Logo stampa
 
 
 

Commenti

Per un'impresa "responsabile"

di Riccardo Del Punta, Categoria , Relazioni Industriali, , Data 07.03.2005
La responsabilità sociale d'impresa non è la bacchetta magica che spengerà tutti i conflitti. Né può aspirare a prendere il posto, almeno nell’immediato, delle tecniche tradizionali di regolazione. Ma sarebbe un grave errore sottovalutarne il potenziale innovativo. E' un segnale positivo lanciato da un capitalismo capace di farsi "riflessivo". Ed è importante che si sia tornati a predicare una convivenza pacifica e fruttuosa di tutti gli stakeholder, alla ricerca di un'equità sociale economicamente sostenibile.
COMMENTI PRESENTI SULLA NOTIZIA
  • Osservazioni sulla RSI
    Nome: Claudio Mordà  Data: 09.03.2005
    Gentili Garibaldi e Panunzi, apprezzo molto il dibattito avviato da LaVoce sui temi della RSI di cui mi interesso da qualche tempo, e sollecitato dal vostro come dagli altri interventi, mi permetto di proporre alcune osservazioni. Con i migliori e più cordiali saluti e auguri di buon lavoro. Claudio Mordà 1. L’attributo “sociale” assegnato al concetto di responsabilità non è neutro e sottende almeno due visioni che ancorchè non contrapposte, non sono immediatamente sovrapponibili a. la prima è quella collegata alla assolutamente condivisibile osservazione sulle esternalità conseguenti all’attività di impresa e tali da produrre effetti su beni comuni – materiali e non - rispetto a cui ogni essere vivente sulla terra può avere qualche buon diritto da rivendicare e/o interesse da difendere b. la seconda più complessa, che rimanda ad un concetto di redistribuzione della ricchezza prodotta e alla possibilità di un ruolo sussidiario rispetto a compiti e responsabilità assegnabili genericamente a soggetti pubblici e istituzionali se il primo caso parrebbe richiamare il tema generale dell’etica degli affari – e sarebbe comunque un’ottica un po’ limitata - nel secondo le implicazioni politiche sono immediate 2. Assumendo come non eludibile il tema intervento pubblico sì, intervento pubblico no, vale a mio avviso una ulteriore considerazione. In altri ambiti non si è mai posto eccessivamente il dubbio circa l’opportunità di favorire/premiare (norme, finanziamenti e facilitazioni varie) i “comportamenti virtuosi” dell’impresa: certificazioni di qualità, innovazione e sostegno alla competitività etc. Il particolare comportamento virtuoso di cui qui si parla – RSI - pare invece avere un carattere di eccezionalità, tale da mettere in dubbio quello che in altre occasioni è apparso più scontato. La criticità parrebbe consistere proprio nell’ambiguità e/o consistenza del beneficio atteso, laddove le varie categorie di stakeholder hanno su questo opinioni affatto diverse. Per quanto complessa una possibile value proposition più esplicita e qualificata – quindi differente per contesti differenti - aiuterebbe a capire 3. Il concetto di “responsabilità” deve a mio parere, essere meglio declinato per poter essere compreso in tutte le sue possibili implicanze. Quando si parla di atteggiamenti responsabili dell’impresa si debbono considerare almeno due dimensioni (non necessariamente le uniche): a. la prima è una dimensione soggettiva, riferibile soprattutto al management di impresa e in generale alla struttura decisionale ai vari livelli. Responsabile è soprattutto colui che è in grado di sviluppare la massima consapevolezza complessiva (relativa cioè a tutte le parti effettivamente interessate, interne e/o esterne all’impresa) degli effetti, di breve/medio/lungo periodo, di sue decisioni e azioni concrete – prendersi carico di questa dimensione significa agire sul capitale umano, sul sistema di competenze, sulla cultura di impresa, etc b. la seconda è una dimensione di trasparenza, quindi rivolta verso l’esterno, cioè riferita alla capacità e possibilità di dare conto a terzi delle ragioni alla base delle suddette decisioni e azioni – questa dimensione ha impatto sulla comunicazione interna ed esterna, sulle regole di governance, etc. oltre ad essere influenzata da qualsiasi DDL sul risparmio prossimo futuro. 4. Sul tema della creazione di valore. Io non credo che possano esserci dubbi sul fatto che questo è e rimane lo scopo per l’impresa. Il suo imperativo morale nel lungo periodo. La domanda ovviamente si pone quando si tratta di decidere: valore per chi? in un contesto – RSI – che vede l’assegnazione di questo valore fortemente disaccoppiato da un principio di proprietà. La risposta a questa domanda non è ovvia. Ma per coloro che rispondono positivamente, dovrebbe essere maggiormente evidente che muta l’oggetto sociale dell’impresa. Mutano cioè i risultati attesi e la valutazioni prestazionali corrispondenti. In altre parole si modifica il mandato fiduciario degli azionisti nei confronti degli amministratori e del management, con tutte le implicanze del caso anche a livello di governance dell’impresa stessa. L’osservazione della pratica della RSI in Italia per quanto mi consta dà riscontri molto limitati in tal senso. 5. Questa ultima considerazione ritengo abbia come corollario immediato una ulteriore riflessione sui modi concreti con cui le aziende hanno oggi intrapreso iniziative di RSI. Mi riferisco alle scelte organizzative e operative concrete, alla definizione e collocazione di ruoli e responsabilità, alla allocazione di budget e identificazione di obiettivi, etc. Il prof. Del Punta in altro articolo, lamenta il fallimento dei cosiddetti “codici di condotta”. Pare difficile poter immaginarsi risultato diverso da questo, laddove anche in questo caso non si applichino “buoni” stili e pratiche di management. Molte scuole di pensiero infatti ci ricordano, anche se con sottolineature differenti, che un (qualsiasi) sistema di valori aziendali funziona se connesso ed integrato ai sistemi di promozione e incentivazione così come ai sistemi di pianificazione e controllo. La “semplice” redazione di un bilancio sociale da parte della funzione comunicazione e relazioni esterne (come spesso accade) pare effettivamente un primo passo, probabilmente necessario, ma insufficiente nella prospettiva cui sopra accennavo. 6. Un ultima riflessione. Quanto lo specifico core business può discriminarne la maggiore o minore responsabilità sociale dell’impresa. Questo aspetto non è di poco conto se si considera l’attenzione in tal senso di tutte le società di rating e dei fondi specializzati, da FTSE4Good a chiunque altro. Esempio teorico (ma non troppo): XYZ spa ha da tempo intrapreso pratiche di RSI sia interne che esterne, il rapporto con la quasi totalità delle varie categorie di stakeholder è molto buono, ha garantito lo sviluppo occupazionale nella propria area di appartenenza, supporta molte iniziative a favore della comunità locale, controlla da anni con efficienza ed efficacia l’impatto ambientale delle proprie manifatture, ... ... XYZ spa produce cannoni, oltre a molti altri tipi di armi pesanti da guerra. !?