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Perché restano piccole imprese

di Stefano Scarpetta, Categoria Relazioni Industriali, , , Data 29.09.2005
In Italia ogni anno viene creato e distrutto un gran numero di imprese. Ma questo processo non tende necessariamente a dirigere risorse verso quelle più produttive e con maggiori potenzialità di sviluppo. I costi associati alla "creazione distruttrice" non sono perciò affiancati dai potenziali benefici in termini di produttività e occupazione. Rimuovere i vincoli all'investimento innovativo e alla crescita d'impresa, incluse le soglie dimensionali oltre le quali vengono meno sussidi e agevolazioni, sono dunque due aspetti prioritari di politica industriale.
COMMENTI PRESENTI SULLA NOTIZIA
  • Distruzione distruttrice
    Nome: Claudio Resentini  Data: 03.10.2005
    Per quello che ne so, Schumpeter parlava di "distruzione creatrice" e non di "creazione distruttrice". Se il primo termine evoca un processo negativo (la distruzione) che sembra avere un esito positivo (la creazione), il secondo evoca invece un processo positivo (la creazione) che ha un esito negativo (la distruzione). Ad ogni modo, per quanto riguarda la questione della presunta rigidità del mercato del lavoro italiano, credo che i processi reali in atto in Italia negli ultimi decenni in campo occupazionale siano meglio descritti con il primo dei due termini: in Italia infatti è da molto tempo che i posti di lavoro vengono sistematicamente distrutti, sacrificati sull'altare della lotta all’inflazione, dell’incremento della competitività, e degli innumerevoli altri feticci del culto neoliberista. Se non che a questa distruzione non pare aver fatto seguito una corrispettiva creazione, a meno che non si vogliano considerare posti di lavoro le “missioni” delle agenzie ex-interinali, le collaborazioni, le fatture delle “finte” partite IVA, il lavoro nero o “grigio”, e tutte le altre fantasiose forme di aggiramento dei diritti dei lavoratori (e conseguentemente dei corrispettivi doveri degli imprenditori) che, per altro, costituiscono altrettanti elementi di flessibilità, diciamo così “creativa”, all’italiana. Siamo davvero convinti che continuare ad insistere sulla flessibilità fino a consentire di assumere e licenziare chiunque in qualsiasi momento eliminando totalmente i posti di lavoro e trasformando il lavoro stesso in un mero input di produzione sia un buon servizio all’economia reale? I lavoratori sono anche consumatori. O no? O forse sarebbe meglio dire “erano” visto che anche in Italia, come nei “mitici” USA, stanno comparendo i “working poors”. A meno che non si consideri positivamente uno scenario di depauperizzazione che crei le condizioni per una sorta di proletarizzazione di tipo nuovo… Cordiali saluti.