nel complesso dei settori, e 1,32 (poco più dell’unità) se si fa focus sul settore industriale. Tuttavia, mi spingerei a dire anche una cosa in più: anche (e non è così) qualora l’incidenza media sul fatturato fosse arrivata all’1,7%, l’ordine di grandezza sarebbe rimasto tale da continuare a rendere percorribile la soluzione che proponiamo alla fine, e cioè quella del periodo di transizione, eventualmente combinato con l’esclusione dallo smobilizzo dei lavoratori rientranti per un significativo numero di anni nelle criterio di calcolo retributivo del sistema pensionistico pubblico. [2] Nella seconda parte della osservazione, Ella passa a parlare non degli accantonamenti annuali ma della loro “cumulata” su più anni. Oltre a farLe presente la possibilità di verificare i calcoli per le imprese al di sopra delle 50 unità di addetti (utilizzando il medesimo file xls), Le riassumo anche alcuni dati sui costi di smobilizzo degli accantonamenti, cioè sul costo di loro sostituzione con finanziamenti bancari. Il costo per l’impresa, infatti, non corrisponde al flusso degli accantonamenti tout court, ma al maggior onere di raccogliere sul mercato un flusso equivalente. Ebbene, ai valori correnti di durata media di lavoro presso uno stesso datore (6-7 anni) e di tasso di interesse bancario (4-6%), tale costo non supera il mezzo punto percentuale di retribuzione annua lorda al netto della sola deducibilità ordinaria IRES. Nel caso estremo e fittizio (un voluto upper bound) in cui la durata sia di 10 anni e il tasso del 10%, il costo arriva a toccare l’1,7% della retribuzione annua lorda. Valori finanziari che, ulteriormente ridotti delle agevolazioni ad hoc previste per lo smobilizzo (= deduzione aggiuntiva IRES-IRAP, esonero contributi al fondo di garanzia TFR, esonero Gestione Prestazioni Temporanee INPS; nel complesso circa mezzo punto percentuale di retribuzione annua lorda), ci fanno ritenere che un periodo di transizione che accompagni le micro-piccole imprese verso un nuovo assetto finanziario sia da preferire al fondo di garanzia (non a caso arriviamo a chiederci/chiedere: “che cosa succede dopo la scadenza del fondo di garanzia?”). Se Ella è interessata ad entrare nei dettagli dei calcoli del costo di sostituzione del TFR, Le suggerirei alcuni documenti liberamente disponibili su www.cermlab.it. In particolare, la Nota n. 2-06 (“Le imprese e il finanziamento del pilastro previdenziale privato”) e il Quaderno n. 1-06 (“La nuova fiscalità della previdenza complementare per il lavoratore, l’impresa, l’Erario”). La ringrazio per il Suo interessamento e resto a Sua disposizione per qualsivoglia altra informazione/specificazione.