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Commenti

Un’università allo stremo

di Luigi Guiso, Categoria Scuola e Università, , Data 07.06.2006
E' coralmente accettato che l'Università italiana è allo stremo. Al di là di sporadiche voci a difesa dettate da interessi di bottega, gli osservatori indipendenti - a cominciare dal Governatore della Banca d'Italia Mario Draghi - concordano sul decadimento della nostra accademia. Nelle graduatorie internazionali non vi è traccia delle università italiane: scomparse. Non ve ne è alcuna tra le principali dieci al mondo; ma neanche tra le principali dieci in Europa
COMMENTI PRESENTI SULLA NOTIZIA
  • Proposte
    Nome: Marcello Romagnoli  Data: 27.12.2006
    Gent.mo prof Guiso, circa il metodo adottato dal CIRV non ho una opinione molto positiva. La valutazione dovrebbe essere ricercatore per ricercatore, e non su una selezione dei migliori lavori. Poi, chi li valuta? C'è qualcuno che è in grado di comprendere il livello dei miei ad esempio? Ci si basa sul nome della rivista? Allora a maggior ragione sia fatta più nel dettaglio. Inoltre, e questa è una grave lacuna, si considerino anche i contratti di ricerca che un ricercatore ha con le aziende o con la Comunità Europea. Se l'Università deve avere una influenza sull'economia, questo è un fattore non trascurabile. Pensiamo che gli studenti vadano nelle Università più quotate o in quelle dove più facile è prendere la laurea? Le industrie sono in grado di capire se è meglio uno studente dell’università X o di quella Y? Io penso di no, almeno in un breve/medio periodo di entrata in vigore di un siffatto sistema. Io comunque sono assolutamente per una svolta meritocratica dell’Università. Faccio qualche proposta. a)Stipendio costituito da due parti: una (ad esempio 1000€) fissa, una seconda variabile in base a parametri quali pubblicazioni, contratti, giudizio sulla didattica da parte degli studenti. b)Valutazione su basi assolutamente oggettive e libere da ogni ingerenza politica o di gruppo. I minimi richiesti dallo Stato devono essere noti per I cinque anni avanti (es. Minimo 2 pubblicazioni/anno, minimo di valutazione studenti ecc.) c)Distribuzione dei fondi delle università ai ricercatori che presentano I risultati più elevati di valutazione. d)Mercato dei docenti, le Università possono assumere e fare proposte di assunzione ai docenti di altre Unversitò al fine di attrarre I migliori. e)Basta con gli slogan tipo largo ai giovani o le quote rosa. Non importa se giovani o vecchi, uomini o donna, occorrono prima di tutto persone capaci.
  • università allo stremo
    Nome: giuliana  Data: 22.07.2006
    Ho letto con interesse l'articolo del prof. Guiso, ed in genere tutti quelli dedicati alla situazione drammatica dell'Università, nella quale presto servizio come professore da quasi venti anni. Credo concordiamo tutti sul punto che il problema è drammatico perché una buona università è indispensabile per la formazione della classe dirigente di un Paese e per lo sviluppo fisiologico dell'attività di ricerca nei vari settori. Attenzione, tuttavia, a non fare della concorrenza un mito ed una panacea. Invero, i due problemi allo stato fondamentali dell'Università italiana sono a mio avviso: a) quello di una ricerca totalmente asfittica, perché priva di finanziamenti (e non sorretta da adeguato incentivi finanziari ai professori, il cui stipendio mensile è gravemente inadeguato), b) quello di una didattica frammentata e demotivante per docenti e per discenti, a seguito della vera e propria rivoluzione, a mio avviso da un lato inutile, dall'altro perniciosa, determinata dalla c.d. riforma del 3+2.
