Logo stampa
 
 

Commenti

Il capitale umano nella lotta alla povertà

di Emanuele Baldacci, Categoria , Povertà, / Internazionali, , Data 20.10.2005
La cancellazione del debito dei paesi poveri non basta. Uno studio recente mostra che un incremento degli aiuti internazionali per investimenti pubblici destinati ad accrescere il capitale umano renderebbe più facile raggiungere i Millennium Development Goals. Sanità e istruzione svolgono un ruolo centrale. In un decennio, un aumento della spesa sociale di circa l'1 per cento del Pil riduce l'incidenza della povertà del 20 per cento. Le riforme macroeconomiche debbono dunque creare lo spazio fiscale perché tali investimenti siano sostenibili nel tempo.
COMMENTI PRESENTI SULLA NOTIZIA
  • Permettimi un'obiezione
    Nome: Luca Bandiera  Data: 21.10.2005
    Caro Emanuele, ho letto con molto interesse l'articolo ed anche il tuo paper. Per paesi molto poveri, la riduzione del debito non porta a nulla, ma la qualita' delle politiche' e la distribuzione della spesa pubblica e' il fattore determinante per ridurre il livello di poverta'. Vorrei pero' ricordare come la riduzione della disuguaglianza di reddito non e' necessariamente una priorita' nei paesi estremamemente poveri. La Banca Mondiale ha posto recentemente l'accento sull'uguaglianza reddituale, ma lo scopo di una piu' omogenea distribuzione dei redditi e' l'aumento della domanda interna. Paesi molto poveri crescono soprattutto grazie alle esportanzioni e quindi alla concentrazione di risorse nei settori chiave, a scapito dell'eguaglianza reddituale.
  • Economicismo
    Nome: Claudio Resentini  Data: 21.10.2005
    Non me ne voglia, dott. Baldacci, se uso il suo interessante articolo per esporre le mie opinioni. Il fatto è che una parte del suo testo mi sembra un esempio da manuale della fallacia economicistica nella quale incorrono, non solo e non tanto gli economisti, che in fondo fanno il loro mestiere, ma la maggior parte dei policy makers che si affidano troppop spesso ad occhi chiusi alle "formule magiche" dell'economia. Innalzamento della scolarità e miglioramento delle condizioni di salute della popolazione dovrebbero essere obiettivi in sè e non "indicatori" del "capitale umano", parola odiosa che riduce le persone a input produttivi, esattamente come la sua gemella, "risorse umane". Si tratta della classica inversione "mezzi/fini" dell'economia formale. La crescita economica non deve essere l'obiettivo del benessere, ma caso mai il contrario, come del resto dice anche lei sottolineando come non sempre alla crescita economica corrisponda una distribuzione equa dei benefici derivanti. Il discorso è complesso e bisognerebbe introdurrre nella discussione anche l'approccio alternativo di Amartya Sen, che comunque a mio avviso non esce dal paradigma economicistico, ma per ora mi fermo qui per motivi di tempo. Cordiali saluti.
    Risposta:
    Ringrazio il lettore per gli utili commenti alla nota che mi permettono di tornare sul messaggio principale di questo studio. Non mi sembra che i risultati delle analisi dell'articolo, che sono presentate più dettagliatamente nel testo integrale dello studio citato (che può essere scaricato dal sito www.imf.org) siano in contraddizione con quanto afferma il lettore o con un approccio tipo quello proposto da Sen: è esattamente il contrario. Si può discutere ovviamente di terminologia (capitale umano, sviluppo sostenibile sono termini controversi) ma la sostanza del messaggio che emerge dal lavoro è che investire in scuola e sanità pubbliche non solo migliora le condizioni di salute e aumento i livelli di scolarità della popolazione (e quindi indirettamente migliora queste componenti in indici tipo quello di sviluppo umano proposto da Sen) ma incrementa anche allo stesso tempo la capacità produttiva del sistema, garantendo una maggiore crescita economica. E' quest'ultima a innescare il circolo virtuoso che permette di uscire dalla trappola della povertà e dedicare più risorse agli investimenti social i e quindi migliorare ancora gli indicatori di benessere e la qualità della vita in termini sostenibili. Il senso del lavoro è dunque quello di confermare alcune cose che forse al lettore sembreranno ovvie (spendere più e meglio per queste voci di bilancio funziona) ma che nelle analisi empiriche finora presentate per i paesi a basso reddito non era stato dimostrato (anzi in alcuni casi si era concluso che un aumento di spesa sociale fosse anche controproducente per i suoi effetti sulla sostenibilità fiscale e sulla stabilità macroeconomica). Invece credo lo studio mostri con chiarezza che investire in sanità e istruzione fa bene all'economia e al benessere sociale dei paesi poveri. Questa è la strada proposta dalle Nazioni Unite e i paesi ricchi dovrebbero tenerne conto nelle loro politiche (poco generose e a volte interessate) di aiuto. Emanuele Baldacci