Logo stampa
 
 
 

Commenti

Verso le nuove partecipazioni statali?

di Carlo Scarpa, Categoria , Relazioni Industriali, Data 16.09.2006
Una sommaria analisi della politica industriale del Governo mostra come ancora manchi una guida unitaria. Ma il rapporto con "il mercato" resta problematico e gli interventi effettuati non indicano che si voglia alleggerire la presenza pubblica nell'economia. Non è certo con proposte di nazionalizzazione e interferenze con l'operato di imprese private che si può caratterizzare una discontinuità col passato.
COMMENTI PRESENTI SULLA NOTIZIA
  • Capre e cavoli in salsa liberale
    Nome: Marco Palmieri  Data: 19.09.2006
    Egregio Professore, pur vivamente apprezzando l'interessante analisi da Lei proposta, mi permetta di rilevare una apparente incongruenza al Suo pensiero liberale. Mi riferisco in particolare alla critica mossa circa lo scorporo della rete a favore della C.D.P.. Benchè non conosca il contenuto del "Documento Rovati" punto per punto, riengo che se tale ipotesi si fosse rivelata temporanea a favore di una successiva cessione nei confronti di una public company costituenda tramite pubblica sottoscrizione, il dimissionario consigliere, più che criticato, avrebbe dovuto essere lodato da noi tutti quale esempio di liberismo. Non solo perchè si sarebbe in questo modo incrementato l'esiguo numero di società italiane ad azionariato diffuso e perchè si sarebbe potuto contenere la debordante espozione debitoria di Telecom ad un costo zero per lo Stato, ma anche, e soprattutto, perchè si sarebbe finalmente attuata una vera concorrenza fra gli operatori della telefonia fissa, ad ora rimasta in buona parte solo sulla carta (del tutto significativa, a riguardo, mi pare la multa erogata dall'antitrust per abuso di posizione dominante nel 2004, confermata nel febbraio di quest'anno dal Consiglio di Stato). A fronte di un mercato così sbilanciato, non credo che l'auspicio di nuove leggi, di un miglior funzionamento delle Authorities o di una più attenta governance di Telecom possano costituire dei rimedi efficaci. I primi due appaiono infatti troppo deboli per un Paese profondamente lobbista come il nostro, mentre l'ultimo non può certo essere invocato nella speranza che i soci partecipi dell'impresa premano affinchè la società rinunci ai privilegi legati alla posizione assunta nel mercato. D'altra parte, ed infine, occorre a mio avviso considerare che la proposta avanzata di un intervento pubblico nell'erogazione dei servizi che vanno a beneficio di tutti i cittadini, non sembra davvero rappresentare una idea dirigista, nè tantomeno originale (Adam Smith, Wealth of Nations, 1776).
  • Problema di prospettive
    Nome: giovanni ruberti  Data: 19.09.2006
    i business connessi con le infrastrutture (energetiche, di comunicazione o di tlc) richiedono progettualità (investitorie, di risorse e di continuità politica) e quindi prospettive di medio lungo termine. Questo approccio è in chiara contraddizione con un sistema politico che ragiona in termini di breve, anzi brevissimo respiro, e con un sistema manageriale delle imprese che gestiscono le infrastrutture che analogamente sono chiamati a misurarsi con obiettivi economici, di relazioni sindacali e priorità operative sempre orientate al breve, anzi al giorno dopo. è difficile immaginare, in un paese come il nostro, iniziative di grande respiro imprenditoriale e sociale come quelle che si sono viste negli anni 50/60 e 70 le uniche che hanno generato la vera modernizzazione del paese. le vicende del ponte sullo stretto, della tav, del mose, ora dei rigassificatori sono la dimostrazione di quanto non sia possibile richiedere alla classe politica nazionale e locale di trovare una progettualità che generi valore aggiunto per il sistema paese.
  • Telecom Italia
    Nome: Luca Marcon - Italia dei Valori - Dipartimento Politiche Sindacali  Data: 19.09.2006
    Non entro nel merito della vicenda Rovati. Ma vorrei precisare alcuni punti riguardo alla questione Telecom in generale. Le difficoltà quasi insormontabili tra le quali si dibattte il gigante delle comunicazioni non hanno origine da mani statali più o meno pesanti, ma sorgono proprio da quel mercato che si vorrebbe panacea di tutti i mali. O meglio, da quelle regole fondamentali che il mercato, nella sua formulazione tutta italiana, viola in continuazione. Tra queste violazioni, il meccanismo delle scatole cinesi attraverso il quale, con una percentuale irrisoria, si può ottenere il controllo delle società (e si elide la doppia tassazione degli utili), la presenza di consiglieri di amministrazione e di sindaci in più consigli di amministrazione con potenziali e talvolta palesi conflitti di interessi, la possibilità di attribuire in bilancio valori azionari non rispondenti al mercato come è avvenuto per Olimpia, società controllante di Telecom, che valorizza le azioni Telecom al doppio del valore di Borsa e, soprattutto, la possibilità, in fase di acquisto, di indebitare le aziende a livelli insopportabili per la gestione (leverage buy out). Per causa di due scalate (la prima ostile, la seconda no) e di forsennate manovre finanziarie atte a proteggere la società da altre scalate, Telecom si ritrova con 41.3 miliardi di euro di debiti (più i miliardi necessari agli investimenti) e si appresta a scorporare TIM al fine di fare cassa: capovolgendo del tutto la precedente strategia dell'integrazione fisso-mobile varata non più di qualche anno fa. Dall'IRI in poi, sono quasi ottant'anni che lo Stato, con le risorse dei suoi contribuenti, si affanna a salvare le aziende del sistema Italia dopo che i capitalisti le hanno spremute come limoni a fini di interesse esclusivamente personale. Il problema è essenzialmente questo e non, come detto, un eccesso di statalismo a comprimere un liberismo che si vorrebbe virtuoso: un pò come scambiare la cura con la malattia.
