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Perché le periferie non "brucino"

di Marina Murat, e Sergio Paba, Categoria Immigrazione, , , Data 17.11.2005
Una parte rilevante dell'industria italiana cerca di far fronte alla concorrenza internazionale con strategie di contenimento dei costi. E impiega manodopera immigrata per tenere in vita produzioni low-skilled labor intensive che altrimenti sarebbero delocalizzate. Una strada rischiosa per la specializzazione produttiva del nostro paese e per le prospettive future degli immigrati. Servono invece investimenti in capitale umano e innovazione, oltre a politiche attive dell'immigrazione. Soprattutto, però, si deve liberalizzare il settore dei servizi.
COMMENTI PRESENTI SULLA NOTIZIA
  • Proletari dei servizi
    Nome: Claudio Resentini  Data: 18.11.2005
    Premesso che ho trovato l'articolo molto interessante e in larga parte condivisibile, intendevo portare un contributo di natura critica alle considerazione relative alle figure "low skilled" dei servizi. Tralasciamo pure il settore pubblico dove queste figure sono in via d'estinzione a causa dei processi di privatizzazione e di esternalizzazione. Non mi sembra proprio che in ambito privato, dove invece emergono rapidamente nuove figure riconducibili alla costellazione variegata del "proletario dei servizi", le condizioni di lavoro siano sempre tanto "decenti". Tanto è vero che in realtà urbane "avanzate" come Milano anche in alcuni ambiti del terziario la presenza degli immigrati appare già preponderante (si pensi ai servizi di recapito espresso) mentre in altri, complici spesso i processi di outsourcing, sub-appalti, ecc., emergono segnali di deterioramento nelle condizioni di lavoro tali da far pensare che saranno presto abbandonati dalla manodopera "indigena"(ad es. i servizi di reception, guardiania e simili). In certi settori, che sembrano giungle, più che di ulteriori processi di liberalizzazione c'è forse bisogno di procedere ad una minima regolamentazione ed a controlli per ripristinare diritti minimi dei lavoratori, persi per strada. E questa strada è la "low road" della rincorsa al business facile: senza investimenti, senza rischi d'impresa e attraverso il ricatto e lo sfruttamento dei lavoratori deboli. Cordiali saluti.
    Risposta:
    A Parigi, un francese di famiglia immigrata intervistato da un giornale durante i disordini dei giorni scorsi descriveva con grande frustrazione e scoramento la sua situazione, simile a quella di tanti altri: essere cittadino francese, avere frequentato le scuole insieme a francesi, ma aver trovato al momento del lavoro di essere in realtà diverso; per lui e per quelli come lui solo gli impieghi low-skilled dei servizi, non ambiti dai francesi di origine francese; lavori con scarse o nulle probabilità di miglioramento e carriera. La letteratura economica descrive i mercati del lavoro che sono segmentati tra il gruppo con lavori stabili e redditizi e quello con impieghi precari e poco remunerativi come mercati divisi tra insider e outsider. In Italia, questo tipo di divisione esiste da decenni, è ancora piuttosto netta ed è alla fonte di importanti iniquità ed inefficienze. Per questo motivo è essenziale cambiare il sistema e renderlo, sul modello dei paesi del nord-Europa, allo stesso tempo più flessibile e più equo. La maggiore equità si ha con uno stato sociale che garantisce un sussidio a chiunque si trovi temporaneamente e involontariamente disoccupato, e non solo a chi ha già avuto un lavoro stabile e fa quindi parte del gruppo degli insider. Un cambiamento del genere gioverebbe gli italiani nativi e anche gli immigrati. Questi ultimi non si troverebbero a fare gli outsider degli outsider, quelli che raccolgono le briciole lasciate dagli altri due gruppi, e la società italiana non si troverebbe tra qualche anno a fare i conti con problemi ancora più profondi di quelli la affliggono oggi.