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La paga dell'avvocato

di Daniela Marchesi*, Categoria , Giustizia, , Data 19.09.2005
La stretta regolamentazione di ordini professionali e tariffe non tutela i cittadini. Nel caso degli avvocati, la parcella è strettamente legata al numero di attività svolte e alla lunghezza della causa. Un incentivo distorto che ha decretato il fallimento di ogni tentativo di riforma del processo civile che ne prevedesse lo snellimento. Con un onorario in forma fissa, invece, la semplificazione diventerebbe conveniente anche per gli avvocati. In Germania, per esempio, il compenso forfetario ha ridotto i tempi dei processi, pur conservandone tutte le garanzie.
COMMENTI PRESENTI SULLA NOTIZIA
  • tariffe forensi
    Nome: giorgio  Data: 22.07.2006
    esperienza personale il mio avvocato, in una causa di lavoro (sono dipendente), ha calcolato la sua tariffa - a sentenza emessa - come se il valore della causafosse 750.000,00 €, contro un valore effettivo inferiore a 50.000,00€. Poiché ho pagato prima di verificare la congruità dell'onorario, l'Ordine degli avvocati mi obietta che il controllo dell'onorario può essere fatto solo preventivamente! A che serve l'Ordine? A occhio e croce a tutelare gli iscritti non la correttezza di comportamento!
  • cartina tornasole
    Nome: federico ferro-luzzi  Data: 13.07.2006
    La nuova disciplina del processo societario dimostra ineluttabilmente come non si possa ipotizzare un sistema efficiente basato su di una tariffa fissa, indipendente cioè dall'attività svolta. Nel processo societario, infatti (semplificando), è stato posto in essere un sistema di scambio di memorie tra avvocati sino a quando uno dei due non decide che non vi sia nulla più da aggiungere e chiede di andare innanzi al giudice per la sentenza. E' di tutta evidenza che se l'avvocato venisse pagato a forfait, non avrebbe nessun motivo per proseguire la fase di esatta configurazione della fattispecie: e il tutto si esaurirebbe in due memorie (attore e convenuto) e via, davanti al giudice per la sentenza. La verità è che basterebbe e avanzerebbe: (i) un consiglio dell'ordine maggiormente attento sotto il profilo sanzionatorio; (ii) una pubblicità effettiva sulle tariffe minime; (iii) una effettiva condanna alle spese per la parte soccombente, cosa che ormai non avviene più (i giudici, per ragioni che sfuggono all'umana comprensione, ormai compensano per regola). f.f-l
  • una problematica complessa
    Nome: Luca  Data: 20.11.2005
    Il problema è variegato e molto complesso. Sono stati brillantemente messi in luce moltissimi aspetti. A me piacerebbe metterne in evidenza 2 che sono tra loro interconnessi: il primo riguarda l'eccessiva disaparità di retribuzione all'interno della stessa categoria dovuta fondamentalmente all'assenza di un vero sistema meritocratico all'interno della professione e al totale abbandono della categoria nelle mani del mercato, per cui si trovano bravissimi avvovati che muoino di fame e tanti non all'altezza miliardari e il secondo riguarda l'assoluta liberalizzazione della categoria: per cui in un paese povero di 2000 abitanti si trovano anche 7 avvocati a fronte di caste superprotette, come quella dei notai e dei farmacisti, che non devono fare i conti con nessun tipo di concorrenza agendo nel loro territorio in regime di monopolio. Il tutto quando ci sono in Italia 60000 farmacisti abilitati ad attendere la morte di qualche loro collega più fortunato. La domanda che mi pongo è la seguente: è giusto che nel nostro paese, ma non in Europa, un avvocato con 4, 5 anni di professione debba strappare clienti alla concorrenza per non morire di fame e farmacisti e notai si trovino dal primo giorno di esercizio della professione con 2000 clienti in tasca?
  • parcelle professionali
    Nome: Rosario Nicoletti  Data: 28.09.2005
    A commento dell’articolo, da condividere in ogni parola, mi sia concesso raccontare una storia vera, illustrativa della efficacia della giustizia in Italia e della utilità delle tariffe professionali. In un condominio, uno dei condomini cita in giudizio l’amministrazione per presunti danni derivanti da dispersione di acqua da condutture condominiali. La citazione ha luogo dopo più di quattro anni dal (preteso) avvenimento. Il condominio nomina un avvocato per la difesa sostenendo l’insussistenza del fatto, non essendone stato mai informato. Successivamente l’amministrazione (misteri dell’amministrazione dei condomini) sostituisce l’avvocato, senza tuttavia sollevare dall’incarico il primo avvocato. La causa si trascina per circa cinque anni (non sono in grado di dire in che cosa consistessero le udienze), e si conclude nell’unico modo possibile: si respinge la domanda di risarcimento perchè non esiste dimostrazione del fatto. Con la sentenza, come spesso accade, – non si capisce per quale motivo - le spese vengono compensate. Il condominio, trascinato in una causa temeraria, paga le proprie spese legali che sono quelle relative a due avvocati: infatti, l’avvocato numero uno, che mai ha informato il “cliente” della sua esistenza (ed assistenza) nel corso della causa (l’amministratore del condominio è intanto cambiato più volte), presenta regolare parcella a tariffa (circa tremilacinquecento euro). Ogni ulteriore commento è superfluo.
