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Meno tasse o meno debito?

di Luigi Spaventa, Categoria , Conti Pubblici, , Data 12.07.2004
Le promesse del presidente del Consiglio sulla riduzione della pressione fiscale assommano ad almeno un punto e mezzo di prodotto. Più o meno quanto sarebbe necessario per ottenere una pur minima riduzione del debito, due punti. Per raggiungere entrambi gli obiettivi servirebbero interventi sulla spesa di 35-40 miliardi. E allora che cosa sceglierà di fare il governo? Ridurre il debito servirebbe per mettersi al riparo dai rischi di mercato ed evitare le censure internazionali. Ma, a meno di due anni dalle elezioni, è più probabile che opti per il taglio delle tasse.
COMMENTI PRESENTI SULLA NOTIZIA
  • dubbi terminologici
    Nome: paolo podda  Data: 14.07.2004
    Prof. Spaventa, mi chiedo se non ci sia qualche certezza di troppo in ordine al fatto che le misure una tantum,per definizione, si dice nel suo bell'intervento,non sono ripetibili. Intanto sarebbe sufficiente estendere i condoni all'infinito, sempre in potenza e per paradosso, estendendo di anno in anno le misure di sanatorie. Mi chiedo, peraltro, se non sia del tutto plausibile ritenere che a fronte di un'adeguata pubblicità, circa una riduzione progressiva e sostanziosa delle imposte sui redditi, quali che siano, non vi sia un aumento della propensione marginale al consumo, sperimentabile, a vario livello, su diversi campioni di riferimento. In ragione di ciò si innescherebbe un meccanismo che le certamente noto, che è quello dell'aumento della domanda a fronte del quale si genera un gettito, per ovvie ragioni, tali da riequilibrare le cose ed avere, a un tempo, cittadini più benestanti. Mi conforti in merito. Con grande stima. Paolo Podda.
    Risposta:
    Caro Podda, La ringrazio per i suoi commenti. Ero sospetto di ottimismo (circa i saldi). Lei invece dubita che io sia troppo pessimista: francamente non credo di esserlo. 1) La ratio dei condoni è stata quella di reperire entrate aggiuntive: consento a te cittadino di metterti a posto pagando oggi a sconto, e senza sanzioni, quello che avresti dovuto pagare ieri e non hai pagato. Queste entrate - ripeto aggiuntive – ci sono state, tant’è che nel 2003 la pressione fiscale è aumentata. Essendo stato condonato tutto il passato (con le conseguenze negative sull’azione dell’amministrazione e sulle entrate future ben messe in luce da Maria Cecilia Guerra), che cosa resta da condonare ogni anno, “all’infinito”, come dice lei? Se io sono certo che alla fine di ogni anno mi verranno condonati i peccati fiscali commessi in quell’anno, io ho un evidente incentivo a peccare. Se va bene, le entrate non aumenteranno; se va male, perché il condono è troppo generoso, diminuiranno. 2) E’ un tema antico: se una riduzione di imposte riesca a finanziarsi da sé. Anche nell’economia keynesiana elementare, la risposta è negativa. Anzitutto ne risulta un aumento del reddito disponibile, non, come dice lei, della propensione al consumo. Certamente, il maggiore reddito disponibile viene in parte consumato, con un effetto di stimolo. La Commissione europea calcola tuttavia che, in Italia, per ogni punto in più di prodotto il disavanzo si riduce di mezzo punto. Dunque, per autofinanziarsi, un punto in meno di pressione fiscale dovrebbe generare una maggior crescita di due punti: il che non è. Tanto più non lo è, se esiste un qualche vincolo di bilancio, tale che i cittadini non credono alla permanenza della riduzione di imposte e riducono la propensione al consumo sul maggior reddito disponibile. E noi ne abbiamo due di vincoli siffatti: il famigerato 3% europeo; e, assai più importante, come ho cercato di dire, un livello di debito troppo elevato, che ci penalizza con più alti tassi d’interesse e con un alto onere di spesa per interessi sul bilancio pubblico. All’argomento banalmente keynesiano, il Presidente del Consiglio ne aggiunge un altro derivato pari pari da quella curva di Laffer disegnata su un tovagliolino di carta che – narrano le storie – indusse il Presidente Reagan a tagliare le imposte: se le aliquote sono minori, il popolo è meno restio a pagare le imposte – e finisce per pagare di più. Pare ovvio che i fratelli d’Italia non correranno allo sportello desiderosi di pagare di più evadendo di meno: del resto, se lo facessero, il loro reddito disponibile si ridurrebbe, e non aumenterebbe. Proprio l’amministrazione Reagan prova la scarsa consistenza di questi argomenti: dopo il taglio di imposte, il disavanzo esplose. Con il che non voglio certo dire che una riduzione della pressione fiscale non sarebbe opportuna (e piacevole per i contribuenti). Voglio solo dire che oggi non possiamo permettercela: a meno che non sia fattibile un corrispondente taglio di spesa pubblica. O a meno che non si decida di lasciare il debito come sta, con il rischio di una penalizzazione inflitta dai mercati. Certo, se il nostro debito fosse non dico sulla media europea, ma diciamo del 90% del Pil, anziché del 106%, una riduzione di pressione fiscale sarebbe sia opportuna sia praticabile: un punto in meno sarebbe finanziato da un punto in meno di spesa per interessi. Luigi Spaventa