Mi inserisco in questo dibattito circa il metodo di valutazione dell'attività di ricerca dell'Università. In questo manca la valutazione dell'attività di ricerca legata a contratti con aziende o, ancor meglio, con la Comunità Europea. Nel mio campo, quello dell'Ingegneria, tale attività non solo è pesante, ma anche importante e molto "challenger". Inoltre influisce sull'economia del paese e su quella del mio dell'Ateneo. E' meglio allora pensare sola alla ricerca pura per avere un migliore giudizio da parte del CIVR o è meglio avere contratti con cui finanziare anche la ricerca pura? Un altro dubbio è quello che mi sorge quando mi chiedo se il valutatore dei miei lavori è effettivamente in grado di capire la loro qualità. Se è, casualmente, una persona che si occupa di materie similari forse si, altrimenti no. Io non sarei onesto nel dire che posso capire la qualità del lavoro di un ingegnere meccanico o informatico. Spero inoltre che, dopo una prima fase di sperimentazione, si arrivi ad una valutazione ricercatore per ricercatore e che i fondi vadano ai ricercatori meglio piazzati.
Culturalmente sbagliato
Nome: Piersante SestiniData: 08.04.2006
Temo che tutta l'impalcatura del cirv sia concettualmente sbagliata. Temo anche che questo dipenda dagli interessi della lobby accademica che l'ha progettato e sostenuto, e che non rappresentano necessariamente gli interessi della collettività nei confronti dell'università. La ragion d'essere di un buon sistema di valutazione della qualità è quello di mettere in luce i punti deboli di una struttura o di un processo, per permettere di intervenire in modo mirato per migliorarli, investendo nei settori in cui questi sono carenti. Per contro, il cirv sembra fatto per mettere in evidenza ed esltare i punti forti delle varie università/facoltà, le cosiddette "punte di eccellenza", nascondendone però completamente i punti deboli, anche quelli presenti nella stessa struttura. Per dire, se una struttura avesse alcuni buoni ricercatori e il resto pessimi, sarebbe classificata addirittura meglio di una che li avesse tutti di buon livello. O perfino se una avesse prodotto un'ottima ricerca ma fosse del tutto carente dal punto di vista didattico, sarebbe considerata migliore di una che si mantenesse su un buon livello in entrambi i settori, ugualmente vitali, dell'università. Come dicevo, l'impressione è che questa scelta dipenda dal punto di vista dei proponenti, che puntano ad una casta di "eccellenti" da premiare, tagliando le risorse agli altri. Fermo restando che il concetto di indirizzare risorse solo a chi dimostra di essere in grado di utilizzarle degnamente è sacrosanto, un sistema in cui "a chi ha sarà dato e a chi non ha sarà tolto", non è detto che sia conveniente per la colletività, il cui interesse, a mio avviso, è di migliorare il sistema universitario nel suo complesso non di sperperare i soldi rafforzando le strutture che già funzionano invece di irrobustire i punti deboli.
un altro punto critico
Nome: Lorenzo MarrucciData: 28.02.2006
A mio parere il punto sollevato dagli autori va anche incrociato con un altro punto critico di cui nessuno sembra essersi occupato.
Il giudizio di eccellente/buono/accettabile/limitato dato a ciascun prodotto è stato fondato su una collocazione in una scala percentuale di qualità di tutta la produzione scientifica internazionale (ad esempio eccellente = rientrante nel miglior 20% di tutta la produzione), giudicata da ciascun referee e in ultima analisi dal panel. Tuttavia, il tasso di pubblicazione annuo per ricercatore varia molto da un settore scientifico ad un altro. Ad esempio, un fisico medio attivo nella ricerca pubblica 3-5 articoli l'anno in riviste internazionali (a volte molto di più), mentre i tassi di pubblicazione di uno scienziato politico o di un economista, anche molto attivo nella ricerca, sono comunque più bassi. Basta guardare il numero di pubblicazioni tipiche dei ricercatori di maggior successo e di pari anzianità nei rispettivi campi.
D'altra parte, il numero di pubblicazioni richieste dal VTR per ciascun settore erano invece le stesse, ossia una ogni due ricercatori equivalenti (o 4 docenti universitari). Questo implica che settori ad alto tasso di pubblicazione, come la fisica, hanno potuto agevolmente selezionare i migliori lavori e ricevere valutazioni mediamente migliori, mentre settori come le scienze politiche o l'economia hanno avuto meno possibilità di selezione. Ne deriva un bias a favore di settori ad alto tasso di pubblicazione, non necessariamente corrispondente ad un effettivo miglior posizionamento del settore nel panorama internazionale (almeno non nella misura che appare dai numeri del VTR). Allo stesso tempo, ne deriva un incentivo, per le strutture multi-disciplinari, ad esibire un maggior numero di prodotti nei settori (come la fisica) in cui è più facile ottenere giudizi elevati. Questo problema andrebbe considerato prima del prossimo VTR.