  • incentivi e forfait
    Nome: luigi fazzo  Data: 23.09.2005
    Analisi come questa partono da un presupposto indimostrato: cioè che la tariffa “a prestazione” costituisca un incentivo (o un non-disincentivo) a prolungare la durata delle cause. Questo forse valeva decenni fa, quando gli avvocati esercitavano in regime di semi-monopolio, e quelli meno seri dicevano “causa che pende, causa che rende”. Oggi la concorrenza è tale che non scontentare il cliente è diventato importantissimo. Da parte sua il cliente si è fatto più avveduto, chiede spiegazioni, verifica, ragiona. E dal punto di vista dell’efficiente allocazione delle proprie risorse produttive (visto che da più parti ci stanno insegnando che l’avvocato è un imprenditore), è più conveniente per un avvocato risolvere più rapidamente una vertenza, anche se incassa di meno. Siamo d’accordo: l’attuale sistema tariffario degli avvocati va riformato, perché è talmente rigido che per forza di cose esso viene spesso eluso, “sfondandolo” in entrambe le direzioni: chiedendo e ottenendo compensi più alti dei massimi teorici, oppure scendendo sotto i minimi per accontentare (o accaparrarsi) il cliente. E siccome gli avvocati si rendono conto che è paradossale non poter fornire al cliente un attendibile preventivo dei costi di una lite, la predeterminazione del compenso a forfait è nei fatti abbastanza frequente. Ed è altrettanto vero che il controllo effettivo dell’Ordine sul rispetto della deontologia da parte degli iscritti è, oggi, poco più che una formalità. Ma non buttiamo via il bambino con l’acqua sporca. Le ragioni del sistema attuale sono per buona parte ancora valide. Discutiamo pure di onorari a forfait, di patto di quota lite, di liberalizzazione dell’accesso alla professione. E però continuiamo, per favore, a tenere ben presenti gli effetti tragici che i meccanismi ultraliberisti hanno avuto, ad esempio in sistemi come quello americano, sulla professione dell’avvocato, e quindi sul sistema giustizia e sul concreto accesso ad esso da parte dei cittadini.
  • autotutela
    Nome: Maurizio Cardaci  Data: 23.09.2005
    C'è un aspetto che non è stato preso in considerazione. L'autotutela. Nella mia esperienza personale ad esempio su 10 cause di recupero credito almeno 8 un normale cittadino è in grado di sostenerle e seguirle. Con costi enormemente inferiori. In Italia non è possibile a causa di una legge restrittiva che vieta al cittadino e/o all'azienda l'autututela stessa, a totale beneficio della corporazione degli avvocati. L'esempio americano è illuminante.
  • Tariffe e competenze
    Nome: Marco Solferini  Data: 23.09.2005
    Gentilissima Autrice, sono presidente per l'area di Bologna di un Associazione di Praticanti e Giovani Avvocati denominata Anpa, apprezzo il Suo intervento che stimola una seriosa autocritica al sistema che parta da una razionalizzazione responsabile dei contenuti nel merito di una fattispecie che certamente interessa le garanzie liberali e pluraliste di tutti i concittadini. La prego tuttavia di comprendere anche che, per la storicità (oltre 2000 anni trascorsi) e la tipicità del territorio Italiano che, con realismo, non si presta ad una oggettivizzazione similare a quella dei colleghi Tedeschi, la questione dovrebbe essere oggetto di un tavolo orientato al dialogo, in particolare avvalendosi del pregiato intervento delle nostre Illustri menti che il mondo accademico/universitario correttamente arruala come Professori per il sacro compito formativo. Conciliando cioè le giovanili esigenze dia pprendimento con il realismo tipico delle quesioni lavorative. Le vere riforme infatti non nascono dal disagio bensì dal libero apprezzamento responsabile e illuminato di coloro che si prefiggono il bene comune.
