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Perché il dibattito politico prescinde dai dati

di Andrea Ichino, Categoria Scuola e Università, , Data 31.03.2006
La ricerca empirica italiana fatica a raggiungere gli standard internazionali. Sono lacune che dovrebbero preoccupare perché l'assenza di un'informazione statistica adeguata spinge il dibattito politico ed economico nel nostro paese verso un inutile confronto ideologico. Anche su questioni per le quali i dati, e non le posizioni di principio, dovrebbero aiutare a trovare le risposte. Basta guardare alle discussioni sulle riforme che di recente hanno interessato la scuola e il mercato del lavoro. Alcune ipotesi sul perché di questa situazione.
COMMENTI PRESENTI SULLA NOTIZIA
  • errata corrige
    Nome: roberto leombruni  Data: 09.05.2006
    Credo sia sempre utile stimolare il dibattito su un’offerta di banche dati che in Italia è inferiore a quanto sarebbe desiderabile, e persino a quanto la stessa legge sulla privacy consentirebbe. Mi spiace però rilevare che un amico come Ichino, con cui abbiamo interloquito a lungo su questo, commetta un errore tanto grossolano da scrivere che rispetto ai dati di fonte amministrativa “quel poco che viene reso disponibile diventa spesso monopolio di pochi fortunati”, citando “il caso dei dati Inps gestiti dal LABORatorio R. Revelli di Torino”. Essendo io il responsabile per il LABORatorio di questo disdicevole monopolio mi è doveroso rilevare garbatamente l’errore. La nostra fortuna – se è corretto chiamare così un impegno di ricerca e di risorse durato cinque anni – è stata l’opposto di un monopolio, è stata quella di aver contribuito a far sì che i dati Inps diventassero finalmente un patrimonio di informazione a disposizione del mondo della ricerca. Per fare questo è stata costruita una banca dati di storie lavorative (di nome WHIP, da Work Histories Italian Panel) pensata e documentata proprio per le esigenze di informazione statistica che Ichino evidenzia. Si noti che non è stato, per così dire, un lavoro “banale”: non bisogna dimenticare che i dati dell’Inps, così come sono, rispondono alle esigenze gestionali dell’Istituto e non del ricercatore di una università. Bene, è da più di un anno che un public use file di questa banca dati è in distribuzione gratuita dal sito del LABORatorio (http:www.laboratoriorevelli.it/whip). Da allora è stata scaricata da circa 500 ricercatori in italia e all’estero, e la documentazione on-line ha in media 2-3000 contatti ogni mese. Da ottobre 2005 inoltre è a disposizione la versione completa di WHIP, in consultazione gratuita in una apposita sala visitor, e distribuita a fronte di un modesto contributo a centri studi che la richiedono per finalità di ricerca. Si può fare di più? Sì. Continuando esattamente su questa strada.
    Risposta:
    Il LABORatorio (e i centri di ricerca che a Torino hanno preceduto questa istituzione) hanno avuto un rapporto privilegiato con l'INPS almeno dalla meta' degli anni 80. Per moltissimi anni, numerosi ricercatori Italiani hanno chiesto all'INPS e al LABORatorio di mettere a disposizione i dati originali. Solo un paio di anni fa un passo importante in questa direzione è stato fatto con il public file WHIP, che tuttavia non e' il dataset originale. E forse, senza le pressioni di questi anni, non avremmo neanche WHIP. In ogni caso, continua a non essermi chiaro perché debba essere cosi' difficile per altri centri di ricerca ottenere dall'INPS gli stessi dati forniti al LABORatorio. Siamo tutti grati al LABORatorio per il suo lavoro, ma altri potrebbero voler gestire i dati in modo diverso, mettendo ad esempio a disposizione dei ricercatori informazioni maggiori e piu' dettagliate di quelle offerte da WHIP.
