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La laurea, un ottimo investimento

di Andrea Moro, e Alberto Bisin, Categoria , Scuola e Università, / Pro e Contro, , Data 24.10.2005
Le tasse universitarie sono aumentate considerevolmente negli ultimi anni. Ma laurearsi rimane un ottimo investimento. Le tasse e i contributi universitari incidono in misura minima sui costi di frequenza. Per chi paga la cifra massima, il rendimento dell'investimento è di circa il 9,5 per cento annuo. E resterebbe alto anche se il contributo medio per studente fosse portato a 5mila euro annui. Sussidiare così l'istruzione superiore beneficia soprattutto le famiglie più ricche.
COMMENTI PRESENTI SULLA NOTIZIA
  • Ma quanto mi costi...
    Nome: David De Ranieri  Data: 12.09.2007
    Buongiorno ottimo argomento e ottimi articoli....ma le perplessità rimangono. Non condiviso dal punto di vista metodologiche le seguenti scelte e/o omissioni. 1) Durata Studi 4 anni: ma se tutto l'articolo è composto da dati reali, perchè non prendere i 7 anni medi reali, invece che i 4 (alla faccia di medicina e ingegneria) "auspicabili"? 2) Costi trasferte: non ho dati concreti, ma gradirei una smentita alla mia impressione che la % di studenti che sostengono costi di trasferimenti non sia uguale alla % di diplomati che sostengono costi analoghi (in €) per cercar lavoro 3) Non considerare le donne (57% pop.ne) è eccessivo, pur capendo le ragioni 4) Concordo che oggi come oggi nel cv oltre alla Laurea, ci sono numerose esprienze integrative in un cv (Erasmus, Master.....) e vanno considerati nel calcolo 5) fare le medie degli Stipendi Laureati senza distinzione geografica, classi di età e tipologie di studi è generico, specie nel caso di considerare "Stipendi di un odierno 58enne " ai costi di uno studente di oggi: semmai consideraimo gli stipendi dei 60enni di oggi con i LORO costi sostenuti all'epoca. 6) un 19enne che inizia a lavorare, ha secondo me (va verificato) buone probabilità di avere un lungo ciclo finanziario positivo, consistente in: anticipato inizio di versamento contributi (leggi anche Fondi Pensione); risparmio anche grazie alla convievenza con genitori e quindi possibilità di far fruttare tale risparmio (da BOT a Piani di Accumulo più di ampio respiro); Scelta anticipata su mutui prima casa (in Italia molto sentita) e quindi godere di propria abitazione in anticipo rispetto a laureati. Last but not least: sposarsi prima, figli prima e pensione prima. Detto ciò, sono orgoglioso della mia Laurea e contento sul piano culturale della formazione che ho ricevuto. Saluti
  • Laurea un ottimo investimento?
    Nome: Flavio Bortot  Data: 05.12.2006
    Forse il mio e' un caso patologico, ma nonostante sia laureato in ingegneria informatica in una nota universita' del Nord Italia, per far "valere" il mio titolo di studio sono dovuto emigrare negli USA. In Italia la paga media nel mio settore e' di 1300 euro/mese e con quella cifra si fatica a vivere. Se mi fossi fermato al diploma, forse abiterei sotto un ponte...
  • Un laurea,un investimento?
    Nome: francois fouelefack  Data: 23.08.2006
    Prendrere una laurea per guadagnare 134 mila euro è un caso solo italiano. Se noi prendiamo il caso degli studenti stranieri che arrivano in Italia tutti gli anni per studiare e che spesso sono già laureati nel loro paese,io direi piuttosto che laurearsi per loro non è un investimento. Poiché il mercato del lavoro è discriminatorio, loro si ritrovano quasi sempre a fare il lavoro dei diplomati. Laurearsi è un rischio da non prendere perché tutte le spese per questo investimento non saranno coperte alla fine degli studi.
