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L’insostenibile spreco di risorse della Pac

di Secondo Tarditi, Categoria Europa, / Energia e Ambiente, / Concorrenza e Mercati, , , Data 07.06.2004
La Politica agricola comune (Pac) costa alle famiglie europee oltre cento miliardi di euro all’anno. Oltre l’80 per cento dei sussidi alle esportazioni pagati nel mondo sono finanziati dai contribuenti europei, che pagano anche i tre quarti circa di sussidi agricoli finalizzati al sostegno dei prezzi. Gli effetti sui mercati internazionali sono molteplici e significano minor benessere e minor ricchezza non solo per i paesi poveri. Il problema si aggrava ora con l’estensione della Pac ai nuovi Stati membri Ue. Eppure di questo grande spreco di denaro pubblico si parla molto poco.
COMMENTI PRESENTI SULLA NOTIZIA
  • E' sempre la stessa (vecchia) Pac?
    Nome: Luca Salvatici  Data: 21.07.2004
    Con il Professor Tarditi vi è una lunga consuetudine di discussione intorno alla Politica agricola comune, questo (tardivo) commento non è quindi tanto rivolto all’Autore, che ben conosce gli argomenti che seguono, quanto a fornire qualche ulteriore elemento di riflessione ai lettori de “La Voce”. Premesso che l’impegno intellettuale e la passione civile con cui Secondo Tarditi da diversi anni critica gli sprechi e le incongruenze della Pac sono assolutamente commendevoli, ritengo che l’articolo finisca per dipingere la Pac come una politica inspiegabilmente longeva che sopravvive a sé stessa immutata e immutabile. La Pac, invece, è cambiata, e forse proprio la capacità di adattamento può contribuire a spiegare la sua perdurante (e per alcuni versi sconcertante) “sostenibilità politica”. Cosa è cambiato? A parità di sostegno complessivo, le riforme introdotte a partire dagli anni Novanta hanno portato ad un riorientamento degli strumenti di intervento dalle politiche direttamente o indirettamente legate alla produzione, a pagamenti basati sui “diritti di trasferimento” storicamente acquisiti (in termini di area coltivata o numero di animali presenti in azienda). Sulla valutazione che si può dare di un simile processo, il giudizio degli economisti è sostanzialmente concorde: sebbene via sia una certa variabilità nelle stime empiriche sul grado di “disaccoppiamento” (dalla produzione) dei nuovi pagamenti, tutti riconoscono che essi sono di gran lunga meno distorsivi rispetto alle tradizionali politiche di prezzo garantito. Tutto ciò è ben noto a Tarditi, e quindi l’insostenibilità dello spreco di risorse non sarebbe tanto da addebitare alla “qualità” delle riforme che sono state introdotte, quanto alla loro scarsa significatività da un punto di vista “quantitativo”. A prescindere dalle opinioni personali sul grado di realismo che avrebbe potuto avere un processo di riforma più rapido e incisivo, per quanto riguarda l’entità del cambiamento intervenuto mi limito ad osservare che:  sebbene la maggior parte del sostegno garantito dalla Pac sia ancora direttamente o indirettamente associata alla produzione, la quota dei pagamenti basata sulla produttività (sostegno dei prezzi di mercato e pagamenti legati agli input) è scesa dal 96% (1986-88) al 69% (2001-03);  sebbene l’UE rimanga un bastione del protezionismo agricolo in sede WTO, la differenza tra prezzi interni e prezzi mondali è scesa dal 72% (1986-88) al 34% (2001-03);  sebbene l’UE garantisca da sola circa il 90% di tutti i sussidi all’esportazione notificati al WTO, l’ammontare di tali sussidi si è ridotto da 10 a 3 miliardi di euro fra il 1992 e il 2001 e la loro incidenza percentuale rispetto al valore delle esportazioni si è ridotta nello stesso periodo dal 25 al 5%. In conclusione, dovendo esprimere un giudizio complessivo sul processo di riforma (ancora in corso, peraltro), mi è venuto alla mente un detto popolare che recita: “poco se mi considero, molto se mi confronto”. La Pac presenta tuttora notevoli problemi, ma forse non sono poi molti i settori dove sono stati introdotti cambiamenti altrettanto significativi negli ultimi anni. Con viva cordialità, Luca Salvatici
  • pac
    Nome: dp  Data: 26.06.2004
    Ho letto con interesse il suo articolo in quanto riassume in modo corretto informazioni che la stampa propone disaggregate. Sono stato e sono un lettore attento della stampa economica, ma credo che la pac non sia influenzata da analisi economiche. Oltre che dalle lobby degli agricoltori, mi sembra sia gestita in funzione della euroburocrazia di cui non ho mai letto nulla (forse sono stato distratto) su come è costrituita: previlegi, potere, conflitti. Potrebbe essere interessante leggere un saggio sulla struttura che governa la pac.
