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Lettera aperta al Financial Times

Categoria , Conti Pubblici, Data 23.03.2006
Se non si usano le statistiche corrette si rischia di dare un'immagine fuorviante dell'economia di un paese a tutta la comunità internazionale, investitori compresi. E' quanto è successo al Financial Times che ha pubblicato un articolo sull'Italia con dati sbagliati su debito pubblico, stock di investimenti diretti dall’estero e occupazione. In una lettera al direttore del quotidiano britannico, la redazione de lavoce.info analizza gli stessi concetti utilizzando fonti più attendibili. Ne esce un quadro diverso della nostra economia.
COMMENTI PRESENTI SULLA NOTIZIA
  • Occupati o inattivi?
    Nome: Claudio Resentini  Data: 04.04.2006
    Ben ha fatto il Financial Times ad utilizzare il tasso di partecipazione come indicatore reale dello stato dell'occupazione. I sistemi di rilevazione vigenti (non solo in Italia) trasformano, come prestigiatori, pseudo-lavoratori precari e/o in nero in occupati (basta un'ora di lavoro nella settimana precedente all'intervista, non importante se regolare o no) e trasforma di converso disoccupati in inattivi (perchè hanno rinunciato a mettere in atto qualsivoglia inutile, date certe condizioni, azione concreta di ricerca). Per questo il tasso di partecipazione (o di attività) ed il complementare tasso di inattività sono una misura importante dello stato di salute dell'occupazione. Per quanto riguarda il tassso di occupazione, così come è rilevato non significa più nulla, vista la inconsistente linea di confine tra lavoro e non lavoro. Bisognerebbe accoppiarlo a qualcosa del tipo "tasso di sottoccupazione" per distinguere tra occupazione vera e occupazione taroccata come tale. Sono sicuro che tra i redattori dell voce non mancano le intelligenze per trovare indicaori in tal senso. Spero solo non manchi loro la volontà politica. Cordiali saluti. Claudio Resentini
  • Una lettera corretta e interlocutore scorretto
    Nome: Maria Scarpetta Clavarino  Data: 24.03.2006
    Confrontando lo standard delle lettere "di protesta" che si usano nel mondo anglosassone, questa è di una "signorilità" - passatemi il termine - superiore. Il Financial Times dovrebbe non solo pubblicarla, ma provvedere all'errata corrige che si conviene. Le lettere di protesta normalmente accusano i danni in forma molto esplicita e chiedono una monetizzazione. Un interlocutore corretto, non potendo provvedere ad un risarcimento in moneta, dovrebbe comunque avvertire la gravità del caso e adoperarsi con il massimo impegno per rimediare! Maria Scarpetta Clavarino