  • I vantaggi della laurea come investimento
    Nome: Paolo M  Data: 15.04.2006
    Se ho capito bene voi considerate i benefici dell'investimento laurea pari alla differenza tra lo stipendio medio del laureato x gli anni di lavoro da laureato, e lo stipendio medio del diplomato x gli anni di lavoro da diplomato (qualcuno in più di quelli da laureato). Mi pare discutibile, perchè i laureati non hanno solo la laurea ma spesso hanno anche varie forme di aiuto dai loro genitori e dagli amici di questi (si pensi al laureato in farmacia che eredita la farmacia del padre, o al laureato in legge che il padre imprenditore fa assumere dallo studio legale dell'amico avvocato). Non vorrei che voi confondeste i vantaggi del documento laurea con quelli dati dalla posizione sociale di nascita di chi si laurea. Al netto di questi ultimi non so se rimanga poi molto....
  • Investimento?
    Nome: Arnold Attard  Data: 22.03.2006
    Nel Policy Brief pubblicato dall'OCSE nel suo 'Lisbon Council', spunta una interessante statistica comparata: l'Italia è il paese industriale dove un laureato ha il più basso ritorno economico nel suo investimento nell'istruzione universitaria, se confrontato agli Stati Uniti, alla Gran Bretagna, Francia, Olanda, ecc. Sempre nel citato rapporto viene evidenziato che in Germania, Francia e Italia l'estrazione sociale e di gran lunga più significativa che negli USA nel determinare la perfomance educativa di uno studente. Complessivamente il rapporto è estremamente critico sulla capacità dei paesi dell'Europa continentale di competere nel campo dell'istruzione con i paesi emergenti. Credo che sia necessario una più attenta valutazione di quello che sta succedendo. I voli Ryanair sono pieni di 'emigranti dell'intelletto' in cerca di lavoro a Londra.
  • Alla luce del costo/beneficio la laurea non e' un buon investimento
    Nome: Cristiano Codispoti  Data: 20.03.2006
    Se diciamo che mediamente per una laurea ci vogliono mediamente 7 anni, e poniamo che in alternativa alla laurea si entri immediatamente nel mondo del lavoro accettando mestieri sì umili ma altresì almeno minimamente remunerativi in termini di reddito e di formazione (per es.: operaio metalmeccanico), vediamo che nei sette anni successivi: 1) si ha avuto entrate per almeno 100.000 (consideriamo passaggi di livello, 13°, tfr, straordinari, ferie non pagate) euro invece che uscite per almeno 15.000 euro (se si e' residenti nella città sede del proprio corso, altrimenti raggiungiamo i 70.000 euro, quindi una differenza tra gli 85.000 e i 170.000 euro, cifra utile all'acquisto di una prima casa). 2) ci si e' formati per una figura professionale ben determinata, per altro molto ricercata, e si ha per essa un buon curriculum. 3) si e' pagati contributi pensionistici per 7 anni. 4) si ha una visione del mondo del lavoro "reale" invece che accademica. 5) si puo' essere fisicamente e mentalmente consumati alla stessa maniera di un laureato. Ci si puo' addirittura trovare in una forma migliore. 6) ci si trova gia' inseriti nel mondo del lavoro, invece che davanti a mesi (o anni) di stage, tirocinii, work experience, in parte pagati dallo stato o dalla regione (cioe' noi) che facilmente non portano a nulla. 7) ci si trova difesi da diritti e uniti a un mondo di solidarieta', invece che abbandonati e defraudati da un mondo di baronie, raccomandazioni e lecchinaggio. 8) ci si puo' presentare a un potenziale datore di lavoro come dei volenterosi lavoratori con esperienza invece che come dei lamentosi e pretenziosi titolati incapaci. Quello che manca in Italia e' una "visione" del mondo da parte dei giovani. E' in questo che i genitori dovrebbero investire. Le "idee chiare" sono la risorsa piu' rara in questo paese. E questo articolo non aiuta a reperirla.
