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Come superare il dualismo del mercato del lavoro

di Pietro Ichino*, Categoria , Lavoro, / Pro e Contro, , Data 08.05.2006
L'opzione congressuale della Cgil per il superamento del dualismo del diritto e del mercato del lavoro può costituire la via giusta per un "superamento" non regressivo della legge Biagi; a condizione che la nuova "rete di sicurezza" universale, uguale per tutti, preveda un accesso graduale al regime di stabilità piena, per sdrammatizzare l’atto dell’assunzione in azienda e consentire a ciascuno di trovare più facilmente la collocazione in cui può dare il meglio di sé. Tre progetti indicano altrettanti modi in cui questa strada può essere realisticamente battuta dal nuovo Governo.
COMMENTI PRESENTI SULLA NOTIZIA
  • Il rischio d'impresa
    Nome: hominibus  Data: 23.05.2006
    Il rischio di impresa dovrebbe comprendere solo il ritorno del capitale investito mediante la necessaria produttività e redditività richiesta da un mercato sempre più globale, mentre non dovrebbe essere gravato minimamente dalla aspettativa di stabilità del lavoratore, essendo questa un problema sociale da risolvere con il complementare potenziamento delle strutture private o pubbliche per la fornitura di prestatori d'opera a tempo o a progetto. Il mondo del lavoro deve trovare tale assetto se si vuole realizzare contemporaneamente competitività per le imprese e sicurezza per i lavoratori, due obiettivi difficilmente conciliabili. Infine, un lavoratore che é preparato ed addestrato ad affrontare una varietà di lavori in contesti aziendali diversi é più utile alla società, perché veicolo di esperienze, rispetto ad un lavoratore che passa una vita a fare sempre le stesse cose, tra la noia della routine e la certezza di non sapere fare altro.
  • Un pensiero sopra le righe
    Nome: Maria Scarpetta Clavarino  Data: 16.05.2006
    Le obiezioni di Claudio Resentini e Luigi Martino presentano un ritratto dell’umanita’ e del lavoro che forse si puo’ rinnovare. La loro visione divide le risorse produttrici in due categorie: quella degli imprenditori, che possono accollarsi qualsiasi rischio perche’ provvisti di magiche ricchezze inesauribili (o per i quali il rischio costituisce un divertente stimolo) e quella dei lavoratori dipendenti, i quali, al contrario, parrebbero motivati solo (o in gran parte) dalla previsione certa e illimitata nel tempo dello stipendio fisso. Ci si puo’ chiedere quale tra queste due categorie sia piu’ stimabile. Se e’ piu’ ammirevole chi e’ capace di affrontare un rischio perche’ ha una motivazione interiore tale da renderlo piu’ coraggioso, perche’ negare che anche il lavoratore dipendente abbia questo coraggio? Queste considerazioni aprono un discorso che sfiora una nuova (o forse una tradizionale) antropologia: l’uomo e’ in movimento, e il movimento passa per forza attraverso il rischio. La pretesa della certezza assoluta riguardo al futuro rende l’uomo un fossile, oppure un disperato.