  • Qualità
    Nome: Alessandro  Data: 30.06.2006
    Tralasciando il fatto che non conosciamo puntualmente le persone che redigono le cosiddette classifiche delle università, né come è stata condotta la raccolta dei dati, un breve commento sul concetto di qualità dell'università mi sembra opportuno. Come leggo nei commenti precedenti e dai discorsi in ambito universitario (studio le scienze economiche e sociali) si ricollega la qualità di un ateneo dalla qualità della ricerca che è svolta all'interno. Premesso che la ricerca compone l'offerta dell'università nel mercato, consideriamo anche l'aspetto dell'insegnamento. Non è dato il vero rapporto tra qualità del ricercatore e qualità del professore, sicuramente non è direttamente proporzionale (è possibile verificarlo con semplici studi empirici), ma allora cosa distingue una università l'una dall'altra? Cosa spinge uno studente/laureato/imprenditore a scegliere di collaborare con uno ovvero con un altro ateneo? Forse l'assicurazione che un neo-laureato ha avuto come insegnante un brillante ricercatore, ma che, forse, con l'insegnamento si trova in estrema difficoltà e non riesce a trasmettere ai suoi allievi la sua scienza? Cosa deve dare l'università ai suoi laureati? Questa, a mio avviso, dovrebbe essere una linea di dibattito per i nostri rappresentanti in parlamento (di qualsiasi colore), magari uscendo un poco dagli schemi di ragionamento che attualmente ci tengono vincolati nelle nostre posizioni.
  • basterebbe poco
    Nome: Gino Loker  Data: 17.06.2006
    Camminando per il corridoio di una nota università del centro-nord di giovedì 8 giugno alle 17.00 mi è venuto in mente che in effetti il titolo dato al suo articolo coglieva davvero nel segno. Ero nel luogo più desolato che avessi mai visto. Nemmeno un'anima. Nè uno studente, nè un professore, nè un dipendente del personale amministrativo. Ho pensato che fosse colpa dei mondiali ma non erano ancora iniziati. Ma è semplice. Lezioni finite, esami svolti in fretta e furia, cartellini timbrati. Tutti erano corsi a casa o in altri posti a fare il dopo o il vero lavoro. Ero davvero in un luogo stremato! Se avessero potuto parlare quei muri; loro si che si sarebbero lamentati per la fatica che fanno a vedere così poca gente lavorare!!!
  • i Chomsky made in Gela prossimi venturi
    Nome: Samuele  Data: 13.06.2006
    Leggo sul "Corriere di Gela" che è ivi imminente l'apertura di una università in cui vi si insegnerà scienze della comunicazione: http://www.corrieredigela.it/leggi.asp?idn=CDG100030&idc=1 Ora, secondo me il problema non sta tanto nell'abolizione del valore legale dei titoli di studio (tanto le aziende private sanno già scegliere i titoli validi), quanto nell'abolizione degli pseudo-lavori nel settore pubblico per accedere ai quali una pseudo-laurea (assieme a una raccomandazione) funge da foglia di fico. Cioè, pensate che uno che va a studiare scienze della comunicazione a Gela pensi poi di andare a lavorare nel privato e/o all'estero? O forse piuttosto di fare il "consulente" o l'addetto stampa di una Provincia (ma non bisognava abolirle?) o di un Comune o di una Comunità montana o di un Consorzio intercomunale o di una Fondazione cassa di risparmio o simili? L'idea chiave è semplice: per abolire le pseudo-università bisogna agire "a monte", abolendo gli pseudo-impieghi statali. Altrimenti agire "a valle" parlando di "ranking" per università del genere (e ce ne sono anche al centro-nord) è come parlare di certificazione ISO per i bagarini.
  • valutiamo la ricerca evitando gli errori degli USA
    Nome: Jacopo  Data: 13.06.2006
    D'accordo con tutto quanto affermato da Guiso. Ma come valutare la ricerca? Stiamo attenti, in Europa soprattutto, a non perdere i pochi ma fondamentali vantaggi comparati che abbiamo nei confronti degli usa. Non ripetiamo i loro errori. In campi come la fisica, ad esempio, è probabile che si sia raggionta una certa omogeneità di vedute a livello internazionale su cosa sia importante, e su quali riviste venga pubblicato. Nelle scienze sociali non è cosi. In economia, per esempio, la pressione verso l'approccio del 'publish or perish' statunitense sta abbassando notevolmente il livello della ricerca terorica (o se vogliamo, di base). Di questo gli americani stessi sono consapevoli e preoccupati. In campi metodologici fondamentali per tutte le scienze sociali, come ad esenpio la teoria dei giochi, abbiamo in europa figure gigantesche, mentre i programmi di dottorato statunitensi non producono da dieci anni un ricercatore adeguato a trattare i problemi fondazionali della teoria. Questo perchè produrre un teorico di base è piu difficile, piu lungo, richiede piu' interdisciplinarietà (ad esempio in termini di comprensione degli strumenti matematici), che non produrre un buon ricercatore applicato. Ed è molto piu' facile formare un ricercatore di base in europa (ok, in pochissimi posti) che non negli USA. La situazione italiana è indifendibile, ma non confondiamo la ricerca, quella vera, col numero di pubblicazioni all'anno. Non saprei come fare, ma abbiamo l'occasione di riformarci senza farci condizionare del tutto dagli aspetti deteriori del mercato e della concorrenza.
