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I misteri della devolution

di Massimo Bordignon, e Giuseppe Pisauro, Categoria Istituzioni e Federalismo, Data 28.11.2002
Il progetto di riforma costituzionale presentato dal Ministro Bossi e la sua pretesa che venga votato prima della Finanziaria, hanno scatenato forti reazioni. L'opposizione è sulle barricate e paventa la frattura del paese, la maggioranza è profondamente divisa, .....
COMMENTI PRESENTI SULLA NOTIZIA
  • devoluzione:misteri o certezze?
    Nome: Giorgio Ponzetto  Data: 04.12.2002
    Formulo qualche osservazione all'articolo "I misteri della devolution"; il fatto che l'iter legislativo sia ancora lungo e condizionato dall'esito di un possibile referendum, nulla toglie alla necessità di esprimere oggi un giudizio chiaro sulla riforma. Per chi non la condivide o a delle riserve, dopo potrebbe essere troppo tardi. L'inizio del articolato legislativo :"Le Regioni attivano competenze esclusive...." non mi pare suscettibile dei dubbi interpretativi che vengono prospettati. "attivare" vuol dire prendere l'iniziativa e saranno quindi le Regioni ad attivarsi quando lo vorranno e saranno in grado di farlo; quanto al fatto che l'articolo parli di Regioni al plurale non consente l'interpretazione che tutte le Regioni dovranno muoversi simultaneamente, come potrebbe intendersi solo se l'incipit dovesse essere dato da un soggetto esterno, Parlamento o Governo, cosa che non è prevista. Del resto i sostenitori della riforma hanno in diverse circostanze spiegato che ogni Regione deve muoversi nella attuazione del progetto federalista secondo la sua propria capacità. Mi pare poco realistico pensare che un Formigoni aspetti ad esercitare i nuovi poteri che la Costituzione gli affiderà fino a quando saranno pronte anche le altre 19 Regioni. Nell'articolo si parla di "spazi enormi di autonomia" che deriverebbe alle Regioni nelle materie di competenza esclusiva. L'espressione mi pare riduttiva: quando si riconosce una competenza legislativa esclusiva si va ben oltre l'autonomia. Anche se ci si "limita" ad aggiungere un comma, il suo contenuto può trasformare radicalmente un impianto normativo. Condivido invece il punto in cui si evidenziano i problemi finanziari che la riforma comporta; questo sarà il vero ostacolo, perché le Regioni che vogliono le competenze esclusive non sembrano altrettanto disponibili ad accettarne la conseguenza logica sotto il profilo finanziario, e cioè che siano le Regioni stesse a reperire con tributi propri i fondi necessari per gestire le materie di competenza. La mancata indicazione nella norma di che cosa si intenda per polizia locale non è un fatto casuale: il contenuto resta vago, ma sicuramente più ampio della dizione di "polizia amministrativa locale" a cui fa riferimento il testo dell'articolo 117 approvato nel 2001. In conclusione non mi sembra che il disegno di legge sia così poco innovativo, indeterminato e problematico da non dover destare particolari preoccupazioni in chi non condivida la trasformazione in senso federale del nostro Stato: al contrario, mi sembra piuttosto chiaro nei suoi obbiettivi ed abile nella sua formulazione. Si da l'avvio alla realizzazione di un sistema federale cominciando con attribuire alle Regioni competenze proprie degli stati federali in tre importanti materie. Naturalmente, per non dar spazio eccessivo agli oppositori, si presenta la riforma come un semplice comma aggiuntivo al testo costituzionale esistente, ma la portata delle disposizioni contenute nei precedenti commi dell'articolo 117 che ponevano limiti importanti alle competenze delle Regioni nelle tre materie e drasticamente ridimensionata per effetto del comma aggiunto. Non si definiscono chiaramente i contenuti della materia per non suscitare reazioni negative come nel caso della polizia locale, ben sapendo che la genericità della norma consentirà di sostenerne le interpretazioni ritenute più convenienti in sede di attuazione. Le conseguenze dell'approvazione del disegno di legge non vanno quindi sottovalutate: è l'avvio di un sistema federale che la riforma del Titolo 5 della Costituzione approvata alla fine della precedente legislatura aveva abbozzato in un modo pasticciato e confuso; la questione da affrontare allora non è tanto quella dei presunti "misteri!" di una riforma, bensì quella se si ritiene o meno valida, opportuna e utile per i cittadini la trasformazione, sia pure graduale, delle nostre Regioni in venti micro stati.
