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Ancora sul Codice deontologico

di Andrea Ichino, Categoria Informazione, , Data 25.05.2004
Continua sul nostro sito la discussione sul Codice deontologico per il trattamento dei dati personali utilizzati per scopi statistici e scientifici. Andrea Ichino replica all’intervento di Ugo Trivellato, sottolineando come il Codice non elimini i troppi ostacoli all’accesso ampio ai dati, con conseguenti danni per l’attività di ricerca in Italia. Nella sua controreplica, Trivellato ricorda che i ritardi italiani sono soprattutto nella produzione di microdati.
COMMENTI PRESENTI SULLA NOTIZIA
  • Risposta alla contro replica di Ugo Trivellato
    Nome: Andrea Ichino  Data: 27.05.2004
    E' vero: a me sfugge la distinzione essenziale tra dati personali e dati anonimi. E mi sfugge perché non è una distinzione chiara, netta, binaria: è una distinzione sfumata che lascia il campo a molteplici interpretazioni. Tanto è vero che nel codice la distinzione si basa sul concetto di ``ragionevolezza dei mezzi" per l'identificazione dei soggetti tutelati. Ugo Trivellato converrà con me sul fatto che, in gran parte dei casi concreti, sono possibili opinioni assai diverse sull'esistenza di condizioni che favoriscono l'identificazione con ``mezzi ragionevoli" oppure no. Ad esempio, la presenza dei codici provinciali nei dati dell'Indagine sui Bilanci delle Famiglie Italiane della Banca d'Italia consente l'identificazione o no? Ma il problema è un altro, e su questo Ugo Trivellato non si esprime. Perché mai un ricercatore dovrebbe essere interessato a identificare un singolo soggetto, indipendentemente dalla ragionevolezza dei mezzi? Francamente non si capisce perché mai dovrebbe farlo: non é certo nel suo interesse. E se qualche ricercatore male intenzionato lo facesse puniamolo severamente, ma non rendiamo la vita impossibile a tutti gli altri. Stando alla logica del Codice Deontologico, dovremmo eliminare tutti i coltelli da cucina dalle case degli Italiani, perché ogni tanto qualche marito li usa per accoltellare la moglie (o viceversa). Ecco quindi qual'è l'alternativa al concetto di ``mezzi ragionevoli" che Ugo Trivellato mi invita a suggerire. In realtà l'aveva già suggerita il progetto di legge proposto da Nicola Rossi: consentire l'accesso anche ai dati personali punendo però duramente un loro eventuale uso che danneggi i diritti della persona. Sicuramente la disponibilità di dati in Italia è scarsa soprattutto perché i dati non vengono prodotti, non vengono mantenuti e non vengono distribuiti. Concordo pienamente con Ugo Trivellato sul fatto che questo sia il fronte principale sul quale agire. Ma quel poco che c'è sarebbe diventato maggiormente accessibile e utilizzabile (a costo zero) se il Codice avesse adottato l'alternativa proposta nel Progetto di Nicola Rossi. PS: 1) I miei studenti avrebbero bisogno dei codici provinciali nell'Indagine Banca d'Italia. Potrebbero scrivere papers molto interessanti disponendo di quella variabile. Stanno chiedendo dati anonimi o personali? 2) Recentemente mi è stato impedito di mettere a disposizione dei miei studenti, senza previo progetto dettagliato di quello che intendono fare, una importante banca dati italiana simile a quella della Banca d'Italia. Quella banca dati contiene dati personali o anonomi?
