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L'Europa, la Cina e la contabilità della partita doppia

di Carlo Altomonte, Categoria , Internazionali, , / Europa, Data 02.05.2005
Le misure di salvaguardia contro le importazioni di prodotti tessili dalla Cina sono l'ultimo esempio della sfiducia verso l'apertura al commercio internazionale. Si leggono i dati della bilancia commerciale come se un suo passivo determinasse automaticamente una perdita di benessere. Invece, bisogna guardare ai vantaggi comparati. E alle ragioni di scambio, che per l'Italia sono migliorate. E se il commercio internazionale genera anche rilevanti costi di aggiustamento, non è detto che la politica protezionista sia lo strumento migliore affrontarli.
COMMENTI PRESENTI SULLA NOTIZIA
  • sui costi di aggiustamento
    Nome: Alberto Merolla  Data: 03.05.2005
    E' sotto gli occhi di tutti che l'eliminazione delle barriere che finora avevano compresso lo sviluppo delle esportazioni cinesi nel mondo ha messo in luce una nuova distribuzione dei vantaggi comparati rispetto a quella a cui eravamo abituati da anni. Il primo risultato è che la Cina sta progressivamente avocando a sé il ruolo di "paese manifatturiero universale" ed è ancora presto per capire cosa potrà restare di competenza delle vecchie economie occidentali e se sarà sufficiente a generare reddito per tutti. Apparentemente, l'esito di lungo periodo sembra essere una drammatica redistribuzione della popolazione con nuovi flussi migratori, questa volta provenienti dai paesi occidentali. Fantascienza? Chissà, vedremo... Propongo questo scenario limite più che altro per attirare l'attenzione sulla questione della politica industriale che - da sempre latitante in Italia, soprattutto all'atto di compiere scelte selettive che indirizzassero lo sviluppo di questo paese verso i settori più adatti - mai come in questo momento dovrebbe assumersi il difficile compito di accompagnare la dismissione dei settori non più competitivi e guidare la riconversione delle attività produttive in Italia. In questo articolo, come in molti altri in cui, giustamente - a mio modo di vedere -. si mette in guardia dalla miopia delle posizioni neo-protezionistiche, non si nasconde il fatto che, al di là dei vantaggi scarsamente considerati derivanti dall'abbassamento dei costi delle importazioni, è pur vero che il paese dovrà sopportare degli ingenti costi di aggiustamento e che il nodo vero sta nel predisporre misure efficaci per contenerne gli effetti redistributivi e sperequativi. Il consenso su questo a me pare ormai ampio. Ma le proposte concrete tutto sommato scarse. Come si accompagna, nei fatti, la dismissione del tessile in Italia? Il distretto di Biella non investe più in macchinari, il tessile meridionale - mai stabilmente competitivo - è in crisi nera. Cosa gli facciamo fare a questi operai, a questi imprenditori? Cosa suggeriamo loro di fare in alternativa, che abbia le caratteristiche per durare almeno 20 anni? E se non troviamo niente? Dove suggeriamo di andare a procurarsi un reddito? Ringrazio l'autore se vorrà cimentarsi in una risposta, pur essendo solo lateralmente inerente al suo articolo.
    Risposta:
    Rispondo volentieri alle sollecitazioni del sig. Merolla. Correttamente il commento mette l'accento sul punto dolente della questione, ossia i costi di aggiustamento imposti dalla nuova divisione internazionale del lavoro. La risposta sulla direzione di questo aggiustamento è però altrettanto semplice: innovazione. Come sottolineato da tanti articoli su questo sito, il problema dell'Europa, e dell'Italia in particolare, sta nella necessità di dover cambiare il modello di crescita fino ad oggi perseguito: da imitazione di tecnologie esistenti (vedi, con le dovute eccezioni, il mai competitivo tessile meridionale ricordato dal lettore) ad innovazione. E l'unica innovazione che, come dice il lettore, possare "durare 20 anni" (e non finisca quando finiscono i finanziamenti pubblici) è quella che si genera nel settore privato attraverso il mercato, che deve poterla premiare. Dunque un sistema economico con contratti di lavoro che consentano formazione lungo tutto l'arco della vita, leggi che consentano a chi fallisce di riprovare anzichè essere "marchiato" a vita, sistema bancario che si assuma in parte i rischi imprenditoriali di finanziamento dell'innovazione, legalità. Tutte riforme a costo zero o quasi per lo Stato, che intanto copre i costi sociali della transizione al nuovo "modello". E non cadiamo nell'errore di dire: e se non troviamo niente? Rischiamo di ripercorrere le orme di Charles H. Duell, Commissario dell'Ufficio Brevetti americano, che nel 1899 solennemente dichiarava "Tutto ciò che può essere inventato è già stato inventato".