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Mezzogiorno, prima si cambia meglio e'

di Claudio Virno, Categoria , Mezzogiorno, Data 22.02.2006
L'esperienza della Nuova programmazione ha finora conseguito risultati deludenti in termini di crescita del Pil e dell'occupazione, nonché di riduzione dei divari infrastrutturali tra il Mezzogiorno e il resto del paese. Si tratta ora di accertare le cause di quel fallimento e di individuare, anche in vista della nuova legislatura e dell’avvio di un nuovo ciclo di programmazione, le correzioni necessarie da apportare alla politica di sviluppo territoriale sia sotto il profilo procedurale che sotto quello sostanziale.
COMMENTI PRESENTI SULLA NOTIZIA
  • Meglio tardi e d'agosto che mai 1
    Nome: JMK  Data: 08.08.2006
    Ho letto con interesse l'articolo del Dott. Virno che conosco e apprezzo come valido consulente e professionista oltre che come cultore della materia in termini di politiche di investimento e sviluppo. Purtroppo, la mia pluriennale vicinanza con le politiche di coesione e sviluppo in favore di diverse aree di Italia ed Europa, a partire dall'ormai lontano 1988, mi portano a dissentire su quasi tutto quanto lui afferma, se si esclude la tesi sostanzialmente inattaccabile che, fortunatamente, il problema non è rintracciabile nella quantità di risorse. Mi riprometto, se Lavoce vorrà pubblicarlo, di estendere queste considerazioni ad un più ampio articolo, riassumento in questa sede le principali tesi della mia argomentazione. Il libro di Rossi è interessante in quanto provocatorio ma sconclusionato e illogico in quanto ad argomentazioni economiche e politico-economiche, oltre ad essere velleitario in termini di proposta. Questa affermazione, che in breve argomenterò, è molto condivisa, credo, dagli studiosi attenti a questo tema, ma poco difesa a causa, ritengo, di una insopprimibile sensazione di colpa relativa alle ragioni, alla realtà e al futuro delle politiche di coesione per il mezzogiorno d'Italia. I risultati sono effettivamente inferiori alle attese e non c'è stata una diffusa crescita della classe dirigente locale che si doveva e poteva accompagnare al decentramento della azione programmatoria e amministrativa. Questo porta coloro che hanno condiviso molte delle argomentazioni della cosiddetta Nuova Programmazione ha non intervenire pubblicamente contro queste deboli argomentazioni e a sentirsi in colpa per l'accaduto. Tutto comprensibile ma inefficace per la costruizione di una opinione corretta sull'esperienza, fatta di luci e obre, relativa agli anni 1997-2006, ovvero agli anni nei quali questo modello di programmazione ha veramente potuto provare ad essere attuato.
  • alcune domande
    Nome: mauro masselli  Data: 29.03.2006
    Premetto che non ho letto il libro di Rossi e quindi le mie considerazioni sono basate solo sull’articolo che leggo solo ora. Al di là del giudizio sull’esperienza del Dipartimento per le Politiche di Sviluppo (ritengo comunque che una analisi più articolata sarebbe utile per identificarne i limiti, gli errori e anche le cose positive, in modo da sbagliare di meno nel futuro), l’articolo mi ha suggerito alcune riflessioni e domande. Qual è e quale potrebbe essere realisticamente il rapporto tra politica e spesa, soprattutto a livello locale? Come realizzare un rapporto più virtuoso fra i due termini del problema? L’autonomia regionale è un fatto irreversibile o per gli investimenti pubblici si può pensare a limiti e supervisioni dal centro? Come attrezzare le Amministrazioni, incluse quelle centrali, a funzioni tecniche elevate? Qual è il rapporto tra tecnica e politica? Ed in particolare, poiché alla base della programmazione e gestione dei programmi di investimento, c’è il trattamento dell’informazione (statistiche e monitoraggi) è sufficiente l’attuale attenzione dei politici, dei media, dei think-thank verso tali funzioni tecniche sia a livello nazionale sia locale? L’apparato concertativo/negoziale è solo un peso ed una inefficienza del sistema o può essere anche una garanzia di trasparenza ed un contrappeso a decisioni “di parte”? è anche una risorsa dello sviluppo o solo un freno? Ed infine, qual è il rapporto tra gli aspetti sociologici e culturali del sud (e non solo) e lo sviluppo?
