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La lezione di Melfi

di Tito Boeri, Categoria Mezzogiorno, / Relazioni Industriali, Data 29.04.2004
Il caso Melfi segnala il fallimento dell’esperienza dei contratti di programma, un tentativo di decentrare la contrattazione salariale con accordi territoriali incentivati da iniezioni di denaro pubblico. Per legare il salario alle condizioni del mercato del lavoro meglio affidarsi a fattori automatici, come l’aggancio delle retribuzioni a indici del costo della vita regionali e ridurre il prelievo fiscale e contributivo sui salari più bassi, in ingresso. Tanto più che presto le Regioni del Sud non avranno più accesso ai fondi strutturali Ue.
COMMENTI PRESENTI SULLA NOTIZIA
  • Potere d'acquisto
    Nome: Francesco Parini  Data: 05.05.2004
    Egregio prof.Boeri, la lucidità dei suoi articoli conferma,una volta di più,che in Italia ci sono,anche,le persone che pensano. La indicizzazione delle retribuzioni a livello regionale,l'introduzione di alcune detrazioni a livello fiscale,sarebbero,a mio giudizio i mezzi per ottenere una effettiva riduzione dei costi sociali e del costo del lavoro. La trasmissione striscia la notizia,criticabile per certi aspetti,ha evidenziato la furbizia diffusa tra gli artigiani per spennare,in modo indegno,gli utenti a reddito fisso. Introduciamo le detrazioni per determinate spese e per miracolo crescerà la base imponibile. Cordiali saluti.
  • Differenze salariali
    Nome: Marco Campedelli  Data: 04.05.2004
    Egr. prof. Boeri Nella parte iniziale del suo articolo lei scrive: "... È molto difficile che un’organizzazione sindacale possa interiorizzare retribuzioni diverse per persone che timbrano lo stesso cartellino e sono addette alle stesse mansioni. Ci vorrebbero più sindacati, in forte competizione fra loro, nella stessa azienda. Un incubo." Forse sara' un incubo, anzi, certamente lo e', ma purtroppo questo incubo e' quantomai reale, visto che molti dei lavoratori (di Melfi e non solo, anche di Alitalia ad esempio) sono impiegati con contratti precari, sottopagati, privi di diritti e tutele anche minimi, e con un costo per l'azienda infinitamente minore rispetto ad un lavoratore subordinato tradizionale, pur avendo mansioni simili. Questo spiega probabilmente lo scollamento tra i sindacati "tradizionali" ed i lavoratori, specialmente tra i piu' giovani, che non solo non si sentono rappresentati dalla triplice, ma addirittura vedono un conflitto di interesse tra "stabili" e "precari" che il sindacato ora come ora non riesce a sanare. Ricordo infatti che le proteste di Melfi sono nate spontaneamente dalla forza lavoro, e solo in un secondo tempo una categoria sindacale (FIOM-CGIL) ha deciso di intervenire. Saluti, Marco.
    Risposta:
    Mi riferivo a lavoratori con contratti permanenti. I lavoratori con contratti flessibili hanno meno potere contrattuale degli altri. Questo può portarli ad accettare salari più bassi degli altri. Ed è obiettivamente più difficile per loro trovare rappresentanze dei loro interessi. Cordiali saluti
  • melfi e il suo doppio
    Nome: paolo podda  Data: 04.05.2004
    Come d'abitudine,Prof.Boeri, ho trovato di grande interesse il suo articolo sull'argomento di Melfi. Chi scrive abita in Sardegna,terra come di certo sa, non priva di contraddizioni e similitudini con la Lucania. Ho l'impressione,invero, che la politica salariale decentrata, sia assolutamente ovvia e naturale, atteso che prender casa a Milano costa 10 volte più che prenderla a Quartu (la mia città di residenza). Che fare? Meglio pagare il prezzo del solito esodo verso lidi lontani, in presenza di affitti stellari e simili, sebbene con stipendi più alti? Il saldo non sarebbe pari a zero? Soggiungo, non si ignora la iper-abusata e, a un tempo, ignorata, questione del lavoro nero meridionale? Da ultimo, non si mette in conto il bilancio affettivo, minacciato, direi compromesso, da viaggi interminabili spesso alla ricerca di un benessere illusorio, di fatto assente. Mi dica, con la consueta competenza, cosa pensa in merito, non prima di aggiungere la presenza di reti socio-economiche di protezione per chi sceglie di lavorare a Melfi non invocando i salari di Torino. Con stima. Paolo Podda
    Risposta:
    In tutti i paesi Ocse esiste una cosidetta "curva dei salari": nelle regioni ad alta disoccupazione i salari sono più bassi. Da noi no. Più che la mobilità del lavoro e l'emigrazione, la relazione inversa fra salari e disoccupazione incentiva le imprese a investire nelle regioni a più alta disoccupazione. E questo porta progressivamente a ridurre gli squilibri nel mercato del lavoro e, dunque, gli stessi divari salariali. In altre parole, i divari regionali nei salari servono proprio a creare le condizioni per il loro superamento. Imponendo gli stessi salari in tutto il paese, invece si condannano le regioni verso cui affluisce poco capitale a rimanere in condizioni di disoccupazione cronica. Per questo il decentramento della contrattazione è utile. Oltre a essere in parte giustificato, sul piano dell'equità, dai differenziali nel costo della vita, cui faceva riferimento nel suo commento. Cordiali saluti
  • Fallimento?