  • Rischi d'impresa e disoccupazione
    Nome: Claudio Resentini  Data: 15.05.2006
    Colgo il sasso lanciato da Luigi Martino per estendere il discorso dello "spostamento del rischio" e fare una considerazione generale che mi ispira la lettura delle diverse proposte dei redattori della voce: sembra che sul cosiddetto "mercato" del lavoro sia il lavoratore a doversi assumersi delle specie di "rischi d'impresa" (disoccupazione, sottoccupazione, retribuzione inadeguata al costo della vita, ecc.) e che questi tuttalpiù possano essere socializzati attraverso ammortizzatori sociali più o meno efficaci...ma dov'è l'impresa in tutto questo? A parte l'ipotesi di qualche costo economico in più le imprese attraverso l'utilizzo di lavoro precario non farebbero altro che esternalizzare il rischio d'impresa e scaricarlo sulle spalle dei lavoratori e/o della collettività. A mio parere occorre rimettere alcune cose al loro posto chiedendo alla classe imprenditoriale di questo paese di riprendere su di sè l'onere dei rischi d'impresa, compresi quelli corrispondenti alla possibilità di trarre un profitto dal lavoro di altri cittadini. In altre parole occorre ristabilire il patto sociale, la cui rottura rappresenta a mio avviso la causa di molti dei problemi sociali ed economici attuali. Cordiali saluti Claudio Resentini
  • fattore motivazione
    Nome: Matteo Olivieri  Data: 11.05.2006
    Le tecniche giuridiche sono importanti per soddisfare le esigenze di datore e lavoratore, ma credetemi sbiadiscono di fronte al calo motivazionale degli atipici per cui qualsiasi misura di stabilizzazione è ben accetta. La principale conseguenza della precarizzazione è, nella mia esperienza diretta ed indiretta, il calo di motivazioni e la riserva di produttività inespressa che si creano. Volete vedere che dietro il calo della produttività degli ultimi anni, a fianco di valide risposte di altro genere, troviamo anche questa? Grazie
  • Spostare il rischio
    Nome: luigi martino  Data: 11.05.2006
    Faccio un es. per spiegare il concetto. Le attuali società interinali dovrebbero selezionare ed assumere risorse soltanto a tempo indeterminato così come fanno tutte le altre imprese. La differenza è che esse potrebberlo impiegarle (come fanno attualmente) ovunque sia più opportuno, sfruttando gap di domanda di lavoro. Sarà a carico di tali società assorbire la flessibilità, spostando le risorse da società in surplus di lavoratori a società in deficit. L'onere del rischio di "mancanza di lavoro" non sarebbe sui lavoratori assunti dalle società interinali, ma sulle società stesse. A compensazione di tale rischio la remunerazione proveniente dalle società che utilizzino risorse delle interinali (le società pagherebbero, ceteris paribus, di più un lavoratore impiegato tramite soc.interinale e sarebbero incentivate pertato ad assumerlo nel proprio organico riducendo il costo) . Il fondamento della nostra economia è l'impresa, oneri e onori vanno ad essa. Le misure prospettate da Ichino sono di valore, ma bisogna spostare il rischio di "non lavoro" dall'individuo all'impresa, per avere una vera "pari dignità" per tutti i lavoratori.
  • flessibilita'
    Nome: Francesco Bogliacino  Data: 11.05.2006
    Sono d'accordo sul superamento del dualismo, ma credo che sia un atto dovuto ammettere finalmente che la retorica della flessibilta' era una presa di posizione ideologizzata e non supportata ne' sul piano teorico ne' su quello dei dati. sul piano teorico, basti citare il caso di Bertola e Saint Paul che studiando l'effetto dei firing costs ottengono risultati opposti solo cambiiando leggermente le assuzioni iniziali; su quello empirico per ogni sostegno empirico posso citare una smentita, Howell di new school ha rifatto le stesse regressioni di nickell (un suo famoso paper del 96 e' spesso citato come "la prova") con i dati aggiornati ottenendo risultati opposti, lo stesso ottiene Blanchard riaggiornando un suo precedente lavoro. cosi' dopo anni in cui chiunque sollevasse dubbi sulle politiche veniva tacciato di anti modernizzazione (come se non fosse invece la flessibilita' ad essere un ritorno indietro), ci ritroviamo con un obrobbrio che va chiamato per quello chee e': un regalo ad una struttura produttiva che NON HA PIU' NULLA DA DIRE, un sistema che, dopo il crollo del sistema politico che piaccia o no faceva da collante locale e indirizzo per distretti e compagnia cantante, e' completamente incapace di affrontare la concorrenza. La vera scelta e' quella del cambiiamento strutturale, la flessibilita' si puo' ottenere con una forza lavoro capace di adeguarsi a differenti ruoli in azienda, non con lo scandalo del "ho quattro lavori e guadagno 800 euro" Cordiali Saluti
    Risposta:
    Si veda la risposta alla lettera: "Le proposte di riforma della c.d. Legge Biagi" (http://www.lavoce.info/lettere/index.php)