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La legge Moratti non cambia l'università

di Pietro Reichlin, Categoria , Scuola e Università, , Data 24.10.2005
La crisi dell'università italiana dipende dalla mancanza di incentivi e da una mentalità assistenziale. Alimentata, quest'ultima, dal valore legale della laurea, dalla dipendenza finanziaria degli atenei e dai troppi vincoli legislativi. Ma gli obiettivi fondamentali da perseguire per migliorare la qualità della ricerca e della didattica non compaiono nella legge approvata al Senato. Soprattutto, non si affronta il nodo di una gestione autonoma delle risorse guidata principalmente da interessi corporativi. E la Crui si oppone alla riforma per i motivi sbagliati.
COMMENTI PRESENTI SULLA NOTIZIA
  • la valutazione e il realismo
    Nome: Andrea Capocci  Data: 03.11.2005
    Ovviamente, ma devo essermi espresso male io, non proponevo la convocazione di referendum nazionali per ciascun ricercatore sotto esame. Ma il coinvolgimento di piu' parti sociali alla costruzione dei criteri di valutazione dei ricercatori non e' affatto irrealistico. La lettura defatigante dei lavori scientifici e' solo una parte del lavoro di valutazione: occorre valutare la capacita' didattica, o la capacita' di creare un gruppo di ricerca, ad esempio. Sono variabili altrettanto importanti. Vi sono ottimi insegnanti che dedicando tempo all'insegnamento ne sottraggono alla ricerca, ma finiscono per produrre ricercatori bravi: dovremmo liberarcene? Oppure: occorre valutare il numero di brevetti depositati, come consigliato dal CNVSU e da altre voci influenti, quando proprio lavoce.info ne ha ben denunciato il limiti nel rappresentare un fattore di innovazione? E questi sono solo alcuni degli elementi che dovrebbero entrare in un dibattito ampio sulla missione che la nostra societa' assegna all'universita'. Chiariti questi criteri, sara' possibile accettare serenamente il licenziamento di un ricercatore, cosi' come si fa nel caso dell'impiegato scansafatiche. Sui 10 anni che precedono il concorso: non e' il dottorato che dura 10 anni. E' che ai 4-5 anni del dottorato vanno aggiunti altri 4-5 anni da post-doc, di norma.
  • terza fascia
    Nome: Andrea Capocci  Data: 02.11.2005
    Reichlin fa sua, come tanti altri, l'equazione che fa corrispondere al "posto a vita" un basso rendimento. Questa affermazione, in altri settori del lavoro, risulterebbe ridicola: in una fabbrica metalmeccanica molti operai sono assunti a t.i., ma se non compiono il loro dovere vengono licenziati senza tante scuse. Infatti, quel che deve fare un operaio è chiaro a tutti, dunque altrettanto chiara è l'opportunità del licenziamento. Per i ricercatori non è così: nessuno, né a sinistra né a destra, ha mai voluto affrontare la questione della valutazione del lavoro di ricerca e di docenza. Che non è solo un censimento degli scansafatiche. Nella valutazione, infatti, occorrerebbe coinvolgere tutta la cittadinanza, che attraverso le tasse investe soldi e deve poterne giudicare il risultato (valutare, appunto) ed esprimere bisogni e priorità socialmente condivise da trasmettere a università e centri di ricerca in un dialogo continuo tra società e ricerca pubblica. E' un lavoro di democrazia sostanziale che nessuno ha voluto assumersi. Il risultato è la delega di tale compito di selezione alla competizione del libero mercato del lavoro: chi riesce a sopravvivere alla precarietà a colpi di finanziamenti e contratti a breve termine vince. La ricerca perde. La necessità di un "periodo di prova", invece, sorprende per la disinformazione di Reichlin. Perfino per la Carta dei diritti e dei doveri dei ricercatori della UE (non di una rete di precari) la carriera del ricercatore inizia con il dottorato: chi dunque oggi partecipa ad un concorso da ricercatore vi arriva dopo circa 10 di "prova". Cos'altro ci sia da dimostrare non è chiaro. Che la CRUI infine non abbia a cuore il destino dei precari, è una realtà assodata: i 50mila precari di oggi sono stati creati dalle attuali amministrazioni accademiche, non dalla Moratti.
    Risposta:
    Non esiste un'equazione "posto a vita = basso rendimento". Tuttavia, la sostanziale non licenziabilita' dei ricercatori ha consentito a molti di rimanere in questo ruolo oltre i normali limiti di eta' e a dispetto di uno scarso (o nullo) rendimento scientifico. Tra i costi sociali di questo fenomeno vi e' la mancanza di posti per le nuove generazioni di ricercatori. Capocci vorrebbe che i ricercatori abbiano contratti a tempo indeterminato, ma siano licenziabili da parte di un qualche comitato di valutazione "democratico" che coinvolga tutta la cittadinanza? Mi sembra un po' utopico e complicato. La valutazione di un ricercatore passa, purtroppo, attraverso la lettura defatigante di lavori scientifici il cui valore puo' essere apprezzato solo da esperti. In merito al "periodo di prova", puo' essere che io sia disinformato. Vorrei, tuttavia, sottolineare, in base alla mia esperienza, che il conseguimento di un dottorato di ricerca (che normalmente dovrebbe durare 4-5 anni al massimo) e' una prova altamente insufficiente della capacita' di fare ricerca. Al di fuori dell'Italia il dottorato non e' affatto un passaggio automatico alla carriera universitaria, ma, semplicemente, un titolo di studio che, nella gran parte dei casi, consente di accedere a lavori di tipo non accademico (uffici studi, amministrazioni, imprese, ecc.). Capocci dovrebbe inoltre riflettere sul fatto che in Italia qualsiasi dipartimento di un'universita' riconosciuta dalla Stato puo' aprire un dottorato, anche se non sono previsti corsi di studio avanzati e anche se i docenti non hanno tempo e competenze per seguire gli studenti. Consiglerei di lasciar stare le "carte dei diritti" e di cercare di essere piu' concreti e realisti.