    Risposta:
    1) Il fatto che ci in media ci si metta 7 anni a laurearsi e' una scelta della studente, che evidentemente e' contento di divertirsi a spese di papa'. Questo non e' un problema dell'investimento ma dell'investitore. Se lei investe in azioni ma poi disinveste ogni mese per andare in vacanza alle Maldive, buon per lei. Ma non puo' poi lamentarsi che il mercato azionario non rende. 2) Calcolare i rendimenti della laurea solo su 7 anni invece che sulla vita intera e' semplicemente scorretto. Oppure evidenzia un tasso di sconto temporale elevatissimo. Con un tasso di sconto cosi' non conviene studiare, certamente! 3) La teoria pedagogica che piuttosto che farli studiare i figli e' meglio mandarli a fare i metalmeccanici e' certamente interessante. Mi creda, potrei anche concordare con lei sul punto 3 (con una lunga lista di condizioni). Il fatto che lei ritenga che questo articolo non aiuti a formare "idee chiare" nei giovani pero' non le fa onore. Non perche' l'articolo abbia alcun valore, ma perche' "idee chiare" si formano sempre e comunque ascoltando argomentazioni su cui non si concorda. Non mi pare lei sia disposto a farlo. Riguardi i numeri a mente aperta. Non pensi che noi i numeri li abbiamo inventati o massaggiati per traviare la gioventu' italiana (se non altro perche' non crediamo di avere poi cosi' tanti lettori). I numeri noi li siamo andati a cercare per rispondere a noi stessi alla domanda: Qiuanto rende? E dopo aver guardato ai numeri poi mandi pure i suoi figli a fare i metalmeccanici. Ma per un po'. Poi li faccia studiare. Mi creda, conviene. alberto bisin
  • Rossi: studente "medio"
    Nome: Cesare Riillo  Data: 31.01.2006
    Complimenti per il sito e il bel articolo. Nel report OSCE GLANCE 2003 si stima un tasso interno di ritorno per lo studente in italia del 6% e calcola un T.I.R per la società ancora più alta. Cosa ne pensate? una domanda ancora: supponiamo che allo studente Rossi offriamo oggi 71739€ con la possibilità di frequentare l'università insieme ad altri 99 Rossi; 50 Rossi avranno per i prossimi 40 anni un extra rendimento del 9,9%, oppure può investire 71739€ in titoli ben diversificati che replicano l'indice del mercato azionario. Secondo voi lo studente Rossi, Homo Economicus, cosa sceglierebbe?
    Risposta:
    Grazie per il riferimento. I rendimanti sociali sono senz'altro piu' alti. Ma non e' facile stimarli appropriatamente. Rossi andrebbe all'universita' perche' studiare e' divertente, e poi la cultura rende bene nei rapporti sociali.
  • distribuzioni del reddito
    Nome: andrea capocci  Data: 29.11.2005
    Nei testi di economia si legge che il reddito e' distribuito come una legge a potenza (la famosa "legge di Zipf"). Tali distribuzioni non hanno un valore medio e una varianza ben definita, a differenza di altri tipi di distribuzioni (la gaussiana, per esempio). Questo vuol dire che se il campione statistico cresce, le sue caratteristiche medie (media e varianza) non tendono a valori costanti, ma variano. Allora, come fa un economista a utilizzare il concetto di valore medio quando si parla di reddito? O la legge di Zipf non vale?
    Risposta:
    Prima di tutto che il reddito sia distribuito come legge a potenza si trova scritto soprattutto nei libri di fisica e molto meno in quelli di economia. Secondo e' la ricchezza non il reddito che se mai ha legge a potenza (ogni tanto si sente dire anche del reddito, ma di solito perche' si confonde il reddito con la ricchezza). Terzo, se mai la ricchezza e' distribuita come legge a potenza tale legge e' una Paretiana, non Zipf. La Paretiana ha media e spesso anche varianza. Quarto, se la distribuzione della ricchezza e' Paretiana lo e' certamente solo nella coda (non ci sono cosi' tanti poveri); e la differenza tra una legge a potenza e una lognormale, nella coda, e' difficilissima da identificare nei dati perche' ricchezza infinita non esiste (nei dati) ed e' proprio il comportamento delle distribuzioni per ricchezze infinitamente grandi che e' necessario per l'identificazione. Suvvia, prima di sostenere che il concetto di GDP non e' ben definito occorrerebbe almeno contare fino a dieci. PS per il lettore de LaVoce cui fosse sfuggito cosa solo le leggi a potenza: Sono distribuzioni statistiche con proprieta' bizzare e interessanti (proprio perche' bizzare) molto comuni in fisica. Recentemente i fisici hanno scoperto che tali distribuzioni caratterizzano abbastanza bene anche alcune serie storiche in finanza ed in economia; risultato molto interessante. Da allora pero' si e' purtroppo sviluppato una specie di culto religioso i cui membri hanno visioni di leggi a potenza ovunque; fortunatamente questo culto non e' rappresentativo della disciplina da cui proviene, la fisica.
