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Università, la riforma del Gattopardo

di Franco Donzelli, Categoria , Scuola e Università, Data 24.10.2005
Un disegno di legge "rivoluzionario" dicono i promotori. In realtà, quello sull'università si riduce a una confusa accozzaglia di norme contraddittorie e inapplicabili. I suoi paventati effetti non ci saranno. Il Ddl non apporta alcun contributo alla soluzione dei serissimi e annosi problemi del sistema universitario italiano. Si teme la "soppressione" della figura del ricercatore, ma nel breve periodo potrebbero essere banditi moltissimi nuovi posti per questo ruolo. Mentre i professori ordinari e associati non avrebbero alcun incentivo a optare per il nuovo stato giuridico.
COMMENTI PRESENTI SULLA NOTIZIA
  • demografia universitaria
    Nome: Alessandro Spanu  Data: 31.10.2005
    Gentile Professor Donzelli, concordo: una riforma gattopardo. Volevo sottolineare che nel periodo 2000-2003 il numero dei docenti universitari è aumentato del 13%, il numero dei professori ordinari addirittura del 40%: stessa popolazione studentesca, qualità dell'insegnamento sempre bassa, ricerca scientifica insignificante. A ciò si aggiunga il fatto che i nuovi ordinari probabilmente sono, per lo più, associati o ricercatori della medesima facoltà promossi unicamente per anzianità e, per quanto riguarda i nuovi ricercatori, non dovrebbero essere infrequenti i bandi di concorso ritagliati su misura dei requisiti del raccomandato dal barone di turno o addirittura i concorsi con unico concorrente ( una contraddizione in termini...) I docenti, ça va sans dire, ovviammente sono contrari a che si modifichi questo andazzo generale. Quo usque tandem ? Cordiali saluti Alessandro Spanu Mogoro(OR)
  • continuità
    Nome: paolo bertoletti  Data: 27.10.2005
    Concordo con Franco Donzelli quasi su tutto (anche se non vedo come l'immediata soppressione della posizione di ricercatore potrebbe liberare significative risorse aggiuntive per ampliare la fascia degli associati, visto che bisognerà finanziare i nuovi, e giustamente più costosi, posti a tempo determinato che la sostituiranno, né mi pare che si possano considerare aggiuntive le risorse che proverranno dal turnover degli ordinari e associati che andranno in pensione). Ma ritengo che i posti da ricercatore non si moltiplicheranno (neppure se la legge non verrà modificata) per due da qui al 2013, e tanto meno se non ci sarà un'iniezione di risorse aggiuntive nel sistema universitario (non prevista dalla legge Moratti), vista l'attuale precaria posizione finanziaria di molti (se non tutti) gli atenei italiani. Ma soprattutto perché sugli interessi individuali degli "outsider" (quelli che ancora non hanno una posizione stabile nell'accademia) non potrà (a normativa e prassi vigente) che prevalere la pressione a far carriera degli "insider" (coloro che hanno o avranno un'idoneità ad una posizione più avanzata). Mi sembra, del resto, che tale direzione sia esplicita nelle numerose "riserve" contenute nella legge Moratti, e anche nell'esperienza degli ultimi anni. Tale gattopardesca continuità dovrebbe naturalmente sorprendere, se non fosse ben illustrata proprio dal contenuto dell'articolo di Donzelli.
    Risposta:
    Il commento di Paolo Bertoletti solleva problemi di grande rilievo, cui è impossibile dare risposta in una breve replica. Mi limito a sottolineare che condivido pienamente la sua preoccupazione circa il fatto che, in assenza di cambiamenti normativi assai più radicali di quelli, largamente fittizi, contenuti nella legge appena approvata, gli interessi e i privilegi corporativi degli insider sono destinati a prevalere. La soppressione immediata del ruolo dei ricercatori, pur utile per semplificare un quadro inutilmente aggrovigliato, non potrebbe certamente essere risolutiva in assenza di interventi legislativi che incidessero in maniera profonda sullo stato giuridico dei professori, ordinari e associati, sul sistema degli incentivi e sulle modalità di finanziamento del sistema universitario. Quando gli immatricolati costituiscono il 60% dei diciannovenni, come accade in Italia dal 2003 (vedi MIUR, Sesto Rapporto sullo Stato del Sistema Universitario, Roma, 2005), quando gli atenei sono 77, con più di 200 distinte localizzazioni territoriali, quando i professori e i ricercatori di ruolo sono quasi 60.000, diviene ipocrita insistere sull’assoluta omogeneità dell’offerta formativa degli atenei, assurdo ostacolare la programmazione degli accessi al primo livello sulla base dei meriti e delle competenze, ridicolo pretendere che l’uniformità dei docenti a livello nazionale sia sancita per legge e codificata in ruoli nei quali si progredisce solo per anzianità. Solo la differenziazione e la competizione fra atenei, la mobilità degli studenti e dei docenti, la responsabilizzazione anche finanziaria delle singole sedi e strutture può evitare che il sistema finisca schiacciato dall’inerzia e dal peso degli interessi costituiti.
