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E' l'America di Bush

di Francesco Giavazzi, Categoria Internazionali, , , Data 03.11.2004
La fede e la religione hanno pesato più dell’Iraq in queste elezioni. E i democratici lo hanno capito troppo tardi. Francesco Giavazzi interviene sulla vittoria di Bush nelle elezioni americane puntando sui temi della moralità e sul diritto dei cittadini a detenere armi. Nel secondo mandato si darà un'agenda politica tutta interna, con la promozione dei valori cristiani e conservatori nelle scuole, negli ospedali, trasferendo alle organizzazione religiose finanziate dallo Stato molti compiti di assistenza sociale. Mentre i repubblicani controllano anche il Senato. La risposta di Stephen Martin.
COMMENTI PRESENTI SULLA NOTIZIA
  • L'America religiosa e' una minoranza sovrarappresentata
    Nome: Luca Flabbi  Data: 05.11.2004
    Condivido pienamente l'analisi di Francesco Giavazzi riguardo al vero motivo che ha fatto vincere Bush: il voto religioso. Voto religioso che si concentra su quelli che vengono eufemisticamente chiamati 'valori morali', ma in realta' si possono riassumere in due o tre frasi: 'E' Dio che ha guidato Bush nella sua guerra in Iraq', opposizione al matrimonio gay, opposizione all'aborto e sostegno alla pena di morte. Possiamo dire che in questo elettorato le preferenze sono chiaramente lessicografiche: questi tre punti hanno la priorita' su tutto, non importa se poi queste stesse persone vedono le loro condizioni economiche peggiorare constantemente a causa delle politiche dell'amministrazione Bush e sono i loro figli e nipoti che muoiono in Iraq. Su un solo punto non sono d'accordo: ovvero che questa sia la "vera" America opposta all'America di Boston e New York. Non e' vero: questa e' una parte dell'America che esiste ma e' una minoranza che conta tantissimo nelle elezioni a causa dell'anacronistico sistema degli electoral votes: cosi' ad esempio Wyoming e Montana hanno tre voti per eleggere il presidente (gli electoral vote) e lo stato di New York 31 ovvero un rapporto di 1 a 10 quando la popolazione dello stato di New York e' oltre 30 volte tanto. Oppure basta pensare che per vincere North Dakota e Sud Dakota, per un totale di sei lectoral vote, a Bush sono bastati meno di 500mila voti, ovvero 83mila voti per ogni lectoral vote; mentre Kerry ha avuto bisogno del doppio dei voti per electoral vote per vincere New York. E non e' sufficiente dire che Bush ha vinto il voto popolare per contrastare questo argomento: se il sistema fosse diverso gli stati molto popolosi e poco rappresentati, come New York e la California, vedrebbero un'affluenza alle urne molto maggiore. In conclusione l'America dell'estremismo religioso esiste e non solo non si riconosce in New York o Boston ma non ci mette neanche piede (infatti Karl Rove voleva che i delegati della convention repubblicana a New York dormissero su una nave ormeggiata sull'Hudson). Tuttavia il fatto che questa minoranza dell'America condizioni cosi' pesanteamente l'agenda politica e' frutto di un sistema di elezione del presidente anacronistico. Questo non implica solo che i repubblicani abbiano vinto ma anche che i repubblicani abbiano vinto con un candidato cosi' estemista come George W. Bush. Cordiali saluti, Luca Flabbi
  • Da un male un bene
    Nome: Alessandro Condina  Data: 05.11.2004
    La vittoria di Bush - e con i numeri e la base elettorale che abbiamo visto - è una pessima notizia per gli americani. almeno per quelli che credono nella separazione fra stato e chiesa, nella libertà degli individui dall'ingerenza dello stato (e dovrebbero essere di destra!), nella ricerca scientifica e nella laicità.
    Ma potrebbe avere effetti positivi sull'Europa, che potrà insistere nella propria integrazione e portare avanti - da sola ormai - i valori civili e i diritti dell'uomo. Il caso Buttiglione docet.
  • Modernizzare restaurando
    Nome: Riccardo Mariani  Data: 04.11.2004
    Concordo con l’ analisi del Prof. Giavazzi, la fede e la religione hanno pesato più dell’ Iraq. Il che appare ancora più evidente se si pensa che sull’ Iraq le posizioni erano molto simili. Mi permetto di aggiungere che tra fede, fucili carichi e voto accordato a chi promette meno welfare e meno tasse per i ricchi (qualcuno si è persino meravigliato) esiste un solido legame. Dal concetto di sacralità della persona (che, per esempio, informa il pensiero anti abortista) si giunge facilmente alla sacralità della proprietà privata (da difendere con i fucili) e se si vuole rendere rispettabile questo rozzo schematismo le citazioni possibili non mancherebbero a cominciare da Locke. E’ ovvio che dalla proprietà poi discende la legittimazione della società capitalistica con tutte le sue diseguaglianze che a quel punto sono perfettamente compatibili con un mondo equo. Ma il legame funziona molto bene anche al contrario: se le scelte a cui sono chiamato riguardano quanto risparmiare per la vecchiaia, quanto investire per l’ istruzione dei miei figli, se farmi una vacanza rinunciando all’assicurazione sanitaria per un anno, come organizzare il mio lavoro, ovvero se vivo in una società rischiosa che mi responsabilizza allora anche la fede e un maggior senso comunitario saranno supporti preziosi. Se invece altri si occupano per me di queste scelte, una volta scoccate le cinque e smontato dal lavoro, non mi rimane che formare la mia personalità decidendo (esagero) il colore delle tende o il film da vedere al cinema. La fede, se ne rimane qualcosa, è un passatempo del week end o al più un omaggio ai nostri avi. Forse i paesi anglosassoni hanno un insegnamento da proporci: quello che chiamiamo “riforma” o “modernizzazione”(taglio di tasse, spesa e regole) in realtà non è che una “restaurazione” rispetto al trend post bellico (ma non solo) delle nostre democrazie e ha ben poco a che fare con la genealogia che da noi hanno questi termini. Se si avanza solo grazie ad una restaurazione la cosa più coerente è cedere il passo e la parola a reazionari e conservatori, le forze del futuro. Cordiali saluti.