    Nome: Anna Giunta  Data: 01.05.2004
    A mio avviso, la lezione di Melfi è di tutt'altro segno e conduce a valutazioni diverse, da quelle da lei avanzate nell'articolo, sull'efficacia dei contratti di programma. Io credo che Melfi insegni piuttosto che: a) la produttività in una grande impresa localizzata al Sud è comparabile a quella di uno stabilimento del Centro-Nord. Anzi di più, segna un record in Europa: 1200 vetture prodotte al giorno; b) a somiglianza di quanto avviene nelle altre aree più sviluppate del paese, a Melfi si è innescato un processo di divisione del lavoro tra imprese. L'impianto Fiat "fertilizza" attraverso i rapporti di subfornitura (l'indotto, circa 3300 dipendenti) quello che era, fino a 10 anni fa, un immenso "campo verde" in una zona depressa. Si sono messi in moto, grazie alla mano visibile della Fiat (generosamente incentivata, senza dubbio), meccanismi di diffusione delle conoscenze tra imprese e processi di spin off; c) si è creato un mercato del lavoro specializzato, laddove prima c'era manodopera non qualificata. Questi erano gli obiettivi del contratto di programma: "acquistare" dalla Fiat sviluppo locale, cioè crescita, occupazione, formazione, investimenti, indotto e progresso tecnico. E' a questi risultati che bisogna guardare per decidere se la politica ha fallito. Mi chiedo allora: non è piuttosto il balzo di produttività del greenfield in questi dieci anni la principale e più importante lezione di Melfi? Tanto più che la compressione salariale (e altre condizioni di minore favore per gli operai di Melfi), ovviamente centrale nei disegni di delocalizzazione della Fiat, non costituisce però il principale ingrediente del contratto di programma. E' piuttosto un altro lo strumento che fa leva sul minor costo del lavoro, si tratta del contratto d'area, e nulla ha a che vedere con l'esperienza di Melfi. Saluti cordiali Anna Giunta
    Risposta:
    Grazie per il suo acuto commento. Certo che è possibile anche al Sud raggiungere livelli di produttività elevati. Ci mancherebbe. Ci sono anche altri esempi. Ma la ragione per cui gli operai di Melfi hanno accettato in tutti questi anni salari più basi degli altri lavoratori del gruppo FIAT, nonostante la maggiore produttività dello stabilimento lucano, era il fatto che non solo FIAT, ma anche lo Stato avesse pesantemente investito (quasi 2 miliardi di euro) in questo insediamento. Non può essere questo il modo di far sì che la contrattazione tenga conto delle condizioni del mercato del lavoro locale. Lo stesso discorso si applica, a fortiori, ai contratti di programma, dove non c'è neanche la giustificazione per il sostegno ad un insediamento in una impresa che può creare indotto. Cordiali saluti
  • Dopo Melfi
    Nome: Luigi Cannella  Data: 30.04.2004
    Finalmente aria nuova in un dibattito davvero stantio, dominato più dalle contrapposte logiche di parte che da una visione «illuminata» della realtà. Ora l'auspicio è che il caso Melfi serva a dare la stura ad un dibattito serio ed approfondito sulle politiche di sviluppo per il Mezzogiorno. Perché, eccezion fatta per il polo metalmeccanico di Melfi (circa 10 mila gli occupati tra Sata ed indotto), il quadro occupazionale della Basilicata e del Mezzogiorno intero non è certo roseo. E, soprattutto, che sia l'occasione per avviare un confronto sereno e scevro dai fondamentalismi sulla contrattazione decentrata.
  • Dubbio
    Nome: Giovanni Scopa  Data: 30.04.2004
    Egregio Professor Boeri, ho letto con molto interesse il suo articolo su una realtà che mi riguarda geograficamente molto da vicino. Condivido la sua preoccupazione per la perdita dell’accesso ai fondi strutturali della Regione Basilicata e il senso d’urgenza nel trovare una soluzione al problema del Mezzogiorno. Tuttavia, temo che legare il salario agli indici del costo della vita regionale possa essere controproducente per la nostra realtà. Credo che la reintroduzione di meccanismi di indicizzazione dei salari, simili alla scala mobile, arrecherebbe danni rilevanti ai salari reali dei lavoratori del Sud, erosi come quelli del Nord dall’inflazione. Naturalmente, i sindacati non starebbero a guardare, le aziende finirebbero prima o poi per accontentarne le richieste, scaricandone i costi sui consumatori con un aumento dei prezzi dei beni finali. E prima o poi, per arginare questa spirale inflazionistica, qualcuno si nasconderà dietro l’Europa per introdurre dolorose politiche restrittive, a tutto svantaggio dell’occupazione al Sud. Non sarebbe meglio indirizzare i soldi dei contribuenti italiani ed europei verso la creazione di infrastrutture che creino un ambiente favorevole allo sviluppo e riducano il gap con il Centro-Nord piuttosto che introdurre misure ulteriormente divisive?
    Risposta:
    Grazie per i suoi commenti. Non propongo di indicizzare i salari al costo della vita locale, ma semplicemente di pubblicare i dati sul costo della vita a livello regionale (che vengono già raccolti dall'Istat) permettendo ai lavoratori e alle loro organizzazioni di meglio valutare il potere d'acquisto dei loro salari in diverse regioni. Poi dovrebbe essere la contrattazione decentrata a tenere conto di queste informazioni, in modalità che potranno essere decise autonomamente, azienda per azienda. Ad esempio, le organizzazioni dei lavoratori di un gruppo che ha sedi in diverse parti d'Italia potranno accordarsi per offrire a tutti i dipendenti la stessa retribuzione a parità di potere d'acquisto. Simili aggiustamenti potrebbero essere praticati anche nel settore pubblico. Il potere d'acquisto dello stipendio di un insegnante a Milano è molto più basso di quello di un insegnante a Reggio Calabria. Perchè non tenerne conto? Cordiali saluti Tito Boeri