  • l'esaurimento del ricercatore
    Nome: Oliviero Carugo  Data: 25.10.2005
    Caro Donzelli, che la "riforma Moratti" sia una gattopardata, non e' un mistero e concordo quasi pienamente con i suoi commenti al riguardo. Dissento pero' sulla questione dei ricercatori universitari. Lei ha ragione nel sottolineare che sono una figura anomala e che nelle universita' di altri Paesi non si assumono solitamente scienziati che, oltre a fare ricerca, non insegnino. L'anomalia e' proprio questa. Ci sono due strade per eliminarla. O si aboliscono i ricercatori o si danno loro incarichi didattici. Lei propende per la prima soluzione. Io preferisco la seconda. Del resto, gli insegnanti universitari non si chiamano solo professori associati e ordinari. Negli USA olre ai "full" e agli "associate" ci sono anche gli "assistant professors". In Francia, il primo livello di insegnante universitario si chiama "Maitre de Conference". Nel Regno Unito ci sono addirittura due livelli al di sotto di quello di professore: esistono "Lecturers" e "Readers". Si tratta, sistematicamente, di docenti universitari, con stipendi non molto dissimili da quelli dei ricercatori. I loro contratti possono essere sia a tempo indeterminato sia a tempo determinato, cosi' come quelli di tutti gli altri docenti universitari. Lei potrebbe obbiettare che non si deve affidare la formazione degli studenti a persone (i ricercatori universitari) che non siano state valutate suficientemente. Allora vediamo come si fa a valutare. E qui cominciano le guerre puniche. Detto questo, confesso di essere un ricercatore universitario. Cordiali saluti, Oliviero Carugo
    Risposta:
    Se si conviene (come mi sembra che Carugo convenga) che i ricercatori universitari italiani costituiscono un’anomalia nel panorama universitario mondiale, ci si può legittimamente chiedere quale sia la strada migliore per risolvere l’errore compiuto venticinque anni fa con l’istituzione di questo ruolo. A questo riguardo, proporrei di separare il problema del ruolo dei ricercatori in quanto tale dal problema di coloro che in questo momento occupano questo ruolo. Sul secondo problema ritornerò brevemente alla fine. Per quanto riguarda il primo, non avrei alcun dubbio sull’opportunità di sopprimere il ruolo di ricercatore così com’è: si tratta di un ruolo ambiguo, privo di reale autonomia didattica e caratterizzato da una limitata autonomia di ricerca. Si potrebbe però pensare di trasformarlo, come suggerisce Carugo, in una terza fascia docente. Ma ce n’è veramente bisogno? Innanzitutto, nella maggior parte dei sistemi universitari le posizioni a tempo indeterminato sono soltanto due: questo è vero per la Francia, dove troviamo le posizioni di “maitre de conference” e di “professeur”, e per gli USA, dove la posizione di “assistant professor” è tipicamente a tempo determinato (cioè, senza tenure); non è vero per il Regno Unito, dove però, a quanto mi consta, la posizione di “reader” è attribuita a pochissimi docenti anziani, senza ulteriori prospettive di avanzamento di carriera, come una specie di premio di fedeltà. Inoltre, sempre per quanto mi risulta, le remunerazioni iniziali dei lecturer e dei maitre de conference, per non parlare degli associate professor e persino degli assistant professor americani, non sono affatto simili a quelle dei ricercatori italiani: sono in realtà molto più elevate, come d’altra parte molto più impegnativi sono i rispettivi obblighi formali per quanto riguarda sia la didattica sia la ricerca. Perché allora distinguerci a tutti i costi da chi ci ha preceduto lungo altre direzioni, con risultati certamente non disprezzabili? In realtà, se si prescinde dagli accidenti storici, non c’è alcuna ragione seria per introdurre una terza fascia docente. Ci sono invece molte controindicazioni: un’ulteriore fascia renderebbe infatti ancora più rigida una struttura dei ruoli che dovrebbe invece essere semplificata e resa