    Risposta:
    Dubito che i lettori di la voce.info si appassionino ad un fitto scambio di opinioni tra Andrea Ichino e me sull’accesso ai dati individuali a fini di ricerca scientifica. E non vorrei che queste repliche e controrepliche oscurassero l’aspetto di fondo: sui termini essenziali della questione – normativi e di fatto – Andrea Ichino ed io abbiamo la stessa opinione. Serve una normativa ragionevolmente liberale. E serve una produzione e distribuzione di basi di microdati adeguata. Dove sono, allora, le diversità d’opinione? Rispondo molto brevemente, restando all’essenziale. Andrea Ichino argomenta come se il legislatore italiano, nel disciplinare l’accesso a dati individuali a fini di ricerca, si fosse trovato di fronte a una ‘tabula rasa’, avesse potuto decidere con grande libertà. Così non è. Debbo ripetermi: alle spalle c’è la Direttiva n. 95/46 dell’Unione Europea, vincolante per gli Stati membri. La proposta di legge di Nicola Rossi è una strada non percorribile, perché è in contrasto con la direttiva (vedi Trivellato [21.10.2003]). Insistere sulle strade senza uscita non è produttivo. Andrea Ichino si domanda: “Perché mai un ricercatore dovrebbe essere interessato a identificare un singolo soggetto, indipendentemente dalla ragionevolezza dei mezzi? Francamente non si capisce perché mai dovrebbe farlo: non é certo nel suo interesse.” Come non essere d’accordo? Restano tuttavia due questioni: (a) i vincoli posti dalla direttiva europea, che stabilisce un forte diritto alla privacy, col quale il diritto alla libertà di ricerca va contemperato; (b) la debolezza di un’argomentazione che riecheggia il manzoniano “Omnia munda mundis” per regolare diritti e doveri. Pongo io, retoricamente, due domande. Chi è ricercatore e chi non lo è? E, posto che un ricercatore, oltre che fare ricerca, nella vita fa molte altre cose, come si appura che sta trattando dei dati personali per scopi scientifici e non invece per un qualche altro scopo? Il codice deontologico risponde a queste domande: individua in maniera sensatamente larga l’insieme dei ricercatori; richiede un progetto di ricerca che documenti le finalità scientifiche di un trattamento di dati personali; disciplina il trattamento di dati personali per scopi di ricerca in una maniera che ho definito “sensatamente liberale” (dati i vincoli della normativa europea e nazionale). Su questioni di questo tipo occorre intervenire in maniera articolata, non con sciabolate illusoriamente sbrigative. “Eliminare tutti i coltelli da cucina dalle case degli italiani, perché ogni tanto qualche marito li usa per accoltellare la moglie (o viceversa)” sarebbe certamente sbagliato. Ma Andrea Ichino converrà con me che la libera vendita di pistole e fucili nei supermercati, punendo severamente i colpevoli di omicidi, non è una politica distributiva particolarmente saggia. Sulla distinzione tra dati personali e dati anonimi, ci sono indubbiamente margini di incertezza. Ma le agenzie statistiche nazionali dei paesi avanzati hanno trovato criteri operativi ragionevoli per mettere in pratica la distinzione (vedi Trivellato [25.05.04]). E il codice deontologico fornisce indicazioni per applicare il criterio dei “mezzi ragionevoli”. Andrea Ichino si domanda: “la presenza dei codici provinciali nei dati dell’Indagine sui Bilanci delle Famiglie Italiane della Banca d'Italia consente l'identificazione o no”? Anche a questo proposito debbo ripetermi – e invitare Andrea Ichino a leggere le repliche prima di scrivere le controrepliche -. L’identificabilità dipende dalla configurazione complessiva della base di dati, non dalla presenza o meno (o dal gradi di dettaglio) di una singola variabile. Una base di dati può restare anonima pur in presenza di una forte dettaglio territoriale - la provincia di residenza -, compensandolo con un minore dettaglio per qualche altra variabile (ad esempio l’età in classi anziché in anni). In chiusura, vorrei comunque sottolineare il decisivo punto sul quale Andrea Ichino consente con me: “la disponibilità di dati in Italia è scarsa soprattutto perché i dati non vengono prodotti, non vengono mantenuti e non vengono distribuiti. … È questo il fronte principale sul quale agire.”