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Come ridurre il cuneo

di Sandro Gronchi, Categoria , Fisco, / Pensioni, Data 15.03.2006
La decontribuzione si avrà al prezzo dello scardinamento dell'equivalenza attuariale fra contributi e prestazioni. I maggiori beneficiari saranno le carriere a crescita salariale elevata e i pensionamenti precoci. Ripristinando le iniquità che la capitalizzazione virtuale vuole eliminare. Oltretutto, è un provvedimento inutile per la competitività delle imprese. Alla restituzione di una parte dei contributi si potrebbe invece arrivare attraverso la cancellazione della reversibilità. A beneficio anche del tasso di partecipazione femminile al lavoro.
COMMENTI PRESENTI SULLA NOTIZIA
  • Opinione
    Nome: lucia  Data: 11.12.2006
    sono d'accordo con l'abolizione della reversibilità, ma una donna che rimane vedova a 33 anni con un bambino di 7 anni come fa a vivere? allora l'alternativa alla reversibilità sarebbe quella di garantire un lavoro a chi rimane da sola. E poi mi domando perchè non abolire invece le pensioni d'oro? si può vivere dignitosamente anche con una pensione di 1300 euro al mese. E poi sono anche convinta che la reversibilità è un diritto, perchè non è altro che la maturazione degli anni di servizio, in caso di dipendenti pubblici o altro.
  • Il cuneo: sarebbe sensato ridurlo, ma è impossibile
    Nome: Rossi Mario  Data: 21.03.2006
    Non sono un matematico ne uno statistico ne un economista ma vi sottopongo il mio pensiero. Per risolvere il problema, o meglio tanti problemi, occorre usare un calcolo attuariale calcolando quanti anni di pensione si debba riconoscere rispetto alla durata media della vita e non il raggiungimento di un'età prestabilita. Mi pare che in origine si conteggiasse una durata media della pensioni di vecchiaia di otto anni, poi sono venute le baby pensioni, le pensioni di anzianità e, per fortuna, la vita media si è allungata. Non so quanto sia la vita media di una pensione, ma penso che ormai sia molto lunga: 20, 25 anni? Il secondo problema è che, a mio avviso, il pensionamento non crea nuovi posti di lavoro, ma aumenti la spesa corrente, brucia risorse, riduce gli investimenti e al contrario crea disoccupazione A questo punto un allungamento della vita lavorativa mi pare giustificabile anche oltre i sessantacinque anni tanto per gli uomini che per le donne. La quota di contributo IVS destinata alla riduzione potrebbe avere tre destinazioni: riduzione del costo del lavoro, riduzione del contributo a carico del dipendente, intensificazione dell'attivitò di riqualificazione degli ultra quarant'enni estromessi dal lavoro a causa delle nuove tecnologie. Poichè anch'io sono un elettore e come tutti mi auguro che ogni riforma riduttiva sia applicata agli altri, a sessant'anni con quarantanni di contribuzione spero di godermi 30 anni e più di pensione in considerazione che mio padre la percepisce da quasi quaranta, voglio vedere chi ha il coraggio di fare una simile sensata riforma.
  • Competitività del sistema
    Nome: Leonardo Rosselli  Data: 18.03.2006
    La decontribuzione, come spiegato dall'articolo è interessante a patto che si spieghi che l'obiettivo è di incentivare il lavoro a tempo determinato annullando il differenziale dei costi tra atipici e tipici per le fasce basse di reddito. Per il resto è bene tenere presenti che la decontribuzuione è un modo per chiamare la riduzione dei salari. Perchè invece non finanziarla con un aumento dell'età pensionabile modificando la riforma Berlusconi aumentandola a 65 anni? Così la decontribuzione si autofinanziarebbe e un lavoratore saprebbe di versare un po di meno, ricevendo quindi un netto più alto, compensato dal fatto che verserà per più anni i contributi. Ho fatto un piccolo conto e credo sia sotenibile una riduzione di 1.5 punti ogni anno di aumento dell'età pensionabile. Oltretutto è irrealistico pensare che sia sostenibile un sistema slegato dalla aspettativa media di vita. Inoltre potremmo recuperare ulteriori risorse abolendo o riducendo sensibilmente le pensioni di reversibilità questo servirebbe per una progressiva riduzione della fiscalità generale a partire dall'Irap che grava impropriamente e perniciosamente sul costo del lavoro. La soluzione ideale, secondo me, sarebbe quella di cambiare il paradigma stesso del nostro sistema pensionistico, privatizzandolo completamente sul modello cileno.
