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Questione morale e competitività della Cina

di Giorgio Barba Navaretti, Categoria , Internazionali, , Data 28.10.2005
La mancanza di alcuni diritti fondamentali spiega molto poco del basso costo del lavoro in Cina e della competitività dei suoi prodotti. L'obiettivo condivisibile di migliorare le condizioni dei lavoratori nei paesi in via di sviluppo non può tradursi in misure protezionistiche, che avrebbero il solo effetto di far crescere la loro povertà. Lo stesso problema si pone anche nel caso estremo del lavoro dei bambini. Un miglioramento si può avere solo attraverso la crescita del reddito nei paesi poveri, dunque aumentando le esportazioni di merci ad alta intensità di lavoro.
COMMENTI PRESENTI SULLA NOTIZIA
  • I governi dei LDCs
    Nome: Ugo Gragnolati  Data: 02.11.2005
    Una delle cose estremamente importanti che emergono dall'articolo è l'opposizione ai diritti dei lavoratori proveniente dai rappresentanti degli stessi paesi in via di sviluppo. Questa realtà è storicamente affermata anche per altri temi (quali ad esempio la tutela ambientale o la liberalizzazione del commercio), specie in ambito WTO. A mio avviso, ciò che occorre chiedersi sotto il profilo dell'etica decisionale presso gli organismi internazionali è anche quanto i governanti dei PVS siano effettivamente rappresentativi del volere collettivo. Infatti, dubito che andando a chiedere ai lavoratori cinesi (come suggerisce l'articolo) costoro non propendessero per un miglioramento delle condizioni lavorative. Sebbene sia vero che ogni economia industriale odierna ha, a suo tempo, attraversato fasi del tutto simili a quella in cui si trova la Cina oggi.
    Risposta:
    Certo, la qualità della politica nei paesi in via di sviluppo è un nodo chiave che non riusciamo a risolvere e che impedisce in gran parte del mondo l'adozione di politiche efficaci ed eque. Sono sicuro, come Lei giustamente sostiene, che i lavoratori cinesi preferirebbero condizioni migliori al loro lavoro. Ma sono anche sicuro che preferiscono le condizioni attuali alle alternative disponibili, che sarebbero sicuramente peggiori.
  • Virgolette
    Nome: Renato Tubére  Data: 02.11.2005
    Non ho francamente capito perchè lei, esimio professore, ha virgolettato all'inizio del suo pur interessante articolo le parole "ingiusto"e "ingiustamente". Forse che certi esseri umani hanno diritto di sfruttare i bambini solo perchè vivono in Cina, quindi l'alternativa sarebbe per quei minori la prostituzione? Mi sorge il dubbio che per lei, come per il nostro presidente della Repubblica e per i tanti fautori dell'apertura indiscriminata all'invasione cinese dell'Italia, esistano due pesi e due misure nel valutare la Cina. Potrebbe spiegare meglio il suo pensiero? Grazie in anticipo!
    Risposta:
    Perché credo che sia importante distinguere quanto del basso costo del lavoro sia da attribuirsi a condizioni effettivamente ingiuste, come quelle da lei citate e che ovviamente anch'io considero tali, anzi spaventose, o piuttosto da condizioni economiche dei paesi esporatori: abbondanza di lavoro, minore costo della vita e minore produttività. Ritengo che il secondo fattore abbia un significato quantitativo molto più rilevante. Per quanto riguarda i bambini, sono d'accordo con lei che non è assolutamente corretto affrancare lo sfruttamento con la scusa che l'alternativa sarebbe peggiore. Ma il punto è che il problema dello sfruttamento non si risolve con il protezionismo, bensì con interventi diretti di diverso tipo.
  • Dumping
    Nome: Michele S.  Data: 31.10.2005
    Si parla sempre di dumping sociale riferito alle condizioni dei lavoratori, tuttavia la Cina effettua anche un altro tipo di dumping nella produzione di elettrodomestici o altro: la rimozione dei costi sulla sicurezza. Su alcuni giornali automobilistici gira il servizio sul crash test fallito di un automobile cinese, che costa un quarto del modello a cui si ispira. Sfruttando un buco della normativa pur avendo fallito questo test può liberamente circolare. Esistono inoltre una casistica di incidenti prodotti da elettrodomestici prodotti a basso prezzo, che non rispettavano le condizioni di sicurezza minima.