  • ricerca in generale
    Nome: Jacopo  Data: 30.04.2006
    Concordo con lo spirito dell'articolo di Ichino. Naturalmente nella ricerca di base le cose non vanno meglio. Nel mio campo, l'economia teorica, tutti sanno che in italia non ci sono piu' di dieci persone in grado di produrre ricerca di qualche rilievo, secondo qualsiasi standard valutativo. Naturalmete chiunque, italiano, producesse della buona ricerca all'estero, non tornerebbe MAI a fare l'associato in italia per 1.600-1.800 euro al mese. Ritengo che la motivazione fondamentale, tra quelle indicate da ichino, sia dunque l'ultima. ...
  • Conoscere per deliberare
    Nome: Maurilio Menegaldo  Data: 12.04.2006
    Il grande e troppo spesso dimenticato Luigi Einaudi intitolò una delle sue"Prediche inutili" proprio così: "Conoscere per deliberare". L'articolo in questione è un utile complemento a quello che Lavoce. info ha pubblicato sugli errori (o deliberate disinformazioni?) dei politici durante la campagna elettorale. Come si può discutere o peggio decidere di ciò che non si sa o di cui non si hanno dati? Veramente questa ultima campagna elettorale ha dimostrato tutti i limiti della nostra classe dirigente. Temo che di tali limiti però i primi a non essere consapevoli siano gli stessi politici, viste le loro storiche carenze di cultura scientifica ed economica. Grazie a Lavoce.info per il lavoro di informazione e di formazione che fa nei confonti di noi cittadini.
  • Margini di errore nei dati economici
    Nome: Mauro Griselli  Data: 10.04.2006
    Provo a rispondere alla domanda sollevata qui sotto dal signor Bruno Stucchi. Il senso del discutere degli “zerovirgola percento” dipende da qual è la rilevazione inficiata dal 2% di errore. Di solito la percentuale di errore si applica alla grandezza misurata o riscontrata. Supponiamo che tale sia l’errore di rilevazione, ad esempio, della variazione del PIL. Allora, una variazione PIL dello 0,3% salvo errore del 2% significa che la variazione è compresa nell’intervallo 0,294-0,306 (0,3 -/+ il 2% di 0,3). Ecco quindi come anche i decimali rimangono significativi nel dibattito sui dati economici.
  • Errore nei dati economici
    Nome: Bruno Stucchi  Data: 07.04.2006
    Ecco cosa diceva il mio famoso e rimpianto collega Ernest Rutherford, a proposito di statistica: "If your experiment needs statistics, you ought to have done a better experiment."
  • Margini di errore nei dati economici
    Nome: Bruno Stucchi  Data: 06.04.2006
    Di formazione sono un fisico. So quindi che qualsiasi misura e' inevitabilmente inquinata da errori accidentali e/o sistematci. Quindi, per esempio, quando misuro una tensione posso dire che e' 125 V + o - 1V. Ma nei dati economici, che senso ha discutere di un qualche zerovirgola percento se l'errore e' magari del 2%? Chi mi risponde? Grazie.
