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Commenti

Dollaro debole e politica monetaria

di Tommaso Monacelli, Categoria , Internazionali, , / Moneta e Inflazione, Data 27.12.2004
Le fluttuazioni nei tassi di cambio determinano trasferimenti di ricchezza tra paesi impensabili fino a qualche decennio fa e il riequilibrio della bilancia corrente americana richiede un deprezzamento del dollaro che appare solo iniziato. Quale politica dovrebbero adottare le autorità monetarie? Interdipendenze finanziarie di così grande scala suggeriscono un coordinamento delle politiche monetarie e di cambio. Ma interventi sistematici sembrano difficili in mercati finanziari altamente reattivi. Luca Paolazzi commenta l'intervento; la controreplica dell'autore.
COMMENTI PRESENTI SULLA NOTIZIA
  • commento all'articolo
    Nome: Massimiliano Mandia  Data: 06.01.2005
    Cara Lavoce, la svalutazione artificiale del dollaro, potrà dare un pò di fiato all'export Usa, ma non contribuirà più di tanto a ridurre il deficit commerciale. Una politica di deficit spendig non è sostenibile, perchè finanzia debito con altro debito e questa "spirale perversa" causa instabilità sia nelle finanze pubbliche che in quelle private. L' amministrazione Bush, dovrà abbandonare la strada del dollaro debole, anchè perchè i debiti delle famiglie hanno raggiunto una soglia critica. Fortunatamente la Fed, con la stretta graduale, renderà la situazione meno incandescente, evitando eventuali "scoppi di bolle".
  • Perchè gli americani guadagnano dalla svalutazione
    Nome: Fedele De Novellis  Data: 03.01.2005
    Il deprezzamento nominale del dollaro implica un aumento del valore in dollari delle attività degli Stati Uniti e quindi costituisce un trasferimento di ricchezza agli americani. Allo stesso modo, si riduce il valore delle attività in dollari Usa detenute dagli stranieri, che subiscono una perdita, misurata nella loro valuta. Questo tipo di aggiustamento è però per sua natura una tantum. Non si può pensare che sia persistente. Se difatti si generassero attese di deprezzamento del dollaro queste andrebbero a scaricarsi nel differenziale fra il rendimento delle passività Usa e quello delle attività. Per conseguenza, al miglioramento della posizione netta sull’estero degli Stati Uniti potrebbe non corrispondere un analogo miglioramento della voce dei redditi da capitale. Gli effetti finanziari di un aggiustamento via cambio delle partite correnti sono dunque ambigui e probabilmente a lungo andare non favorevoli all’economia Usa. Lo scambio è fra un maggiore valore della ricchezza degli americani e un maggiore tasso d’interesse da pagare sui debiti. Poiché un deprezzamento del cambio del 20 per cento aumenta lo stock delle attività Usa del 7 per cento, il guadagno annuo in termini di rendimento di tali attività è di circa lo 0.35 per cento del Pil (ponendo il rendimento pari al 5 per cento). Dato invece uno stock delle passività pari a circa il 90 per cento del Pil, è sufficiente un aumento dei tassi Usa dello 0.4 per cento per compensare tale guadagno. Ovviamente, se ci si attendesse per i prossimi anni, poniamo dieci, una svalutazione attesa del dollaro sull’euro del 20 per cento, ne conseguirebbe un differenziale fra i tassi a dieci anni Usa e quelli europei del 2 per cento circa, ben superiore allo 0.5 per cento attuale. L’articolo pare però suggerire che vi sia una terza via (e sembra in effetti quella in corso) per cui il dollaro continua a deprezzarsi senza innescare un allargamento importante del differenziale fra i rendimenti della passività Usa e quelli delle attività. In termini più semplici, il resto del mondo continua a detenere titoli Usa accettando le perdite che conseguono dalla svalutazione del dollaro (o, meglio, non attendendosi ulteriori importanti svalutazioni del dollaro). Svalutare in questo modo è ovviamente molto conveniente per gli americani. Poco conveniente per gli altri. Questo meccanismo poggia su una condizione in parte di natura convenzionale: il mondo continua a detenere attività Usa in dollari perché non sconta un ulteriore deprezzamento del dollaro. E’ sotto tale ipotesi che un dollaro che si svaluta comporta con certezza un trasferimento di ricchezza agli americani.
