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Una proposta di riforma istituzionale

di Giuseppe Pisauro, e Giancarlo Salvemini, Categoria Istituzioni e Federalismo, , Data 29.08.2006
L’esito del referendum di giugno, che ha bocciato la riforma del centro-destra, non esclude la possibilità di revisioni della Costituzione, purché ampiamente condivise e di portata limitata. Sarebbe necessario intervenire sulle regole istituzionali del federalismo fiscale, introdotte dalla riforma del Titolo V del 2001, la cui applicazione si è rivelata eccessivamente complessa. In questa direzione, una proposta che ripensa la ripartizione delle competenze tra Stato e Regioni, le modalità di finanziamento dei governi locali, il ruolo delle Province e corregge il bicameralismo perfetto.
COMMENTI PRESENTI SULLA NOTIZIA
  • C'è molto altro che andrebbe abolito
    Nome: Alfredo Poluzzi  Data: 27.03.2008

    Finora, a fronte di nuove competenze mi sembra che le Regioni si siano limitate a trattenere ampia parte delle entrate, trasferendo invece l’esercizio delle funzioni in delega alle Province, che, ovviamente, per sostentarle non hanno potuto far altro che innescare un'ulteriore richiesta di risorse piuttosto che una diminuzione delle medesime. Nel frattempo, pur delegando le funzioni, lo Stato ha continuato a magiare risorse quanto prima, nonostante spesso si sia limitato ad attività sempre più di controllo e studio sugli altri comparti. Andrebbero limitati numero di consiglieri ed assessori, nomine nei CDA, ed aboliti aboliti organismi ormai anacronistici o inutili come Prefetture, Comunità Montane, uffici decentrati dello Stato, Ato, ecc, al fine di costituire un pacchetto di servizi utilmente erogati dalle Province. Le Regioni sono e rimangono dei carrozzoni troppo distanti dai cittadini. Ma la prima grande riforma sarebbe l'abolizione del bicameralismo perfetto!

  • Abolizione province
    Nome: Lorenzo Furlan  Data: 11.01.2008

    Concorso con la proposta. Per quanto riguarda le Province, la necessità della loro abolizione dopo la nascita delle Regioni è apparsa chiara fin dai primi momenti e le proposte, anche di autorevoli esponenti politici, sono cominciate decenni fa. Nel tempo la richiesta è stata reiterata sempre più frequentemente in modo trasversale da più settori della società determinando di fatto un largo consenso. Incredibilmente fino ad oggi non vi è stata traccia di proposte concrete. In assenza di iniziative più qualificate di teorici preposti, per passare dalle parole ai fatti, dal lamento continuo alla proposta, un gruppo di semplici cittadini, notte dopo notte, con il contributo di specialisti e di amici che intendono metterci del proprio per cambiare le cose, ha messo a punto una proposta concreta, con un percorso preciso per arrivare alla Abolizione delle Province. A tal fine è stato pubblicato un blog (www.aboliamoleprovince.it) che Vi prego di visitare, sostenere, diffondere. Saluti. Lorenzo Furlan