  • La credibilità dei dati
    Nome: Giuliano Delfiol  Data: 02.04.2006
    La scarsa diffusione della cultura scientifica nel nostro paese è ben visibile anche nella disinvolta gestione dei dati statistici, abitualmente strumentalizzati dai politici sulla base di sintesi assai spesso del tutto arbitrarie. Ma il male è spesso all'origine. I dati Istat sono considerati indiscutibili, mentre scarsissima e assai poco chiara è la informazione pubblica sulle loro metodiche. Si parla abitualmente di "indice del costo della vita", deducendone che in Italia non vi è stata inflazione, mentre nessuno dice che si può parlare solo di indice dei prezzi (ammesso che siano accuratamente rilevati!) medio ponderato di un determinato "paniere di beni", e ci si dimentica di dire con quali criteri sia il contenuto del paniere che i coefficienti di ponderazione sono valutati e stabiliti. In questo modo è chiaro che si può dimostrare quel che si vuole, e il sospetto che l'indice complessivo sia pilotato politicamente è fortissimo. Un altro esempio: i tanto sbandierati "studi di settore" presi a base delle valutazioni di congruità fiscale delle categorie. Ebbene, quando ho risposto al questionario della mia categoria (sono un professionista) ho notato che praticamente tutti i dati richiesti erano deducibili dalla mia denuncia dei redditi: ma allora cosa aggiungono gli "studi" a quanto il Ministero già sa? Inoltre il Ministero delle Finanze distribuisce ai commercialisti un software (ovviamente chiuso!) per i calcoli di congruità: la cosa divertente (da me provata personalmente) è che la qualità, portata e quantità delle prestazioni svolte non hanno praticamente influenza, risultando il reddito "presunto" funzione pressochè esclusiva dell'anzianità professionale e della localizzazione geografica. Certamente dire "studi di settore" suona bene, ma il sospetto che si tratti di pura facciata è più che legittimo. Grazie e cordiali saluti Giuliano Delfiol
  • Migrazione ricercatori e missione istitutzionale dell'ISTAT
    Nome: Michele Giardino  Data: 01.04.2006
    Suggestiva l'ipotetica corelazione tra uscita verso l'estero di ricercatori vocazionali e qualità delle ricerche pubblicate in Italia. Ipotesi che meriterebbe davvero una verifica, appunto su base statistica anche campionaria, senza temere gli effetti di una più che possibile conferma. E sempre risultino disponibili i dati occorrenti, cosadi cui dubito non poco. La letteratura internazionale nei settori che conosco è ricca di cognomi italiani, solo in parte "oriundi". Cira le banche-dati e la salvaguardia deil lavoro di raccolta di singoli studiosi, nonpotrebbe spettare all'ISTAT una funzione istituzionale di grande deposito, opportunamente ordinato da esperti professionisti, di tutti i materiali e le basi di analisi quantitative? Basrerebbe fissare per legge un obbligo simile a quello che grava sugli editori di inviare ogni pubblicazione al sistema bibliotecario nazionale e pubblicare tre o quattro volte all'anno un repertorio delle disponibilità chiaramente classificate a fini di massima fruibilità.
    Risposta:
    Riguardo alla correlazione tra migrazione verso l'estero dei ricercatori e qualità della ricerca, qualche evidenza empirica è contenuta nel saggio "Lo splendido isolamento dell'universita' italiana". (http://www.frdb.org/images/customer/decaloghi.pdf ) Per quel che riguarda il secondo punto, lei ha perfettamente ragione: l'ISTAT dovrebbe fare quello che in UK viene fatto dallo http://www.data-archive.ac.uk/ " grazie AI
  • Carenza di ricerca empirica
    Nome: Giuseppe A. Veltri  Data: 01.04.2006
    Concordo pienamente ed aggiungerei che la carenza di ricerca empirica non riguarda solamente gli aspetti economici della societa' italiana ma anche le sue politiche sociale. Vivendo in UK, sono abituato a pensare che prima di affrontare qualsiasi politica sociale e' necessario finanziare della ricerca in merito. Le social sciences in Italia sono troppo spesso solamente oggetto di disquisizione accademiche senza alcun impatto politico. Di conseguenza, non solo le politiche sociali si privano di strumenti essenziali ma le stesse scienze sociali italiane sono atrofizzate ed hanno perso il contatto con la ricerca empirica. Giuseppe A. Veltri Institute of Social Psychology London School of Economics (LSE)
  • indagini statistiche
    Nome: Alberto Lusiani  Data: 01.04.2006
    Non ho nulla da aggiungere se non complimenti per aver individuato e analizzato con chiarezza e lucidita' un vero e importante handicap dell'Italia rispetto ai paesi avanzati. Per questo particolare problema non vedo alcuna soluzione a breve-medio termine: si tratta di un vero fallimento della cultura italiana nel senso piu' generale, che coinvolge sia il livello popolare di massa, sia le classi dirigenti.