  • taglio mascherato
    Nome: Pietro Rizza  Data: 16.03.2006
    Mi chiedo quale sia il vantaggio reale di azzerare la reversibilita'. Di fatto non e' altro che un taglio mascherato ai benefici pensionistici. Se il lavoratore non soffre di "illusione monetaria" e ragiona secondo la teoria del ciclo vitale, tagliare i benefici o azzerare la reversibilita' hanno lo stesso impatto in valore atteso. Tuttavia azzerare la reversibilita' significa aumentare l'incertezza del lavoratore: ricade su di lui il rischio di una vita straordinariamente lunga del coniuge. Vogliamo questo in un mercato che soffre dell'assenza di annuities? L'unico effetto puo' essere quello di incentivare l'offerta di lavoro femminile. Ma l'autore giustamente sottolinea che le giovani donne di oggi lavorano quasi quanto gli uomini. Discorso a parte: quando un lavoratore capisce che la riduzione del cuneo e' un gioco a somma zero per lui, dovrebbe semplicemente risparmiare l'intero ammontare extra e metterlo in un fondo pensione (che rende piu' del tasso di crescita del PIL). Cosa che potrebbe alleviare il problema delle pensioni troppo basse che la Dini consegnera' ai pensionati di domani. Come dice l'autore, la riduzione del cuneo fiscale tramite decontribuzione e taglio dei benefici rischia di essere un fuoco di paglia. Avrebbe piu' senso usare quelle risorse per finanziare la ricerca delle imprese.
  • decontribuzione e reversibilità
    Nome: stefano facchini  Data: 16.03.2006
    Se è vero che la proposta di Prodi di ridurre il cuneo fiscale di 5 punti netti appare più come un regalo a Confindustria che il risultato di un ragionamento economico (priva quindi di effetti positivi per il sistema pensionistico ma anzi pericolosa per la tenuta a lungo termine dell' equilibrio tra erogazioni e conferimenti in un sistema contributivo come quello attuale), è a parer mio altrettanto vero che la proposta dell'autore di una graduale abolizione della reversibilità appare quantomeno azzardata. Il paragone con il modello svedese non regge ed appare di difficile applicazione nel nostro bel paese, per ovvi motivi di ordine culturale, sociale ed economico. Non dimentichiamo che la Svezia gode del lavoro part-time più diffuso del mondo, di servizi alle madri lavoratrici di prim'ordine, e di assenza o quasi di barriere all'ingresso delle donne alla partecipazione della vita economica, sociale e politica del loro paese. Qui in Italia dobbiamo ricorrere alle "quote rosa" per permettere ad una fascia nettamente più debole di cittadini di partecipare alle scelte ed alla crescita della nazione, figuriamoci se possiamo soltanto immaginare un mercato del lavoro che garantisca pari opportunità di accesso, di carriera e di retribuzione a tutte le donne, ed un sistema di servizi che garantisca loro quanto sopra pur essendo madri, per giunta! (sola ed unica condizione che giustificherebbe l'abolizione dell'assegno di reversibilità, altrimenti concepibile come ideologicamente strumentale ed inaccettabile).
    Risposta:
    La Svezia nella quale fu abolita la reversibilità è quella del 1970, l’Italia per la quale propongo di fare la stessa cosa è quella del 2036 e dintorni (quando la riforma contributiva andrà a regime). Con tutta la peggiore volontà, non è pensabile che, a quella data, il tasso di partecipazione delle donne italiane riesca ad essere inferiore a quello delle donne svedesi di 66 anni prima. E quand’anche la reversibilità fosse abolita (pro quota) anche per i lavoratori parzialmente contributivi (che avevano anzianità inferiori a 18 anni alla fine del 1995) il confronto andrebbe pur sempre fatto fra contesti che distano fra loro quasi mezzo secolo. Svezia a parte, l’invecchiamento demografico dei prossimi decenni (il più acuto in Europa) non consentirà all’Italia di fare a meno del lavoro femminile, del quale l’abolizione della reversibilità potrebbe essere, al contempo, causa ed effetto. Il vero problema è che una riforma concepita per consentire risparmi strutturali fra molti anni sarebbe, in realtà, costosa nel frattempo. Il costo sarebbe lo stesso della decontribuzione ma nel lungo periodo esso avrebbe la possibilità di ripagarsi, e il principio contributivo non verrebbe infranto né ora né mai.