    Risposta:
    Sono d'accordo, la sicurezza e la qualità dei prodotti è essenziale e credo sia importante l'adozione di standard internazionali; ma penso sia anche comprensibile che in paesi poveri i consumatori siano disposti a scambiare un po' di sicurezza per un prezzo più basso dei prodotti.
  • una industria di servizi
    Nome: francesco  Data: 30.10.2005
    Ormai le grandi imprese italiane si configurano come imprese di servizi: raccolgono e gestiscono il capitale in Italia e lo investono nella produzione all'estero creando fabbriche in Romania, Polonia e altri paesi in via di sviluppo. Chiudono le fabbriche italiane,il ceto medio è sempre più in difficoltà,gli industriali si arricchiscono e la forbice ricchezza-povertà si allarga sempre più!
    Risposta:
    Non credo. Spesso produrre all'estero permette alle nostre imprese di mantenere in Italia una parte improtante delle loro attività, rimanere competitivi e crescere. Certo sarebbe meglio che tutto rimanesse da noi. Ma non bisogne dimenticare che l'alternativa alla delocalizzazione sarebbe in molti casi la chiusura. Lei cosa sceglierebbe?
  • la coperta corta .....
    Nome: barbara balboni  Data: 30.10.2005
    Sembra veramente, leggendo, che parlare di dumping sociale e di necessaria omogeneizzazione dei livelli di vita e di lavoro serva a nascondere intenti protezionistici. In questo c'è del vero, ma in realtà, per giustificare, almeno di fronte a parte dell'opinione pubblica, l'introduzione di strategie protezionistiche sarebbe più efficace contrapporre gli altri a noi, dire che vengono a toglierci lavoro e ricchezza che ci siamo conquistati. Questo toccherebbe nervi scoperti, paure e difficoltà reali, degli Italiani e degli Europei, a cui, almeno nella stragrande maggioranza dei casi, è sempre importato relativamente poco del dumping sociale fatto da altri ( neri o rossi che fossero ) in altre parti del mondo. Detto questo, se invece di mere teorie protezionistiche, si fanno strada teorie "antidumping", bisognerebbe vedere la cosa come il segno di una evoluzione positiva, se non in atto almeno possibile. Anche perchè vorrei ricordare al commentatore che l'Europa ha conosciuto periodi di sviluppo economico forte ( prima e seconda rivoluzione industriale ) che hanno significato un passo importante, ma anche una contemporaneo peggioramento delle condizioni di vita della parte più povera della popolazione ( Marx non ha elaborato le sue teorie dal nulla ......... ). Quando, anche grazie alle grandi battaglie dei popoli per i diritti civili e sociali, le condizioni di lavoro sono migliorate si è sviluppato anche, nei singoli paesi, un mercato interno che assorbiva una parte della produzione. Le soluzioni vanno rapportate alle singole realtà, ma lo sviluppo vero e pacifico si promuove solo dove ci sono diritti fondamentali e condizioni di vita decorose. Morale ed economia possono intrecciarsi. Questo però sospetto non convenga nè a quei governi, nè agli investitori stranieri che stanno facendo i soldi creando all'estero industrie manifatturiere dove si fanno lavorare, per una miseria, persone povere che non hanno alternatove migliori. Un saluto cordiale
    Risposta:
    Certamente, la lettrice ha ragione quando sostiene che il miglioramento delle condizioni civili e sociali del lavoro portano anche minori conflitti sociali e benessere economico. Ma è molto difficile in paesi estremamente poveri e con un'abbondanza straordinaria di lavoro crescere garantendo immediatamente tali condizioni. Temo che in gran parte dei processi di sviluppo si passi attraverso una fase di accumulazione non equa della ricchezza e che in molti casi certi diritti di base siano un lusso che i paesi poveri non si possano permettere. Forse però qui si può fare qualche riflessione sui vantaggi dell'integrazione intrnazionale. Un canale con cui migliorare le condizioni dei più poveri, almeno per i prodotti esportati al nord, è quello del commercio solidale, per cui i consumatori sono in effetti disposti a pagare di più per beni prodotti equamente. In questo caso, almeno, il costo del miglioramento dei diritti dei lavoratori ricadrebbe su consumatori ricchi e consapevoli piuttosto che sui lavoratori che vorremmo proteggere (come avverrebbe se combattessimo il dumping sociale con il protezionismo).