più flessibile, con la previsione di ampie differenziazioni individuali legate al merito; un’ulteriore fascia, inoltre, contribuirebbe a rendere ancora più lenta una carriera già lentissima e favorirebbe l’ulteriore innalzamento dell’età media dei professori nelle fasce degli associati e degli ordinari, per le quali già ora deteniamo un non invidiabile primato mondiale. Dunque, perché si insiste da molte parti con la proposta di trasformare il ruolo dei ricercatori in una terza fascia docente? A mio avviso le ragioni sono due. La prima è che i proponenti della soppressione del ruolo dei ricercatori, in primis la commissione ministeriale presieduta da De Maio, hanno molto sbadatamente (o forse deliberatamente) dato l’impressione di voler sostituire un rapporto di lavoro a tempo indeterminato con un precariato lunghissimo e quasi eterno. (Secondo la prima versione della bozza De Maio si sarebbero potuti passare fino 22 anni in posizioni precarie!) Com’è ovvio, invece, il ruolo dei ricercatori dovrebbe essere soppresso non già per allungare il precariato, ma al contrario per favorire il rapido ingresso dei giovani nella fascia degli associati, debitamente ampliata e potenziata, senza inutili tappe in ruoli preliminari. La seconda e più importante ragione è che alcuni fra gli attuali ricercatori (non tutti e forse nemmeno la maggioranza) hanno un interesse molto forte alla creazione di una terza fascia docente, nella quale possano transitare ope legis. Ora, benché le ragioni dei singoli siano talvolta fondate e sempre apprezzabili, mi sembra veramente sbagliato difendere l’istituzione di una terza fascia docente, di per sé inutile e controproducente, allo scopo di risolvere i problemi individuali di chi è stato danneggiato dagli errori compiuti in passato dal legislatore: aggiungere errore a errore, eventualmente anche per riparare qualche torto, non è mai un buon sistema di governo.
  • ricercatori
    Nome: Alessandro Figà-Talamanca  Data: 25.10.2005
    Tre commenti; 1) Su quale popolazione è stata calcolata l'età media all'ingresso nel ruolo di ricercatori (35 anni)? Se il dato si riferisce a chi è entrato nel ruolo a partire dal 2001, si tratta di un dato fortemente influenzato dall'ingresso di circa 2000 tecnici laureati, attraverso concorsi riservati, previsti da una leggina approvata in fine legislatura. La media sarebbe quindi scarsamente significativa per i veri nuovi ricercatori. 2) L'attuale (non quella prevista 25 anni fa dalla legge) posizione di ricercatore universitario in Italia corrisponde quasi esattamente a quella di "maitre de conference" nel sistema francese. Quest'ultima posizione corrispondeva, un tempo, a quella di professore straordinario italiano, ma ha subito, negli anni ottanta, un "ope legis": l'ingresso in questo ruolo di tutti i "maitre assistant" che avevano un dottorato (che non era ormai da tempo più al livello del vecchio Doctorat d' Etat). Per contro la posizione di "ricercatore universitario", nata direttamente attraverso un "ope legis", corrisponde, nei settori in cui prevalgono i ricercatori entrati per concorso (Scienze e Inegneria), per qualificazioni e per funzioni a quella dei giovani "maitre de conference". In particolare, in questi settori, a tutti i ricercatori viene assegnato il compito di svolgere un insegnamento ufficiale. 3) L'autore sembra auspicare, con la soppressione del ruolo dei ricercatori, che la prima posizione accademica stabile sia quella di professore associato. Ma se, come sembra ritenere l'autore, questa posizione dovrebbe essere conseguita, di norma, prima dei 35 anni, bisognerebbe chiarire come affrontare il problema del raddoppio improvviso degli aspiranti al ruolo di associato, conseguente all'abolizione del ruolo di ricercatore. Chi proponesse, ad esempio, di sopprimere la quinta elementare, dovrebbe anche rendersi conto che ci sarebbe un anno in cui raddoppierebbero gli alunni della prima media.