    Risposta:
    mi scusi se le rispondo in ritardo. La ringrazio per l’apprezzamento al mio articolo. Ho incontrato, specialmente fra cittadini francesi, persone che sostengono la tesi che la politica agricola non dovrebbe essere soggetta all’analisi economica in quanto la trascende in molti suoi aspetti di carattere sociale, ambientale, in altre parole in “ aspetti extraeconomici”. A volte si rivendica una “specificità agricola” molto elevata su certi argomenti in modo da realizzare politiche decise prevalentemente da persone direttamente coinvolte nel settore e in contrasto con l’interesse complessivo della collettività, se valutato con le normali procedure di analisi economica. Io sono convinto che tutte le politiche di settore debbano confrontarsi con l’analisi economica, opportunamente adattata in modo da poter valutare per quanto possibile anche gli effetti che queste componenti “extraeconomiche” hanno sul benessere dei cittadini. Il ruolo e le responsabilità della burocrazia nella formulazione e nella gestione di tutte le politiche di settore sono molto rilevanti. Purtroppo diventa quasi naturale che chi lavora in un organo pubblico con specifiche competenze di settore si senta quasi in dovere di sostenere comunque gli interessi degli operatori del settore, anche quando sono in contrasto con l’interesse dell’intera collettività. Non è difficile incontrare dipendenti pubblici, ed anche insegnati, che sposano immediatamente posizioni di parte palesemente inefficienti od inique, senza almeno considerare che, in ultima analisi, il loro stipendio è pagato da tutti i cittadini nella loro veste di contribuenti e non da questo o quel ministero o ente pubblico di settore. Anch’io sarei curioso di leggere un libro sulla “euroburocrazia” che analizzi intelligentemente privilegi, poteri, conflitti di interesse. Speriamo che qualcuno lo scriva. Cordiali saluti. Secondo Tarditi
  • Pac
    Nome: Sebastiano Meloni  Data: 14.06.2004
    Lo spreco della Pac è una delle conseguenze della creatività politica. Si creano organi e Istituzioni nazionali e internazionali con relative burocrazie. Si impone la moneta unica per l'Europa prima della unità politica, mentre si continua ad argomentare sempre sulle solite cose! Vogliamo principiare a smontare l'attuale sistema che và esclusivamente a favore della classe politica ? Più reddito viene incamerato dalla classe politica meno ne resta per gli investimenti ( non spese ) e per le popolazioni. Ai posteri....... Cordiali saluti
    Risposta:
    Nei confronti della classe politica sono un po’ più ottimista di lei. Credo che si tratti in larga misura di un problema strutturale delle istituzioni europee. Come forse ricorda, negli anni cinquanta i tentativi di fare subito un’unione europea politica o della difesa fallirono, il ricordo della guerra era ancora troppo vivo e impedì un affratellamento repentino dei popoli europei che si erano odiati per tanto tempo. La strategia vincente fu quella di aggirare l’ostacolo attraverso un approccio tecnico, di integrazione economica, accettata da tutti come una buona cosa. Purtroppo si dovette iniziare settore per settore e le attuali politiche europee non si sono mai affrancate da questo peccato originale. Il processo decisionale è ancora largamente condizionato da interessi di parte, di settore, non compatibili con l’interesse generale di tutti i cittadini. Se la politica del commercio estero dei prodotti agricoli, ad esempio, non fosse così pesantemente influenzata dalla Direzione Generale Agricoltura e dal Consiglio dei Ministri dell’Agricoltura, ma fosse lasciata a chi fa queste politiche per tutti i settori economici, probabilmente l’Unione Europea non sarebbe in sede WTO quel bastione del protezionismo agricolo che è sempre stato. Un secondo argomento nei confronti degli operatori politici è la poca trasparenza delle informazioni. Chiederò alla redazione de “La Voce” che venga allegato all’articolo un grafico che indica come negli anni novanta, nonostante le varie riforme e tutte le affermazioni in senso contrario, i trasferimenti per unità lavoro agricolo a tempo pieno siano aumentati.
