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Commenti

La Scala di seta

di Giuseppe Pennisi, Categoria , , Data 11.03.2005
La vicenda della Scala insegna che si sarebbe dovuto fare un minimo di analisi costi-benefici, prima di avviare un progetto che ha forti probabilità di diventare una pesante perdita netta. Milano è però solo la punta di un iceberg. Nel 2004 il deficit complessivo di gestione dei teatri lirici ha raggiunto i quaranta milioni di euro. Accade per la scarsa cultura musicale degli italiani, ma anche per distorsioni e disfunzioni che si potrebbero risolvere nel breve e medio periodo. E infatti non mancano alcuni tentavi di razionalizzazione. La Scala ne è rimasta distinta e distante.
COMMENTI PRESENTI SULLA NOTIZIA
  • Option
    Nome: Nicola Tosini  Data: 12.03.2005
    Questo articolo mi rende felice 2 volte. Si scrive di musica per un pubblico non necessariamente di musicofili (spesso tragicamente più inclini al culto della personalità che non alla passione per l'arte). Della musica si affrontano aspetti poco eterei e molto terreni: la musica, fatta di persone e di cose, è molto costosa. Un dettaglio dell'articolo non mi è chiaro però: comprendo il rinnovato interesse per le opzioni suscitato da FIAT, ma quale aspetto di discrezionalità si vuole metter in luce nel rapporto della Scala con lo Stato? Grazie Nicola
  • Che il dibattito continui!
    Nome: Adolfo Laurenti  Data: 11.03.2005
    La riflessione sul mondo dell'opera dal punto di vista degli economisti offre una boccata di aria fresca su un tema in cui un certo sclerotismo e' a lungo prevalso. Tre rapide riflessioni sullo stimolante articolo di Pennisi: 1. Capisco l'aspirazione della Scala ad essere teatro di cartellone, non di repertorio. Capisco molto meno l'ambizione a voler essere teatro di cartellone su ENTRAMBI i palcoscenici milanesi, quando la logica mi suggerirebbe di mantenere la sala del Piermarini come vetrina, ma di allestire agli Arcimboldi le produzioni di repertorio. Che, essendo pur sempre repertorio scaligero, potrebbero comunque godere di una certa attenzione (penso all'attrazione che i capolavori verdiani o del belcanto eserciterebbero per i tanti turisti ed ospiti stranieri.) 2. Non capisco affatto, se non alla luce di un protagonismo ed ambizione sproporzionati ai mezzi disponibili, l'aspirazione di ogni teatro italiano ad essere teatro di cartellone. Passi per Roma, Torino, Bologna, Genova, Napoli, la Fenice, forse Parma e Pesaro - la lista gia' si allunga. Ma come giustificare i costi enormi di tale intrapresa in citta' di provincia medie e piccole, talvolta piccolissime? Non ho mai visto seriamente messo in discussione il "modello italiano", mentre l'esperienza tedesca e' sempre stata liquidata con sufficienza. Mi pare, se non sbaglio, che in Germania sopravvivano numerosi teatri d'opera, che allestiscono spettacoli di repertorio con dignita', senza creare voragini nelle finanze pubbliche, spesso con cantanti giovani o sperimentati (che vengono poi "riscoperti" in Italia con grande ritardo e grande enfasi.) 3. Un vantaggio della programmazione "di repertorio" sarebbe il potersi affidare a compagnie di canto stabili o semi-stabili. I giovani cantanti sarebbero estremamente felici di poter avere una simile opportunita': sia in termini di stabilita' di occupazione, sia per la possibilita' di approfondire ruoli, guadagnare esperienza, e maturare vocalmente. Purtroppo, in Italia non sembrano esistere opportunita' di "fare gavetta." Non ho dubbi che la logica di "public choice" e "rent seeking" da parte di sindacati, amministratori ed operatori del settore sia estremamente potente nello spiegare il perche' il sistema italiano si sia evoluto nel modo in cui e' evoluto. Ma forse cio' e' accaduto perche', a dispetto di tradizione e popolarita', la gestione del mondo dell'opera e' sempre rimasta dominio esclusivo di pochi addetti ai lavori. Spero che il dibattito continui, e che la provocazione di Pennisi non rimanga isolata. Adolfo Laurenti Chicago, IL USA