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Un Dpef da depressione… psicologica

di Tito Boeri, e Massimo Bordignon, Categoria , Conti Pubblici, , Data 18.07.2005
Il documento di programmazione economica e finanziaria rivela una preoccupante mancanza di idee da parte di chi ha guidato il paese negli ultimi cinque anni. E conferma che chi andrà al Governo dopo le prossime elezioni dovrà occuparsi innanzitutto di rimettere in ordine i conti pubblici. Ma governare sotto vincoli di bilancio stringenti può anche offrire la spinta politica per attuare le necessarie riforme strutturali. Si tratta di mettere alle corde chi ha posizioni di rendita, usando proprio quel vincolo. Soprattutto, basta avere le idee chiare e volerlo fare.
COMMENTI PRESENTI SULLA NOTIZIA
  • L'uomo della strada.
    Nome: Riccardo Trezzi  Data: 22.07.2005
    Gentilissimo prof. Boeri, con questo articolo Lei dimostra una spiccata sincerità, dote sempre più rara. Sono un laureto Bocconi, attualmente iscritto alla facoltà degli studi di Pavia (laurea specialistica). Questo commento non desidera assumere l'ottica del buon economista, piuttosto quella del comune cittadino. Il Dpef è l'emblema non solo della situazione strutturale ma più in generale della mentalità italiana. Continuiamo a "tirare a campare", ad essere "equi-vicini per essere equi-distanti", a "convergere parallelamente". Cosi' basta mettere il naso fuori dal proprio orto per scoprire che in alcune università mancano perfino i fondi per acquistare i gessetti, che in alcuni ospedali le garze sono contate e cosi' via.. Sono certo Lei ne sia consapevole. Mi domando allora per quanto tempo ancora la sesta (settima) potenza economica mondiale potrà "tirare a campare"? Per quanto tempo ancora la sempre più pressante questione sociale sarà rimandata? Forse sono eccessivamente pessimista ma anche il mio pessimismo è segno dei tempi. Anche Lei ammetterà che il dottor Pangloss, in fondo, si sbagliava. La ringrazio per la cortese attenzione. Continuerò a seguirLa con attenzione. Riccardo Trezzi.
  • Dpef
    Nome: Paola Soccorso  Data: 19.07.2005
    sono una laureata Bocconi ora impegnata in una tesi di master sull'elasticità dei saldi strutturali rispetto all'output gap. Leggevo il suo articolo uscito ieri su lavoce e vorrei chiederle alcune spiegazioni. Scrivete (lo riporto per praticità) che il Dpef "Ammette anche che il peggioramento dei conti pubblici non è addebitabile all’andamento dell’economia: le tabelle del Dpef ci dicono, infatti, che il saldo primario strutturale (al netto del ciclo) si è ridotto dal 2001 al 2005 di quasi un punto di Pil." Allora, io mi chiedevo, l'andamento del saldo strutturale non misura il saldo del governo a netto dell'impatto delle fluttuazioni economiche, a netto, cioè, della cosiddetta componente ciclica? Quando l’economia si assesta ad un livello inferiore al suo potenziale, il saldo di bilancio strutturale sarà al di sopra del saldo reale (più ampio surplus o minor deficit): non è vero che parte del saldo reale rifletterà non già il risultato di decisioni attive su spese ed entrate, ma dell’economia che opera temporaneamente al di sotto del suo potenziale?
    Risposta:
    Per quanto riguarda la sua prima domanda, quello che dice è esatto. Per quanto concerne la seconda domanda, se l'economia cresce meno del potenziale, si hanno meno entrate e più uscite, quindi un saldo più basso.