  • Una risposta all'articolo
    Nome: Luca Paolazzi  Data: 30.12.2004
    Già, ma la gente da fuori può oggi acquistare beni Usa in saldo. Inoltre, il potere d'acquisto dei dollari posseduti non è mutato se si fanno acquisti di merci americane. Infine, comunque non si tratta di trasferimento di ricchezza verso gli Usa, che invece si sono impoveriti (devono svendere le proprie merci e il proprio lavoro), ma di semplice distruzione di ricchezza, come quella che avviene quando crolla una Borsa. Tieni presente che questa distruzione non può essere calcolata semplicemnte applicando agli asset in Us $ detenuti dagli stranieri la svalutazione del dollaro, ma andrebbe ponderata per riconoscere che quella ricchezza non ha mutato valore verso i beni americani e che gli stessi beni amercani, essendo divenuti più a buon mercato in termini di ricchezza espressa in valuta estera, rappresentano un rivalutazione di tale ricchezza, della sua capacità di comandare (come avrebbe detto Adam Smith) beni americani. Perciò la conclusuione sul trasferimento di ricchezza è davvero sbagliata. Luca Paolazzi
    Risposta:
    Il commento di P. si focalizza sugli "effetti ricchezza" legati alla perdita/acquisto di competitività via mutamenti delle ragioni di scambio reali. Ma così facendo non coglie lo spirito del pezzo, la cui intenzione era proprio quella di resistere alla tentazione di interpretare gli aggiustamenti di bilancia dei pagamenti con le lenti tradizionali della dinamica dell'import ed export di beni. L'idea è far notare che l’ aggiustamento del current account sembra in realta' avvenire nel breve e medio periodo non attraverso i canali tradizionali a cui si riferisce P., bensì attraverso variazioni dei returns sulle attività finanziarie (per inciso, nel mio pezzo ricchezza va intesa nel senso stretto di “ricchezza finanziaria"). E quindi necessariamente tramite variazioni del cambio nominale. Il punto chiave sta proprio nel currency mismatch tra atttività e passività finanziarie detenute dagli USA. Mentre le passività sono al 100% espresse in dollari (per cui un deprezzamento ne diminuisce artificialmente il valore), le attività sono espresse in valuta estera per meno della metà. Ceteris paribus, e' difficile negare che un deprezzamento del dollaro non rappresenti un trasferimento netto di ricchezza. E non si pensi che fenomeni di questo genere non abbiano effetti reali. Si pensi solo alla letteratura sull' "original sin" (peccato originale) che affligge i paesi in via di sviluppo: cioè il vincolo (di credibilità) che li costringe ad indebitarsi sui mercati finanziari internazionali in larga parte in valuta estera. Deprezzamenti (o svalutazioni tout court) della valuta nazionale producono effetti di moltiplicazione del valore delle passività che sono un possibile viatico alle crisi valutarie. Argentini, Indonesiani, Coreani (tanto per citare gli esempi di questi ultimi anni in cui problemi di original sin hanno giocato un ruolo) l'hanno toccato con mano il "trasferimento di ricchezza". Parafrasando quella letteratura non è azzardato dire che nel caso degli USA si puo' parlare di original sin al contrario, qusi un “original virtue” (e in effetti, che altro è lo status di valuta di riserva internazionale se non un “original virtue”?). Questo non vuol dire che gli effetti di cui parla P. non giochino un ruolo. Certamente il deprezzamento del dollaro si tradurrà in un peggioramento delle ragioni di scambio, e quindi in un aggiustamento della domanda relativa di beni americani. Il pezzo sottolineava semplicemente che questo canale reale (con relativi effetti di benessere) gioca un ruolo solo nel lungo periodo. Ringrazio molto Luca della sua attenzione Tommaso