  • PAC
    Nome: adriano sala  Data: 08.06.2004
    E' stato scritto che chi non conosce la storia è condannato a ripetere gli errori. Chi ha scritto l'articolo non conosce la storia, anche se è in grado di citare date e fatti. L'agricoltura (e io sono ingegnere, non agricoltore) produce un bene primario, del quale non si può fare a meno. Possiamo vovere senza Fiat, non si può vivere senza verdura, carne e frutta. Nei primi secoli dell'era volgare non era conveniente coltivare in Italia: c'era il grano libico ed egiziano. Le prime invasioni barbariche tagliarono le vie del commercio e l'Italia morì di fame. Oggi le invasioni barbariche sono state sostituite da Sars e Bin Laden, ma il risultato potrebbe essere identico. Ci possiamo permettere il rischio? Credo di no, se siamo saggi, se siamo ancora in grado di distinguere le classi dei bisogni e se conosciamo la storia. Allora dobbiamo accettare le inefficienze della PAC. Qualche altro paese soffrirà? Non chiediamocelo adesso, con la pancia piena. Chiediamocelo quando la pancia sarà vuota. E' un ragionamento brutale, ma è così. Cordialità
    Risposta:
    La ringrazio per essere intervenuto sul mio articolo. Credo che questa possibilità di dibattito on-line sia una fra le caratteristiche più interessanti de “La voce” che ci permette di presentare in tempo reale opinioni differenti e confrontarle, favorendo possibilmente la convergenza dei giudizi. Veniamo al suo punto. Effettivamente la sicurezza degli approvvigionamenti è stata una delle ragioni principali del sostegno all’agricoltura, anche per i motivi a cui lei ha accennato. La principale giustificazione logica del forte aumento del sostegno ai prezzi agricoli in Italia e in Germania negli anni trenta è stata l’embargo che avevamo subito da parte della Società delle Nazioni. Subito dopo la guerra però, il sostegno dei prezzi fu mantenuto in questi due paesi non tanto per queste ragioni quanto per garantire il reddito degli agricoltori. Nell’istituire la CEE, secondo l’articolo 19 del Trattato di Roma la tariffa doganale comune doveva essere uguale alla media delle tariffe dei paesi fondatori, e fu così per tutti i prodotti, ad eccezione di quelli agricoli le cui tariffe si assestarono ai livelli più alti, quelli italiani e tedeschi per proteggere il settore. Questo per inquadrare il problema nel suo contesto storico, a prescindere dai suoi giudizi sulle mie conoscenze. Valutando invece la sostanza del problema, l’Unione Europea è come una famiglia che giustamente investe risorse per garantirsi i consumi di base, quelli alimentari nella fattispecie. Il punto è che a questo fine spende troppo, come se una famiglia sistematicamente ogni settimana gettasse nella pattumiera buona parte degli alimenti andati a male perché non riesce a consumarli. E’ giusto garantirsi gli approvvigionamenti, ma non al punto da trasferire ai produttori una cifra superiore al valore aggiunto dell’intero settore. Al giorno d’oggi poi la sicurezza alimentare non ha più l’importanza strategica di un tempo. In primo luogo perché mi sembra improbabile che l’Italia, o l’Unione Europea possano essere isolati dal resto del mondo a causa di una guerra o di un embargo. In secondo luogo perché anche se così fosse non saremmo certo costretti ad arrenderci all’ipotetico nemico per motivi di fame. Anche sostenendo molto meno il settore agricolo potremmo essere quantomeno autosufficienti e resistere per molto tempo. L’approvvigionamento di energia, ad esempio è molto più importante sul piano strategico, in caso di blocco delle importazioni le riserve italiane di petrolio ci permetterebbero di sopravvivere per meno di un mese.
  • PAC e agricoltura italiana
    Nome: Alessandro Russo  Data: 08.06.2004
    Grazie per l'interessante intervento. A quanto detto vorrei aggiungere che l'UE continua a mantenere anche un sistema di quote all'importazione di diversi prodotti agricoli. Inoltre l'agricoltura italiana non solo gode di notevoli agevolazioni come ad esempio la contabilità semplificata o i sussidi di disoccupazione (vera e propria forma di integrazione del reddito, dato il gran numero di coloro che li percepiscono), ma risulta anche il settore dove in proporzione il lavoro sommerso ha l'incidenza maggiore (i dati ISTAT stimano per il 2001 tassi di irregolarità delle Unità di Lavoro pari al 33%). Cordiali Saluti
    Risposta:
    Grazie dell’informazione. Essendo in clima di elezioni europee ho mantenuto le mie argomentazioni prevalentemente sulla politica decisa a Bruxelles, senza includere tutte le spese pubbliche nazionali e regionali orientate a settore per ragioni più o meno giustificabili nell’interesse generale. Oltre alle spese dei bilanci nazionale e regionali in agricoltura, il settore agricolo beneficia largamente delle spesa sanitaria e previdenziale che è molto più alta de contributi pagati dal settore. Circa un quinto di tutti i trasferimenti al settore agricolo italiano sono di questa natura, mentre la spesa nazionale e regionale incide per il 25% circa (S. Tarditi, Consumer Interests in the CAP (http://www.unisi.it/cipas/output-on-line.htm ), frame 3.3)