  • Commento
    Nome: Cristian  Data: 27.09.2006
    Non concordo con l'ispirazione di fondo che muove questo progetto di riforma istituzionale, in quanto non ritengo che le disfunzioni del rapporto Stato-Regioni e le lungaggini del procedimento normativo siano direttamente imputabili al testo costituzionale. Con questo non voglio assolutamente affermare l'intangibilità della Costituzione, ma solamente esprimere il mio distacco verso soluzioni nate a tavolino senza la consapevolezza del sistema politico entro cui le stesse norme costituzionali agiscono. Ci troviamo al cospetto di una classe politica autoreferenziale e sempre più sorda alle esigenze di rinnovamento, sulla quale le illusioni dell'ingegneria costituzionale di poter sciogliere tutti i mali della democrazia italiana hanno avuto facile presa proprio nel tentativo di mascherare i propri limiti e difetti. Non si può pensare di rinnovare il costume politico e le sue dialettiche mettendo mano all'impianto costituzionale in una sorta di distorsione del rapporto causa-effetto. Le riforme non sono conigli che spuntano fuori da cappelli lucidi ed ammantati di aurea magicità, ma sono il prodotto di un'evoluzione continua, storica, politica ed istituzionale, che non può essere disconosciuta se non si vuole essere "mandati all'aria dalle dure repliche della storia". Per queste motivazioni ritengo basilare affrontare, prima di qualsiasi proposta di riforma istituzionale, il tema del rinnovamento della cultura politica italiana, e a quanti ritengano il richiamo ad una nuova etica della politica una pura utopia vorrei rispondere anticipatamente con le parole di Eduardo Galeano per il quale "l'utopia è come l'orizzonte, cammino di due passi e di allontana di due passi, cammino di dieci passi e si allontana di dieci. L'orizzonte è irraggiungibile. Ma allora a cosa serve l'utopia? A questo serve per continuare a camminare
  • Secondo me....
    Nome: Giorgio  Data: 10.09.2006
    Non sono d'accordo con gli autori dell'articolo sulla loro proposta di rottura del bicameralismo perfetto, mi sembra eccessivamente astratta. Molto meglio sarebbe adottare l'esempio francese, in cui ad un certo punto, in caso di navette prolungata, è previsto che il Primo Ministro possa istituire una commissione paritetica composta da 7 senatori e 7 deputati con lo scopo di elaborare un testo di compromesso, in extrema ratio il Primo Ministro può poi chiedere alla sola Assemblea Nazionale di decidere. Inoltre a mio avviso il Senato dovrebbe diventare un elemento di stabilità del sistema, prevedendo magari un suo rinnovo parziale ogni 3 anni ed inserendo una quota più elevata di personalità illustri, di alto livello intellettuale e culturale, in modo tale che il Senato diventi una sorta di camera di decantazione, che, magari con tempi più lunghi, riesamini i progetti di legge in modo più sereno ed approfondito, contribuendo ad innalzare la qualità tecnica delle leggi italiane ( non proprio elevatissima). Perchè abolire le Province poi? La soluzione sta piuttosto nel preparare meglio i funzionari pubblici, istituendo anche da noi una sorta di Ena, come in Francia. Per esperienza personale posso infatti dire che, almeno il 60% dei dipendenti pubblici italiani, sono totalmente ignoranti nella materia amministrativa e pubblicistica, svogliati e poco attenti a svolgere con serietà il loro ruolo.
  • revisione della costituzione
    Nome: carlo iannello  Data: 04.09.2006
    Finalmente una proposta razionale sulle riforme costituzionali. Condivido pienamente la necessità di rimediare ai clamorosi errori compiuti con la riforma del titolo V, che peraltro è stato letteralmente riscritto dalla Corte costituzionale. Penso sia importante riflettere su questa circostanza. Infatti la sostanziale riscrittura del testo (si pensi alla sentenza 303 del 2003 sulla sussidiarietà verticlae in materia di opere pubbliche) rappresenta una vera e propria censura della riforma stessa. La Corte è stata costretta ad agire sul testo della costituzione come se si trovasse di fronte ad una legge ordinaria, al fine di tutelare la coerenza e la funzinlaità del sistema. In altre parole è come se la corte con la sua giurisprudenza avesse dichiarato in più punti il testo della riforma costituzionalemnte illegittimo. Mi pare dunque necessario che una modifica della costituzione recepisca la giurisprudenza della corte e vada inoltre nel senso della semplificazione degli enti di governo locale, come indicato nell'articolo. Temo tuttavia che la stupida propaganda pseudo federalista di cui siamo stati vittime negli ultimi quindici anni sia ancora ben radicata nella politica e nella cultura accademica perché un tale progetto andare a buon fine. Unica perplessità: l'eleminaizone del bicameralismo perfetto è certamnte necessaria, ma l'esempio della recente riforma costituzionale tedesca dovrebbe essere di stimolo per un ulteriore apporfondimento della questione. A mio parere occorre immediatamnegte rimediare agli errori del titolo V, ampiamente noti, e procedere poi, in un momento successivo, con un differente progetto per la revisione del bicameralismo. Del resto come ha chiarito lo stesso Giuliano Amato e come hanno dimostrato gli elettori con l'ultimo referendum, le riforme costituzionali devono avere un oggetto limitato, perché rischierebbero altrimenti di essere incostituzionali.
  • In difesa delle Province
    Nome: Marco Orlando  Data: 02.09.2006
