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E per le controversie "un'alternativa" rischiosa

di Luca Passanante, Categoria Giustizia, , Data 26.10.2006
Per arginare la crisi della giustizia civile in molti paesi occidentali si guarda con interesse ai metodi alternativi di risoluzione delle controversie. In Inghilterra, per esempio, anche chi ha ragione può essere condannato a pagare le spese processuali se ha rifiutato transazioni ragionevoli prima o durante il processo. Giusto introdurre simili meccanismi nel nostro ordinamento? Vista la lunghezza dei processi italiani, c'è il rischio di rafforzare l'attuale deprecabile situazione per cui è molto più vantaggiosa la posizione di chi ha torto.
COMMENTI PRESENTI SULLA NOTIZIA
  • Il problema è altrove?
    Nome: Andrea Buti  Data: 01.03.2007
    Sono avvoato e conciliatore accreditato per le ADR "societarie" e docente di diritto e tecnica dell coniliazione e mi chiedo spesso se il problema della giustizia in italia sia davveo dentro il processo o fuori. Se, infatti, esistono oltre 4.000.000 di cause non si tratta solo di riformare il processo, ma di evitare che determinate controversie entrino nel processo. Ci sarà un nesso tra numero (esagerato) di avvocati e numero di cause? I filosofi chiamano questo triste fenomeno "tribunalizzazione del conflitto". Può un impresa calcolare con il proprio avvocato la convenienza economica di un processo (costi diretti, ma anche indiretti) al fine di scegliere consapevolmente l'alternativa? Negli ultimi 20 anni si sono susseguite diverse riforme, ma le cose non sono migliorate. Si porteranno troppe questioni in tribunale?
  • Innovare anche nella giustizia civile
    Nome: Giovanni Del Carlo  Data: 29.01.2007
    Il tema della crisi della giustizia civile è quanto mai attuale e sotto gli occhi di ciascuno di noi. La giustizia civile non riesce a dare risposte serie alle famiglie, alle persone e tanto meno alle imprese ed all’economia. Non credo che si possa parlare di sviluppo del nostro Paese senza una vera e propria radicale riforma della Giustizia civile. E quando parlo di radicale riforma non mi riferisco solo ai tempi che devono necessariamente essere più brevi, ed i cinque anni di cui parla il Ministro Mastella ad oggi e senza delle proposte concrete appaiono demagogici e svincolati dalla realtà. Mi riferisco anche alla certezza che il giudizio civile sia gestito con professionalità, correttezza e non sia privo di garanzie. Nelle pur parziali riforme di queste anni infatti credo che in nome della celerità (poi non ottenuta) si siano sacrificate le garanzie alle parti in giudizio affidando sempre più spesso il giudizio a Giudici onorari e Giudici di Pace non sempre professionalmente idonei ad assolvere un così delicato compito. Credo che le alternative, sia della conciliazione (estranea alla nostra cultura), ma da incrementare assolutamente e da far conoscere meglio, sia dell’arbitrato siano una strada determinante affinché le controversie possano essere risolte in modo celere e lo sviluppo delle imprese e dell’economia in genere, non subisca i ritardi dovuti alla lentezza della giustizia civile.
  • Ci risiamo: si evita di parlare del vero problema
    Nome: alessandro  Data: 01.11.2006
    Anche questo articolo dice di verse cose condivisibili. Ma poi, come per incanto, sembra eludere il problema piu' grosso. Ad un certo punto l'autore dice: "Innanzitutto, si deve ricordare che nel nostro paese, diversamente da quanto accade in Inghilterra, il processo civile dura moltissimo: una media di tre-quattro anni in primo grado e per arrivare alla sentenza di Cassazione si può attendere anche oltre un decennio, nel corso del quale la parte che ha ragione dovrà pagare di tasca propria le spese di giustizia e gli onorari del proprio avvocato." Ci si aspetterebbe a questo punto una proposta nel senso di una riduzione dei faraonici tempi di durata del processo civile. E invece? Niente! Peccato!! Forse perche' in Italia si parla tanto del partito dei magistrati, ma si evita accuratamente di parlare del partito degli avvocati che si oppone strenuamente ad una seria politica ed a qualsiasi provvedimento che vada nel senso di una sostanziale riduzione dei tempi del processo. Riduzione che passa traverso poche strade obbligate: riti alternativi e diminuzione dei gradi di giudizio. Come insegnano proprio i Paesi Anglosassoni.
    Risposta:
    Sono d'accordo con le osservazioni del lettore: il problema fondamentale della giustizia civile è certamente la sua lentezza. Ma non s'intendeva certo trascurarlo: semplicemente l'articolo era dedicato a specifici meccanismi di cui si voleva dar conto, presentandoli criticamente. D'altro canto, per alleggerire la giustizia "ordinaria" talvolta si pensa di promuovere il dirottamento delle controversie civili verso metodi alternativi (adr); tuttavia incentivi come quelli previsti dal sistema inglese non sono trasportabili a cuor leggero nell'ordinamento italiano. Sulla durata del processo civile si discute da decenni e temo che la specializzazione dei riti (che già c'è) e la riduzione dei gradi di giudizio (che invece non c'è, ma che non è facilmente compatibile - almeno per il giudizio di cassazione - con l'assetto Costituzionale) non siano rimedi sufficienti per una situazione che ha raggiunto livelli di tragica gravità. Penso invece che si debba guardare oltre, ad un riordino complessivo della giustizia civile in cui riforma del rito e riforma dell'ordinamento giudiziario e dell'organizzazione degli uffici vadano di pari passo nella direzione dell'efficienza.