  • La laurea:non é un ottimo investimento ma bisogna diversificare
    Nome: Massimo Giannini  Data: 10.11.2005
    Oltre alle critiche condivisibili é da notare che: - Per dire che si ha un ottimo investimento bisogna in finanza anche considerare il rischio ovvero nella fattispecie la varianza dei flussi di reddito. Se si dovesse constatare un’alta varianza significa che l’investimento in educazione universitaria é altamente rischioso e quindi si tenderebbe a non farlo a parità di rendimento. - In virtù di quanto sopra si deve fare riferimento anche a differenze tra corsi di laurea e qualifiche, incluso il tempo necessario per trovare un’occupazione - Quindi no é solo questione di medie. E se si utilizzasse il reddito mediano? - Se, come si é fatto, si usano dati medi, si deve considerare anche che in media in Italia ci si laurea uno o due anni fuori orso e che é facile incorrere in periodi di disoccupazione. Il che riduce il rendimento degli studi universitari. - Un tasso d’attualizzazione dei redditi non percepiti del 5% non é realistico e/o di mercato. Un 4% o meno per questo tipo di calcoli sembra più appropriato. Ciò’ detto se si rifanno un po’ i calcoli e si tiene conto delle critiche sulla metodologia anche già espresse purtroppo risulterebbe che l’università in Italia non é necessariamente un ottimo investimento sulla base dei dati ed eventuali scelte di portafoglio personale. (Da notare che se si scende sotto il 7% su un orizzonte temporale di 40 anni non é poi tutto questo gran guadagno). Che poi sia desiderabile aumentare il numero di laureati e incrementare il capitale umano, per se stessi e la società, questo é un altro discorso. Ma cio’ non esce in maniera convincente dall'articolo.
  • Il
    Nome: Stefano Cordera  Data: 10.11.2005
    Mi scuso per la concisione, ma il limite dei 2000 caratteri me la impone. 1. Trovo lodevole il tentativo dell'autore di valorizzare l'impegno a laurearsi con una determinazione statistica del "valore effettivo". 2.Concordo con le critiche sollevate da diversi lettori sull'utilizzo di uno strumento statistico improprio quale la media, che lascia molti scontenti (con buona pace di Trilussa). 3. Desidero qui far riflettere su una "stortura" dei dati di base impiegati, cioè sul fatto concreto che vi sono alcune professioni e mestieri che (banalizzando molto) "gli Italiani non vogliono + fare". Semplicemente perchè non sono adeguatamente retribuite. Se il nostro mercato del lavoro fosse meno rigidamente regolato, probabilmente non avremmo problemi a reperire, ad esempio, infermieri: basterebbe pagarli di + (+ dei medici, se serve), dato che il loro lavoro li impegna in modo significativo. Cosa che non avviene e che abbassa la media dei lavori "non da laureato". Certo, ho virgolettato la parola "stortura" in apertura di questa mia, perché i dati rispecchiano il paese reale: il paese dove il "pezzo di carta" è ancora molto importante. 4. In America, ad esempio, nessuno si sogna di dire dott. Gates od ing. Gates... la laurea di Bill Gates la stiamo usando tutti, in questo momento. 5. Credo che questo modo di pensare (comune a tutti gli Italiani, laureati e no) spieghi meglio di mille statistiche la mancanza di crescita dell'economia Europea, guarda caso coincidente con il boom della new economy. Ma questa è davvero un'altra questione.