    Il dibattito sull'abolizione delle province mi sembra viziato dall'errata presupposizione che esse, nella migliore "enti intermedi", nella peggiore "enti inutili", svolgano compiti irrilevanti per la comunità. La presupposizione è errata poiché antica e superata. Le province, oltre a garantire in modo eguale servizi a territori vasti e disomogenei, hanno sviluppato negli ultimi anni funzioni di particolare rilievo, caratterizzandosi come interlocutori di cittadini ed imprese quasi al pari dei comuni. Gli esempi vanno dai servizi per il lavoro e formazione professionale, a quelli per la riconversione industriale e l'internazionalizzazione delle imprese, alle tante attività di autorizzazione e controllo in campo ambientale e territoriale. Definirle ancora "enti intermedi" è quindi sintomo di poca informazione e supericialità. Del resto, i promotori della soppressione non ci indicano un'alternativa efficiente. Se "costa troppo" una giunta ed un consiglio provinciale, allora quanto costano 20 Municipi di una Città Metropolitana (ipotesi della "Grande Torino") ed almeno 30 Unioni di Comuni (con Presidenti, Giunte ed Assemblee) per il resto del territorio? Mi sembra che, alla fine, sopprimere una Provincia costi di più. O no?
  • Quale art. 117?
    Nome: Marco D'Egidio  Data: 31.08.2006
    Per un Paese di forte tradizione centralista, che ha vissuto sessant'anni come Stato regionale, diventare Stato federale non può che essere una transizione difficile (almeno più di quanto non sia il contrario). Lo è particolarmente se si aggiungono le inefficienze endemiche dell'amministrazione pubblica, e se i decenni impiegati affinchè la macchina pubblica lavorasse a regime e con pochi sprechi sono stati praticamente dilapidati. Adesso una fase pre-federalista (aggravata dagli arzigogoli della riforma del titolo V) è un dilemma poichè ciascuna regione interpreta a modo suo la tabula rasa costituzionale sulle materie a potestà legislativa residuale regionale. In più l'elencazione (di carattere federalista) delle materie di legislazione esclusiva statale operata dalla riforma "lavora" e "lavorerà" sempre, in mancanza di altre riforme, all'interno di una repubblica delle autonomie, se non più di uno stato regionale. Sicuramente non di uno Stato federale, almeno finchè non si cambia anche il bicameralismo paritario. La mia provocazione, da non addetto ai lavori, è: non è meglio, invece di interstardirci su questa via ibrida, prima di cambiare la forma di governo, che credo non si modificherà a breve (causa referendum), tornare all'elenco diretto delle materie di legislazione esclusiva regionale, di sicuro arricchito, e con molte altre modifiche? Non gioverebbe all'autonomia stessa delle regioni, che possono almeno godere della chiarezza?
  • una domanda
    Nome: Mirko Serra  Data: 31.08.2006
    I suggerimenti e le critiche che portate nei vostri articoli ritengo siano sempre utili e costruttivi, per questo sono convinto sarebbe un fatto molto positivo se fra gli iscritti alla newsletter de lavoce.info ci fossero molti più parlamentari e amministratori locali di quanto non sembri, stando ai provvedimenti che spesso vengono presi. Ci sono però alcune "soluzioni", come quella paventata in questo articolo in merito all'abolizione delle province come organi politici, che pur essendo ottimali per il "benessere collettivo" non lo sono affatto per quello dei partiti politici (e quindi quasi sicuramente non verranno mai adottati): non potreste farvi "promotori" di proposte di legge di iniziativa popolare per questo tipo di situazioni?
  • Province da abolire?
    Nome: Fabio Pietribiasi  Data: 31.08.2006
    Tra i molti spunti che offre l'articolo, commento brevemente l'idea di abolire le Province per dire che va svolta con due ordini di considerazioni. La prima è ovvia e va nella direzione dello snellimento del settore pubblico, abolendo Enti inutili o di dubbia utilità fra i quali vanno ricomprese certamente le Province, trasformandole in organizzazioni amministrative decentrate delle Regioni. Però la proposta di abolire o ridurre gli Enti inutili non è nuova, è stata più volte ventilata ed ogni volta è stata accantonata. Come mai? Bisogna quindi fare un secondo ragionamento, che riguarda i costi della politica e renderlo esplicito. Molti Enti vengono tenuti in vita in quanto uffici di collocamento di personale politico e solo secondariamente per ragioni istituzionali. Siamo disponibili a sostenere questi costi, mettendoci anche i costi occulti di sovrapposizioni, inefficienze strutturali, lungaggini? Se non si affronta questa domanda, ridisegnare a tavolino la nostra geografia istituzionale diventa un esercizio astratto e fonte continua di incomprensioni.
  • Una ottima base; con precizsazioni
    Nome: Piero Borla  Data: 31.08.2006
    La proposta indica alcuni punti di equilibrata semplificazione del sistema, qualificanti e del tutto condivisibili : la soppressione della competenza legislativa esclusiva delle regioni, e del richiamo territoriale alla compartecipazione finanziaria; nonché della rilevanza costituzionale delle province. Non appare ancora chiaro il criterio di distinzione della competenza legislativa della Camera e del Senato. La decisione finale potrebbe essere demandata alla seduta comune del Parlamento (a questo effetto, prevedere p.es. un vincolo al numero dei senatori pari a metà dei deputati; una previa commissione redigente bicamerale convocata su richiesta del primo ministro e autorizzata dal presidente della repubblica). Inoltre non convince il mantenimento in Costituzione delle ancora inesistenti città metropolitane, dopo averne tolto le province (una soluzione lineare, da perseguire con legge di principi fondamentali adeguabili dalle regioni, è di separare i capoluoghi dal territorio provinciale, secondo il modello tedesco; attribuire alle città capoluogo anche le competenze di provincia; attribuire ai sindaci e consiglieri comunali l’elezione del presidente e del consiglio delle province residuali; sfoltire così la pletora di enti e organismi subprovinciali)