  • esami
    Nome: Massimo S.  Data: 11.06.2006
    La concorrenza è una bella parola, ma ho visto come è applicata nella scuola superiore, e c'è da impallidire: semplicemente, gli studenti che rischiano la bocciatura in un liceo statale passano ad un privato, pagano, e hanno la promozione assicurata. Qualcosa di simile c'è già all'università: c'è in giro un volontario disposto a farsi operare di appendicite da un chirurgo laureato all'università di Messina? Il caso dei pazienti che muoiono negli ospedali siciliani è conosciuto, ma nessuno risale alle università che per incrementare le iscrizioni regalano la promozione agli esami, e non solo in Sicilia. La concorrenza basata sulla qualità resterà residuale: due o tre università solamente potranno permettersi di attrarre gli studenti migliori e perdere la massa, così come, p. es. qui a Roma, solo uno o due licei privati sono didatticamente al livello di un medio liceo statale, gli altri sono una barzelletta (e prendono soldi pubblici). Non ci sarà qualità senza selezione, e la selezione nessuno avrà il coraggio di farla. Saluti.
  • d'accordo su tutto
    Nome: Federico Lovat  Data: 10.06.2006
    ma attenzione alle classifiche perché come si legge sul sito di webometrics: "The aim of this project is not to rank the institutions according to quality of the education provided nor their academic prestige" Bensí: "Webometric indicators are provided to show the commitment of the institutions to Web publication and to the worldwide Open Access to knowledge" Non é un caso che le prime universitá in classifica siano le "tecnologiche": MIT, Stanford, Berkley e l'onnipresente Harvard
  • domanda
    Nome: Davide  Data: 09.06.2006
    Sono d'accordo che l'università italiana è molto indietro, e responsabilizzare docenti e studenti sarebbe la cosa migliore (ma non ha fatto proprio il contrario la riforma del 3+2?). Ma una breve critica ai valutatori degli atenei mi pare inevitabile. La miglior cosa è, come Socrate, porsi una domanda: e se chi valuta è ideologizzato?Non verrebbero prese in considerazioni solo le università che propagano le idee dominanti? Pensate, voi che siete economisti, a cosa accadrebbe alle idee di Keynes o Marx, tutt'ora da confutare. Tanto è vero che l'ultima riforma Moratti ha "agganciato" i risultati a quanti articoli vengono scritti nelle migliori riviste del settore. E quali sono queste riviste? quelle americane, che se parli di "potere" o di "classi" o di "spesa pubblica" (ma sanno bene cosa vuol dire finanziare le guerre, quindi sono i migliori allievi di Keynes) sgrullano le spalle inorriditi e ti zittiscono nel nome di "Milton Friedman"... Un cordiale saluto
  • Informazione per gli studenti
    Nome: Carlo  Data: 09.06.2006
    Gentile prof. Guiso, nel suo articolo, così come in molti altri contributi relativi ai mali dell'università italiana e alle possibili strategie per combatterli, si fa riferimento alla necessità di introdurre maggiore concorrenza fra le università. Io credo che per raggiungere questo scopo sia indispensabile raccogliere e pubblicare dati accurati su cosa fanno e quanto guadagnano i laureati delle singole facoltà di tutte le varie università. La pubblicazione periodica di studi del genere è indispensabile per consentire agli studenti che devono iscriversi una scelta consapevole, che a sua volta innescherebbe un circolo virtuoso. Infatti, tutti gli studenti vorrebbero andare presso le università che garantiscono migliori possibilità di lavoro, e queste università dovrebbero ricorerere a una selezione con numero chiuso. Inoltre le altre università sarebbero stimolate a milgiorare la loro offerta formativa (e i loro servizi di placement!) andando incontro alle esigenze del mercato. In fin dei conti, quelli che pagano il prezzo più alto a causa dei mali della nostra università sono (siamo) gli studenti che laureati, anche con buoni voti, non trovano lavoro se non sotto pagati. Sarebbe giusto, quanto meno, informarli prima e metterli in condizione di decidere se, cosa e dove studiare, avendo una idea di cosa li aspetta dopo la laurea. Forse le università fabbriche di disoccupati a vita comincerebbero a perdere iscritti... Saluti