  • del numero degli avvocati
    Nome: Alberto Camellini  Data: 21.09.2005
    gentile autrice, nella risposta al commento che mi precede ha sostenuto che "...i dati però non sembrano confermare l’esistenza di un filtro sottile. Infatti l’Italia ha un numero di avvocati per abitante – 22,5 per 10.000 abitanti - largamente superiore alla stragrande maggioranza degli altri paesi europei, inclusi quelli entrati a seguito dell’allargamento secondo i dati del Consiglio d’Europa l’Italia. Solo la Spagna ( 25,9 avvocati per 10.000 abitanti) e il Lichtestein (30,1) hanno percentuali più alte mentre i paesi citati nell’articolo Finlandia (3,3), Danimarca (8,2) e Germania (14,1) le hanno decisamente più basse..." Francamente questa tesi non mi convince. Penso cioè che il raffronto non sia da fare rispetto al numero di professionisti negli altri paesi. Mi sembrerebbe infatti più indicativo se gli abilitati venissero paragonati in rispetto al numero di laureati in giusrisprudenza, non rispetto a quanti esercitino la professione rispetto al numero di abitanti. Questo per due ordini di ragioni: 1) che in Italia generalmente non sono presenti limiti (quale il numero chiuso) alla laurea in giurisprudenza e questo comporta un alto numero di laureati; 2) che molti dei laureati, pur aspirando ad esercitare la professione, rinuncino perchè non in grado di superare il concorso e quindi neanche concorrano. In definitiva il numero dei professionisti penso non sia una parametro affidabile. Piuttosto mi sembrerebbe più persuasivo il numero di avvocati rispetto a quanti, potenzialmente, potrebbero esserlo, quindi i laureati in giurisprudenza. Per quanto riguarda la mancanza di concorrenza provocata dalle tariffe, credo sia un falso problema. Il sistema è bloccato da problemi di natura amministrativa (nomero di giudici, cancellieri, computer....) non tanto dalla procedura che, in fondo, risulta narcotizzata dai rinvii a 2 o 3 anni.
    Risposta:
    Gentile Lettore, non condivido la sua opinione che il rapporto avvocati su laureati sia un buon indice di filtro. Non la condivido perché per essere valida presuppone che il controllo sull'adeguatezza - peraltro della correttezza professionale - dei candidati l'abbia già fatto l'università, il che è tutto da dimostrare. Il numero degli avvocati per abitante invece pur non avendo alcuna pretesa di essere una inconfutabile verifica empirica della qualità del filtro all'ingresso operato dall'ordine, dà le dimensioni della ampiezza dei soggetti interessati dal controllo: i provvedimenti disciplinari in Italia sono in numero modesto e mi sembra ardito supporre che il controllo sociale funzioni su cerchie non ristrette al punto da dissuadere ex ante da comportamenti scorretti . Quanto alla rilevanza delle disfunzioni dal lato dell'organizzazione dell'offerta di giustizia (computer, organizzazione amministrativa degli uffici giudiziari etcc. ,)dagli studi che ho condotto non sono emerse essere determinanti. Può trovare una documentazione più articolata di questa conclusione in precedenti miei articoli pubblicati su questo sito e in modo particolare in quello intitolato "troppi incentivi al processo lungo" e nel dibattito con i lettori che ad esso è seguito e che pure può trovare su questo sito.
  • la sanzione per l'avvocato
    Nome: valvis  Data: 20.09.2005
    Premesso che non sono un'avvocato, ma che condivido completamente il contenuto dell'articolo, aggiungerei una sanzione per l'avvocato che patrocina troppe cause che risultano perdenti attraverso la sospensione dell'attività per un determinato periodo: in questo modo l'avvocato seguirà solo cause ragionevolmente fondate ed i costi per il cliente sarebbero più certi.
  • perplessità
    Nome: Suarez  Data: 20.09.2005
    Temo che l'estensore dell'intervento si basi solo sulla lettera dei regolamenti e delle leggi ma sconosca la pratica quotidiana dell'avvocatura. Un a pratica che oramai è fatta di preventivi di intervento, che si debbono cmq agganciare al valore delle cause e da cui ben difficilmente ci si può poi scostare. Preventivi che quindi richiedono grande precisione. Esiste poi il problema (più generale per carità ma in cui rientrano anche gli avvocati, quali professionisti E imprenditori, che oggi le libere professioni sono imprese) dell'esigibilità del prezzo delle prestazioni. Detto questo soprattutto in ambito civile non conosco alcun collega realmente interessato al dilazionamento dei tempi e degli atti del processo (se non per motivi di tattica/strategia strettamente processuale)