  • Sempre la solita minestra?
    Nome: Marco  Data: 18.09.2006
    Buongiorno, si continua a non spiegare perchè dei monopoli "naturali" dovrebbero essere in mano privata anzichè pubblica: 1. non sono monopoli? Ma quante reti telefoniche o elettriche o ferroviarie possono costruire i mitici "privati" garantendo un servizio universale senza perdere soldi? 2. non sono "naturali"? A Milano un forte concorrente di Telecom non mi da la linea perché il mio palazzo è isolato, vedete voi... 3. Bisogna distinguere tra produzione, trasmissione, fornitura, ecc. ecc.? E allora distinguiamo... 4. Il "privato" gestisce meglio del pubblico? Possibile, anche se in Italia sempre con soldi pubblici, ma dove sta scritto che il pubblico gestisce per forza peggio? Non possiamo farlo migliorare? E il privato gestisce veramente meglio? Mi ricorda il caso delle ferrovie inglesi? O dell'energia californiana? Attendo illuminanti considerazioni in merito. Cordialmente, Marco
    Risposta:
    Caro lettore, sul pubblico v. privato risponderò altrove. Ma su alcuni dei suoi punti - sollevati in con tanto garbo e buon senso da rendere obbligatoria una risposta - vorrei osservare alcune cose. La rete gas è in mani pubbliche per quanto riguarda la rete nazionale, in mani spesso pubbliche per le reti locali. Lei lamenta giustamente le difficoltà di accesso alla rete telecom per cambiare fornitore. Crede che nel gas sia più facile? ha idea di quante cause siano state intentate contro imprese del gruppo Eni o municipalizzate perchè rifiutavano di cedere un cliente...? decine... questo è uno dei paradossi di questo paese, ovvero imprese pubbliche che abusano della loro posizione per ostacolare la concorrenza. Siamo un paese curioso... Quanto alle ferrovie inglesi, il problema non credo fosse la proprietà, ma una pessima regolazione, che non forniva incentivi a investire, che ha reso terribilmente complesso il coordinamento tra i diversi gestori, ecc. Per finire con la California, non capisco che c'entrano le reti. Non hanno costruito impianti per restrizioni ambientali molto severe, hanno impedito alle imprese distributrici di coprirsi dal rischio di un aumento dei prezzi all'ingrosso, e la mancanza di coordinamento tra Stati (Stati! non imprese...), che ha fatto sì che le interconnessioni tra California e altri Stati fossero limitatissime, ha fatto il resto. Una cosa credo resti vera. Che creare un mercato dal nulla non è facile, e se commetti errori (come in California) il rischio di combinare un pasticcio è elevato. Ma se fai le cose bene, il mercato può essere uno strumento prezioso (uno strumento, noti: non un fine...).
  • authority e inefficenza
    Nome: Davide De Bacco  Data: 17.09.2006
    In Italia la privatizzazione di aziende statali non ha fatto altro che trasformare monopoli di stato inefficenti in monopoli privati inefficitenti. Tutto ciò per due motivi:1)gli organismi di controllo non hanno potere sanzionatorio e azione regolatrice causa intrecci politici/finanziari 2)le infrastrutture di rete molto spesso non sono separate dai fornitori di servizi; Sicchè tutte le deficenze del sistema si scaricano inevitabilmente in costi per il cittadino. Lo scorporo della rete fissa da telecom è una soluzione auspicata da tutti i provider (esclusa telecom) sul modello inglese. In definitiva manca una vera apertura dei mercati ma soprattutto una vera autorità garante del libero mercato e degli interessi dei cittadini. Per quanto ancora autostrade dovrà fare extra profitti? Quando potrò cambiare operatore telefonico senza dover incorrere in mille disagi? e l'operatore del gas? e della luce?
    Risposta:
    Caro lettore, quali reti private? la rete gas è controllata dal Tesoro, quella elettrica da Enel (quindi dal Tesoro) e dalla Cassa depositi e prestiti, quelle idriche sono in massima parte di imprese pubbliche locali. Le uniche reti private sono quella autostradale e quella delle tlc, e su queste risponderò poi con un pezzo un po' più articolato.
  • dirigismo statalista
    Nome: giuseppe  Data: 17.09.2006
    Nel citato decreto Bersani ci sono degli importanti indizi del dirigismo statalista di questo governo.E' quantomeno singolare che in un decreto per le liberalizzazioni vengano disposte per legge le modalità di pagamento delle parcelle dei professionisti escludendo di fatto il pagamento in contanti,limitando il valore legale della carta moneta e complicando i rapporti con i clienti,e,cosa ancora più grave,viene imposto ai titolari di partita IVA il pagamento per via telematica di imposte e contributi ( Mod. F24),aggravando e complicando i già pesanti adempimenti burocratici che incombono sui lavoratori autonomi,tanto che pure i commercialisti si sono ribellati.Certo non è stato un concetto di libertà a ispirare questo decreto!
    Risposta:
    Caro lettore, noti che anche se si trova all'interno di un provvedimento di liberalizzazione, la norma a cui si riferisce è di carattere fiscale. E come è noto in campo fiscale senza coercizione non si va molto lontano... o no?