    Risposta:
    Caro lettore, condividiamo le sue preoccupazioni e la necessità di esprimere un giudizio più articolato e aprrofondito sul tema. La voce si appresta infatti a riprendere il tema con un focus ad esso interamente dedicato. Il titolo del pezzo "I misteri della Devolution" era ironico, ma indicava lo scopo dell'articolo: spiegare cos'era la devolution al lettore ignaro sul piano puramente tecnico, per poi tornarci in modo più articolato in seguito, cosa che appunto ci apprestiamo a fare. Nel dettaglio, poi, la devolution è realmente "misteriosa"; date la sovrapposizione con la normativa esistente (cioè sul Titolo V riformato, su cui anche restano ambiti ampi di ambiguità interpretativa), esistono i pareri più disparati anche da parte di eminenti costituzionalisti su quali spazi di effettiva autonomia essa attribuisca alle regioni. L'indicazione politica è tuttavia chiara; e come lei sugegrisce su questa vale la pena tornare. Cordiali saluti Massimo Bordignon
  • Devolution
    Nome: Roberto Zavatta  Data: 03.12.2002
    Leggo l’articolo di Bordignon e Pisauro sulla devolution di Bossi e non posso non condividere le obiezioni “tecniche”. Però mi pare che il tema meriti di essere trattato anche da una prospettiva più “politica”. Premessa: tutte e tre le aree in cui la devolution bossiana dovrebbe realizzarsi sono di importanza cruciale, nel senso che errori nell’impostazione e nell’attuazione delle politiche pubbliche potrebbero portare a danni gravissimi. Però, mi pare che le aree candidate alla devolution si distinguano per una diversa capacità da parte dei cittadini di percepire le conseguenze di “cattive” politiche e per la conseguente possibilità di sanzionare tali politiche con il voto. Nel caso dell’istruzione, i danni si percepiscono solo a lungo termine e nel frattempo intere generazioni pagano lo scotto. Nel caso della polizia, la materia è molto tecnica e nel contempo si presta a grande emotività. Il caso della sanità mi sembra in buona misura diverso: il fatto che le attese per un esame diventino più o meno lunghe è immediatamente e correttamente percepibile dalla cittadinanza. Idem circa il fatto che certe prestazioni siano a pagamento o meno. Senza contare che l’effettuazione di comparazioni tra regioni è molto più facile in sanità che negli altri campi (basta aver bisogno di una visita medica durante le vacanze al mare o in montagna, evento molto più probabile che subire un’aggressione od andare a scuola in una regione diversa da quella di residenza) Orbene, visto che da dieci anni non si fa che parlare di federalismo e che si è anche introdotta l’elezione diretta dei cosiddetti “governatori”, perché non dare a questi signori qualche vera responsabilità? Perché non dar loro ampi (pieni) poteri nell’organizzazione del servizio sanitario? Lasciamo pure che lo stato determini i livelli essenziali delle prestazioni e lasciamo anche che rimangano i fondi perequativi. Ma facciamo in modo che finalmente ci sia un signore (il “governatore”) che è chiaramente responsabile di una cosa importante, ben percepibile e correttamente valutabile da parte della cittadinanza. Vogliamo scommettere che dopo aver ricevuto competenze primarie in materia sanitaria (incluso il problema di reperire almeno una parte dei fondi, magari con una bella addizionale IRPEF da stabilire a livello regionale) molti “governatori” sarebbero così occupati da non aver più il tempo per estemporanee missioni diplomatiche (e.g. Formigoni in Irak ma anche Errani in Yugoslavia) o per discettare di questioni culturali (e.g. Storace e i libri di testo)? E’ possibile che nel breve-medio periodo la qualità del servizio sanitario possa peggiorare in alcune regioni, ma ciò provocherebbe una “sana” e non distorta reazione da parte dei cittadini. L’etica della responsabilità bisogna stimolarla e perfino Bossi potrebbe servire allo scopo. Complimenti e cordiali saluti. Roberto Zavatta zavattaroberto@libero.it
    Risposta:
    Grazie per i suoi profondi commenti. Abbiamo in programma una serie di interventi sul merito della questione (come preannunciato nella premessa del nostro articolo). Massimo Bordignon e Giuseppe Pisauro