    Risposta:
    1)Secondo quanto appare nel volume speciale L’Università in cifre, pubblicato a cura del MIUR nel settembre 2005 (grafico 1.4.4, p. 20), nel quinquennio 1999-2003 l’età mediana dei ricercatori nell’anno di inserimento in ruolo è stata di 34 anni nel 1999, 35 nel 2000, 38 nel 2001, 44 nel 2002, 39 nel 2003. La possibile distorsione segnalata da Figà-Talamanca, e dovuta alla leggina di fine legislatura a favore di speciali insiemi di tecnici laureati, si riflette nei valori particolarmente elevati dell’età mediana di ingresso nel triennio 2001-2003 e soprattutto nel picco di 44 anni raggiunto nel 2002. Tuttavia l’età mediana di ingresso è eccezionalmente elevata anche negli anni 1999 e 2000 (rispettivamente 34 e 35 anni), e cioè prima che si verificasse il fenomeno su cui richiama l’attenzione Figà-Talamanca; in quegli anni, inoltre, le immissioni nel ruolo dei ricercatori sono state nell’ordine delle migliaia di unità. 2)A mio avviso la posizione di ricercatore universitario italiano non corrisponde affatto a quella di “maitre de conference” nel sistema francese (per informazioni dettagliate si rinvia al sito: http://www.education.gouv.fr/personnel/metiers/maitre_conference.htm). Il ruolo di ricercatore, così come istituito nel 1980, non prevedeva lo svolgimento di insegnamenti ufficiali, ma solo l’assolvimento di “compiti didattici integrativi dei corsi di insegnamento ufficiali” (“esercitazioni” e “attività tutoriali”), cui si sarebbero potuti aggiungere altri interventi didattici nell’ambito dei corsi ufficiali sotto il controllo dei consigli di corso di laurea e d’intesa con i professori titolari. Nel corso del tempo i ricercatori confermati, e quindi tutti i ricercatori, sono stati autorizzati a tenere corsi di insegnamento ufficiali. Ma questa limitata funzione docente, introdotta in maniera surrettizia da leggi disorganiche e prive di coerenza, non è mai stata incorporata nelle norme che definiscono lo stato giuridico dei ricercatori, rimaste invariate dal 1980: tant’è che ancor oggi i singoli Atenei e, in molti casi, le singole Facoltà, si regolano in maniera diversa per quanto riguarda sia l’attribuzione di affidamenti ai ricercatori, sia la remunerabilità e la riconoscibilità degli stessi ai fini dell’assolvimento dei compiti didattici previsti dallo stato giuridico. Ci si può compiacere che, in mezzo a un simile pasticcio, alcune Facoltà (come Scienze e Ingegneria, secondo quanto asserisce Figà-Talamanca) abbiano trovato un accettabile modus vivendi; ma non sarebbe forse il caso, dopo venticinque anni, di affrontare la questione in maniera sistematica? 3)In effetti auspico che le posizioni accademiche stabili si riducano a due, associato e ordinario, come accade d’altra parte nella maggior parte dei sistemi universitari esteri. Auspico altresì che, terminato il dottorato, i giovani interessati alla carriera accademica possano trascorrere un periodo limitato di tempo (diciamo quattro anni, al più sei) in posizioni a tempo determinato, ben remunerate (diciamo 2.000 euro netti mensili), preparandosi ad accedere alla posizione di associato o, in alternativa, ad altre posizioni lavorative extra-accademiche; questo significa che, a regime, un giovane dovrebbe poter entrare nella posizione di associato, e cioè in una posizione di docenza piena e autonoma, fra i trenta e i trentaquattro anni. Sopprimendo realmente (non nel 2013, come previsto dal ddl) il ruolo di ricercatore, si libererebbero le risorse ora impiegate per la creazione di nuovi posti di ricercatore e per il turnover in questo ruolo, risorse che andrebbero ad aggiungersi a quelle ora destinate a coprire il turnover nella fascia degli associati. Inoltre si potrebbero impiegare le ingenti risorse che si libereranno per gli attesi massicci pensionamenti di professori ordinari e associati per ampliare in maniera significativa le posizioni nella fascia degli associati (ora paradossalmente meno numerosa di quella degli ordinari). Queste misure potrebbero grandemente mitigare, se non annullare del tutto, i rischi paventati da Figà-Talamanca di un’eccessiva pressione per accedere alla fascia degli associati.