  • Valutazione delle politiche di sviluppo
    Nome: Monika Mura  Data: 05.03.2006
    Ho letto con molto interesse l'articolo del Dr. Virno, che ben delinea la falsa rottura tra la vecchia e la nuova programmazione. Faccio parte degli operatori di sviluppo locale dell'ultima generazione, quelli formati con la programmazione 2000-2006 dei fondi strutturali, e posso confermare che anche al di fuori degli organi centrali si tende a credere che la nuova programmazione abbia portato un cambiamento che nessuno ha pero' dimostrato. Il Dr. Virno ha citato piu' volte la mancanza di valutazione dei risultati conseguiti. Premesso che concordo con quest'affermazione, aggiungerei che non solo le varie unita' di valutazione di fatto non valutano (vedi nuclei di valutazione, spesso composti da finti esperti), ma anche che i cosiddetti valutatori indipendenti di fatto non valutano, ma cercano di compiacere i loro committenti. Questo forse non spiega tutto il problema, ma a mio avviso una cultura della valutazione seria potrebbe permettere di raggiungere meglio gli obiettivi di sviluppo.
  • Cambiare è forse meglio
    Nome: Mario Martelli  Data: 23.02.2006
    L'articolo è molto forte e diretto e riesce a dare corpo a una sensazione che si è andata via via rafforzando in taluni di coloro che sono stati coinvolti negli esercizi di programmazione dal 1998 in avanti: la rilevazione di una rinuncia progressiva all'utilizzo di strumenti adeguati di analisi economica nella valutazione ex ante delle operazioni, fatto questo del tutto coerente con una interpretazione dell’attività di programmazione essenzialmente come “una procedura burocratica e formale priva di reali contenuti … che attribuisce un ruolo decisionale decisivo all’attività di negoziazione e agli accordi tra i soggetti coinvolti” che diventano paradossalmente uno di quegli intermediari professionali che “campano” di programmazione e intermediazione di fondi e che sono additati dallo stesso DSN come fattori di freno allo sviluppo locale. A queste condizioni il maquillage del DSN non serve ma piuttosto occorrerebbe e sarebbe meritorio accendere “un’opzione di differimento”, corredandosi di maggiori informazioni attraverso un ritorno serio alla valutazione economica ex-ante.
  • interventi per le aree svantaggiate
    Nome: Francesco Sprovieri  Data: 23.02.2006
    Sono un attento osservatore delle politiche per lo sviluppo che si sono attuate nel nostro paese dalla fine degli anni ’80 ad oggi. Quanto è accaduto è stato efficacemente rappresentato dagli articoli del Dr. Virno ed è proprio l’ultimo che mi spinge a fare alcune ulteriori riflessioni tese ad avvalorare quanto da lui esposto: a normativa in materia di sviluppo delle aree svantaggiate ha subito continue modifiche e rimaneggiamenti, non solo per meglio rispondere alla normativa comunitaria che, ormai, sin dalla programmazione 1994-1999, rende indispensabile il rispetto delle regole dettate dalla Commissione in materia di concorrenza e di aiuti, ma anche per rispondere ad esigenze particolari o alla fantasia del Legislatore che sembra sempre alla ricerca di nuovi strumenti e nuove strutture senza preoccuparsi dei risultati e di valutarne la portata.Il Dipartimento per le politiche di coesione, che pure sostiene di non gestire risorse in quanto esse sono affidate prevalentemente alle Regioni, esercita di fatto una forte politica di condizionamento delle scelte che spesso dimostra uno scarso senso pratico ed un eccessivo ricorso a forme di assistenza e supporto da parte di professionisti e organismi che si limitano a svolgere analisi ed elaborare ricette che restano lettera morta. Per quanto riguarda il cofinanziamento delle risorse ordinariamente stanziate che non sarebbero aggiuntive, come richiesto dalla UE trovo scandaloso che si continuino ad inventare nuovi strumenti espressamente volti allo sviluppo e anche compatibili con la normativa comunitaria, ma per i quali non si vuole proporre il cofinanziamento o perché gestiti a livello centrale da altri dicasteri, diversi da quello dell’Economia o perché si è preferito attribuire alle Regioni la scelta di ricorrere in modo diffusivo al c.d. “de minimis” che evita di confrontarsi con Bruxelles ma che ripropone una modalità di intervento “a pioggia” che non si traduce in sviluppo.